Cronaca

A 10 anni dall’omicidio Regeni, l’Italia rinnova la cooperazione con la polizia del Cairo. Le critiche: “Piantedosi si vergogni”

Firmato un nuovo memorandum con l’Accademia di Polizia del Cairo, Quelle stesse forze egiziane da anni già sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti umani

L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di cooperazione per la formazione delle […]

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L’ultimo oltraggio alla memoria di Giulio Regeni, a dieci anni dal sequestro, dalle torture e dall’omicidio del ricercatore italiano, arriva da Roma, nel cuore del quartiere Eur della Capitale. È lì che si celebra, in un hotel a quattro stelle, la conferenza finale della seconda fase di Itepa2, progetto di cooperazione per la formazione delle forze di sicurezza di 22 Paesi africani. Una cornice nella quale l’Italia ha firmato un nuovo memorandum con l’Accademia di Polizia del Cairo, alla presenza del capo della Polizia Vittorio Pisani e del presidente della stessa accademia del Paese nordafricano, Ibrahim Youssef Nedal Abdelkader. Quelle stesse forze egiziane del regime di Al Sisi, da anni già sotto accusa per la violenza, la repressione e il mancato rispetto dei diritti umani. E protagoniste di uno dei depistaggi più clamorosi e sanguinari del caso Regeni: la mattanza di cinque innocenti, che il regime egiziano tentò di far passare come gli autori dell’omicidio. Una messinscena nel tentativo di sviare le indagini e allontanare le responsabilità degli apparati d’intelligence.

Mentre il processo in Italia contro i quattro 007 egiziani è ancora oggi in sospeso, per l’Italia l’Egitto è ormai tornato da anni un partner affidabile, indispensabile. Nel nome degli affari e della realpolitik. Un “Paese sicuro“, come considerato dal governo Meloni, al di là delle violazioni sistematiche dei diritti, delle sparizioni forzate, delle torture. E della verità processuale ancora non raggiunta sul caso Regeni, di fronte ad anni di depistaggi e mancata collaborazione del Cairo. Così non sembra esserci alcun imbarazzo nel siglare nuove intese di cooperazione, confermando la polizia egiziana come centrale nella formazione delle forze di altri Paesi africani. L’ennesimo atto di normalizzazione dei rapporti, politici e commerciali, dopo il vertice al Viminale di poche ore prima, con tanto di onori e complimenti, tra il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi e l’omologo egiziano Mahmoud Tawfik, omaggiato con tanto di photo opportunity e un comunicato in cui si rivendicava il “dialogo strategico tra i due Paesi in una visione condivisa di stabilità, sicurezza e responsabilità nel Mediterraneo”. Senza il minimo accenno al caso Regeni. Dimenticato, di fatto, dall’esecutivo e dai suoi ministri, già protagonisti di passerelle e vertici al Cairo, nel segno della rinnovata concordia.

Lo stesso Piantedosi aveva pure elogiato i rapporti tra le polizie di Roma e del Paese nordafricano, evocando la sua soddisfazione per “l’ottima collaborazione“. Parole inaccettabili per la famiglia Regeni: “Tutto il male che si è accanito su Giulio continua ancora oggi, per chi, sotto il regime, quella tortura la subisce nella assoluta impunità. Questo dovrebbe far sì che non avvenga che il ministro dell’Interno italiano si incontri con quello egiziano, si facciano grandi complimenti per la collaborazione nel fermare l’immigrazione che viene da un paese, l’Egitto, che non è un Paese sicuro. Dal Cairo scappano persone che stanno subendo le conseguenze del regime che ha torturato e ucciso Giulio. E che ogni giorno tortura e uccide e fa sparire almeno tre persone al giorno”, aveva ricordato l’avvocata della famiglia, Alessandra Ballerini.

Eppure, per i vertici della polizia italiana non sembrano esserci problemi. Così è stato lo stesso Vittorio Pisani, in un breve margine con alcuni cronisti, a rivendicare il presunto successo del progetto Itepa (International Training at the Egyptian Police Academy), nato con l’obiettivo di creare un centro internazionale di formazione specialistica presso l’Accademia della Polizia del Cairo. Un’iniziativa promossa dal Dipartimento della pubblica sicurezza, in collaborazione con la stessa Accademia egiziana, con il sostegno finanziario della Commissione UE: “L’importanza di questo progetto è accrescere la professionalità delle polizie africane che collaborano con le organizzazioni europee, elevando gli standard internazionali di garanzia dei diritti umani“, ha rivendicato. Per poi aggiungere, sollecitato sul caso Regeni: “La Polizia di Stato è stato l’organo che ha svolto le indagini sul caso Regeni, indagini portate avanti anche con la collaborazione e l’acquisizione di documenti forniti dalla Polizia egiziana. Così si può agevolare quella cooperazione investigativa e giudiziaria affinché anche il caso Regeni giunga a una conclusione“. Parole che stridono non poco con la realtà dei fatti. E che rievocano quella retorica su una presunta collaborazione, in realtà mai avvenuta. Sbandierata soltanto a parole, come più volte dimostrato dai 38 teste ascoltati nel processo che vede imputati quattro 007 egiziani. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato).

“Errare è umano, perseverare… Altro che collaborazione. Da dieci anni siamo di fronte a bugie e depistaggi sistematici, ancora attendiamo prove concrete di una volontà che vada in quella direzione. Non ne abbiamo mai visto il minimo segnale”, spiega a ilfattoquotidiano.it, il deputato Pd Gianni Cuperlo, sempre presente alle udienze del processo. E che già aveva accusato Piantedosi per il suo incontro al Viminale: “Mi vergogno per lui e per la sua immoralità”.

Allo stesso modo sulle ombre di Itepa e dei progetti di formazione tra polizie, a contestare i successi sbandierati è Alice Franchini, di EgyptWide for Human Rights. Una delle ong che negli scorsi anni, così come fatto da diversi parlamentari europei, hanno denunciato la scarsa trasparenza sui contenuti del progetto e sulle operazioni di monitoraggio in merito alla difesa dei diritti umani, al di là della supervisione prevista da parte di Oim e Unhcr: “Il programma Itepa2, concluso in questi giorni, presenta un syllabus, dove tra i contenuti non c’è mai alcuna menzione di strumenti formativi legati all‘incorporazione dei diritti umani nelle pratiche di polizia. Se ne parla soltanto riguardo la gestione della comunicazione con i media, quindi è prettamente una questione di immagine“. Ma non solo: “Gli strumenti di monitoraggio, così come i nomi dei partecipanti al programma, non sono resi pubblici. Abbiamo chiesto al Ministero dell’Interno italiano in passato se vengano fatti dei controlli preventivi su chi siano gli agenti di questi Paesi che partecipano al programma Itepa, per verificare che non siano persone che magari in passato si sono macchiate di abusi o di crimini nell’esercizio delle loro funzioni di polizia o di forze di sicurezza. Ma non è chiaro se questi controlli siano stati portati avanti”.

A pesare è soprattutto il nodo della cooperazione con il Cairo, in materia di sicurezza oltre che politica, a dieci anni dall’omicidio di Giulio Regeni, ancora senza una verità processuale. E dopo quell’incontro al Viminale che ha già scatenato le forti proteste delle opposizioni in Parlamento, con Pd e Avs che hanno già annunciato un’interrogazione parlamentare. Mentre è l’ong Mediterranea a scagliarsi contro il ministro Piantedosi: “Le sue dichiarazioni sono una vergogna per il nostro Paese”.