
A oltre un anno dall’introduzione della misura per lavoratori da remoto extraeuropei mancano dati ufficiali su richieste e concessioni. Alberto Mattei, presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali: nel decreto del 29 febbraio 2024 "definizione limitativa, che ignora le dinamiche della mobilità interna e comunitaria legate al lavoro da remoto. Servono politiche strutturate"
Il visto per i nomadi digitali in Italia, almeno per ora, sembra esistere più sulla carta che nella realtà. A oltre un anno dalla sua introduzione, che ha reso l’Italia il 64esimo Paese al mondo a dotarsi di uno strumento per attrarre lavoratori stranieri “altamente qualificati“, valutarne l’impatto è impossibile. “Il bilancio resta incerto a […]
Il visto per i nomadi digitali in Italia, almeno per ora, sembra esistere più sulla carta che nella realtà. A oltre un anno dalla sua introduzione, che ha reso l’Italia il 64esimo Paese al mondo a dotarsi di uno strumento per attrarre lavoratori stranieri “altamente qualificati“, valutarne l’impatto è impossibile. “Il bilancio resta incerto a causa della totale assenza di dati pubblici noti al momento. Non si hanno notizie sul numero di visti richiesti né su quanti siano stati effettivamente concessi, un silenzio che solleva interrogativi sull’efficacia e sull’implementazione pratica della normativa”, si legge nel 4° Rapporto sul Nomadismo Digitale in Italia di dicembre 2025, realizzato dall’Associazione Italiana Nomadi Digitali in collaborazione con i ricercatori di Venice School of Management dell’Università Ca’ Foscari.
Il decreto del 29 febbraio 2024 che ha introdotto il visto aveva l’obiettivo dichiarato di attrarre professionisti extraeuropei e favorirne l’insediamento nei borghi e nelle aree interne, in linea con il Piano strategico nazionale aree interne contro lo spopolamento. Ma il bilancio, finora, appare tutt’altro che incoraggiante. L’Italia non figura tra le destinazioni più appetibili per chi lavora da remoto: nella classifica internazionale della piattaforma ChicksX del 2025, solo Roma e Milano compaiono tra le prime 95 mete globali, rispettivamente al 38° e al 40° posto. NomadList, uno dei principali punti di riferimento sul lavoro da remoto, conferma la marginalità del Paese, liquidandolo con una formula eloquente: “Bellissima da visitare, ma difficile da vivere”
Una reputazione confermata anche dalle discussioni online. Basta digitare “digital nomadism in Italy” su forum pubblici come Reddit per imbattersi in commenti ricorrenti sulla burocrazia e sui permessi di soggiorno. “Per quanto riguarda il visto, buona fortuna. Assicurati di avere la pazienza di un santo”, scrive un utente. Le cause del flop emergono con chiarezza dalle testimonianze raccolte dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali. Non ultimo, l’obbligo di presentare un contratto di affitto annuale prima ancora dell’approvazione del visto. Nei forum online viene spesso segnalata anche la soglia di reddito richiesta, pari a circa 28mila euro annui: un livello che, pur non rientrando tra i più elevati in Europa come evidenziato dal rapporto, viene percepito da molti utenti come impegnativo, soprattutto considerando che una parte significativa dei potenziali beneficiari è composta da lavoratori freelance, con redditi variabili e non sempre facilmente dimostrabili.
Il risultato è prevedibile: molti nomadi digitali extraeuropei entrano in Italia come turisti, restano per i 90 giorni consentiti dallo spazio Schengen e poi se ne vanno. Non si registrano come residenti, non pagano le tasse in Italia e non entrano in relazione con le economie locali. “Il nomade è visto come un viaggiatore con il laptop nello zaino, non come un potenziale nuovo abitante”, spiega Alberto Mattei, presidente dell’Associazione Italiana Nomadi Digitali. Una visione che rischia di lasciare l’Italia ai margini di un fenomeno globale in crescita, stimato tra i 40 e gli 80 milioni di persone, e di rafforzare proprio quel modello di turismo mordi e fuggi che il Paese dice di voler superare. Nel rapporto si legge: “Le istituzioni e gli operatori locali leggono il fenomeno prima di tutto come opportunità per destagionalizzare i flussi tradizionali e valorizzare turisticamente aree meno note, trascurando però il potenziale trasformativo di medio-lungo periodo”. Questa concezione si rifletterebbe in politiche pubbliche e progetti territoriali “incentrati sulla promozione di soggiorni brevi piuttosto che sulla creazione di ‘ecosistemi stabili’ in grado di attrarre lavoratori da remoto”.
Nei mesi scorsi, durante la discussione sulla manovra, era stato presentato un emendamento che avrebbe dovuto rendere più attrattivo il sistema italiano per i nomadi digitali. La proposta, promossa nell’ambito di un’istruttoria avviata dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy e inizialmente destinata a confluire nel disegno di legge Destinazione Italia collegato alla legge di bilancio, prevedeva agevolazioni fiscali per i lavoratori stranieri che trasferiscono la residenza fiscale in Italia pur lavorando da remoto per aziende estere. In particolare, l’emendamento ipotizzava una tassazione ridotta del 50% sui redditi prodotti in Italia, fino a un massimo di 600.000 euro annui. La misura non è passata. L’Associazione Italiana Nomadi Digitali si interroga però sull’impostazione del provvedimento, e solleva una domanda: perché non estendere eventuali agevolazioni anche ai lavoratori da remoto italiani che scelgono di trasferirsi e avviare un’attività digitale nelle aree interne?
Il nodo infatti, secondo l’associazione, è anche concettuale. Il decreto del 29 febbraio 2024 definisce i nomadi digitali esclusivamente come cittadini extra-UE altamente qualificati, riducendo il fenomeno a una questione migratoria. “Una definizione limitativa, che ignora le dinamiche della mobilità interna e comunitaria legate al lavoro da remoto”, osserva Mattei. “Servono politiche strutturate e replicabili anche per i giovani professionisti italiani che decidono di spostarsi”.
Per questo l’Associazione Italiana Nomadi Digitali chiede un cambio di approccio e propone l’istituzione di una cabina di regia nazionale che coordini il fenomeno, sia per la mobilità dall’estero sia per quella interna. Tra le misure avanzate figurano la semplificazione delle procedure di visto, la creazione di una piattaforma nazionale per i lavoratori da remoto stranieri, contratti dedicati, nuove regole per le microimprese digitali, forme di locazione temporanea più flessibili, e incentivi e agevolazioni per chi decide di trasferirsi nelle aree interne e rurali. Al centro della proposta c’è anche l’introduzione di una nuova figura giuridica, quella del “residente temporaneo di comunità”, pensata per favorire un radicamento reale nei territori e non una semplice presenza di passaggio.
Senza una riforma organica, avverte l’associazione: “Il rischio è continuare a inseguire il fenomeno senza governarlo: perdere lavoratori qualificati, lasciare irrisolto il problema dello spopolamento delle aree interne e ridurre il nomadismo digitale a una variante del turismo breve”.