
Le tensioni sulla Groenlandia hanno innescato vendite di Treasury e un rialzo dei rendimenti proprio mentre una quota record del debito federale va rifinanziata. Un segnale che ha riacceso le paure sulla sostenibilità del maxi debito americano e contribuito alla frenata di Washington
La marcia indietro di Donald Trump sui dazi contro i Paesi Ue che avevano annunciato l’invio di soldati in Groenlandia non può essere letta solo come esito delle discutibili trattative diplomatiche condotte in solitaria da Mark Rutte. Sullo sfondo c’è un fattore che la Casa Bianca teme e torna ciclicamente a condizionare le scelte di […]
La marcia indietro di Donald Trump sui dazi contro i Paesi Ue che avevano annunciato l’invio di soldati in Groenlandia non può essere letta solo come esito delle discutibili trattative diplomatiche condotte in solitaria da Mark Rutte. Sullo sfondo c’è un fattore che la Casa Bianca teme e torna ciclicamente a condizionare le scelte di Washington: la reazione dei mercati finanziari e in particolare l’andamento dei Treasury. In una fase in cui il maxi debito americano è diventato un elemento di vulnerabilità strutturale. Lo stesso presidente Usa l’ha “confessato” giovedì mattina al programma ‘Mornings with Maria’ su Fox Business: collegato con Maria Bartiromo, ha annunciato “forti ritorsioni” se i Paesi europei dovessero vendere titoli di Stato americani come forma di pressione su Washington.
L’avvertimento deriva dal fatto che nei giorni di massima tensione per le minacce trumpiane sul territorio danese sono scattate massicce liquidazioni dei T-bond, i cui rendimenti sono saliti ai massimi da oltre quattro mesi mentre il dollaro si è indebolito rispetto all’euro. Nulla fa pensare che dietro ci fossero governi e non investitori privati, ma di certo si è trattato di un nuovo “Sell America” come quello che si era registrato la scorsa primavera dopo il Liberation day in cui il presidente Usa aveva annunciato maxi dazi reciproci a carico della maggior parte dei partner commerciali salvo ripensarci pochi giorni dopo annunciando una tregua di 90 giorni.
Il segnale è arrivato in un momento particolarmente delicato per la finanza pubblica americana. Secondo stime recenti, il 26% del debito federale Usa andrà a scadenza nei prossimi dodici mesi. Nel 2020, quando si toccò il picco del 29%, i tassi della Fed erano a zero. Oggi sono al 3,75% e, anche assumendo due tagli nel corso dell’anno, quasi 10mila miliardi di dollari dovranno essere rifinanziati a condizioni molto più onerose. Non a caso il Tesoro ha progressivamente spostato l’emissione verso titoli a più breve scadenza, per contenere nell’immediato il costo degli interessi, aumentando però l’esposizione al rischio di dover poi vendere nuovi bond a condizioni peggiori o addirittura – anche se al momento la prospettiva sembra lunare – di non riuscire a piazzarli.
È in questo contesto che le tensioni con l’Europa sulla Groenlandia sono diventate un’arma a doppio taglio per l’amministrazione Usa. A caldo George Saravelos, capo della ricerca valutaria globale di Deutsche Bank, aveva commentato: “L’Europa possiede la Groenlandia, ma possiede anche una grande quantità di Treasury”. I Paesi europei detengono complessivamente circa 8mila miliardi di dollari in titoli e asset finanziari Usa, quasi il doppio del resto del mondo messo insieme. Una dipendenza che rende gli Stati Uniti vulnerabili agli umori degli investitori del Vecchio continente, ha notato Saravelos parlando esplicitamente dell’opzione di “utilizzare come un’arma” i flussi di capitale. Un esempio? I fondi pensione danesi che già lo scorso anno, in risposta all’incertezza generata dalle politiche di Trump, hanno iniziato a ridurre l’esposizione al dollaro e ai titoli statunitensi.
Le mosse erratiche della presidenza Usa hanno insomma aumentato il premio per il rischio politico incorporato negli asset statunitensi: una dinamica il cui punto di caduta potrebbe essere una riduzione strutturale dell’esposizione estera verso gli Stati Uniti, con effetti depressivi sul dollaro e rialzisti sui rendimenti. Il segretario al Tesoro Scott Bessent martedì aveva cercato di spegnere l’allarme, bollando come “priva di logica” l’ipotesi di una ritorsione finanziaria europea e definendo “irrilevanti” gli investimenti danesi in Treasury. Ma il nervosismo dei mercati non può essere ignorato da un’amministrazione che punta ad abbassare i rendimenti a lungo termine da cui dipendono mutui e credito per famiglie e imprese.
Non a caso il Tesoro ha intensificato la pressione sulla Fed per un allentamento monetario più rapido, ha promosso deregolamentazione bancaria e persino l’adozione delle stablecoin come potenziale fonte di domanda per i titoli pubblici. Leve che rischiano di essere insufficienti di fronte a deficit in crescita e nuove enormi promesse di spesa: il solo aumento del budget della difesa a 1.500 miliardi nel 2027, annunciato da Trump, potrebbe aggiungere quasi 6mila miliardi di debito in dieci anni, considerando gli interessi.
Il segnale finale è arrivato mercoledì. Dopo l’incontro con il segretario generale della Nato e l’annuncio da parte di Trump del ritiro della minaccia di dazi, i rendimenti dei Treasury hanno immediatamente iniziato a ritracciare. Un tempismo che rafforza l’ipotesi che, ancora una volta sia stato il mercato a ricordare alla Casa Bianca le linee rosse della finanza pubblica americana.