
Se una costa è soggetta a intensa dinamica del litorale non può essere utilizzata per la costruzione di infrastrutture “rigide”. Come ci si adatta? Prima di tutto decostruendo
I Vangeli di Matteo e di Luca insegnano che i saggi costruiscono sulla roccia, gli stolti sulla sabbia. La casa sulla roccia resiste, quella sulla sabbia è spazzata via dalle tempeste.
Harry (un ciclone) flagella le coste italiane e causa danni importanti alle strutture costruite sulla linea di costa. Le tempeste ci sono sempre state, e hanno eroso le coste con le mareggiate, ma con il cambiamento climatico gli eventi estremi sono sempre più frequenti ed intensi.
Evidentemente chi ha pianificato l’uso delle coste non ha letto il Vangelo, visto che molte delle infrastrutture sono state costruite direttamente sul litorale, spesso su coste sabbiose. La dinamica del litorale è una disciplina geologica che insegna come la linea di costa non sia immutabile. L’erosione delle coste rocciose porta alle formazioni di cui ammiriamo la bellezza, come faraglioni, grotte, archi: il risultato dello smantellamento del litorale da parte delle onde. Sono strutture temporanee, destinate a cambiare: le onde che le hanno formate le distruggeranno, dando origine ad altre formazioni simili. Le rocce, frantumate dalle onde, diventano sassi e poi sabbia, ma molta sabbia viene dai fiumi, che portano sedimenti al mare e li accumulano sul fondo e sul litorale. Le mareggiate rimuovono la sabbia delle spiagge, ma le piene dei fiumi ne portano altra, con dinamici arretramenti e avanzamenti della linea di costa.
Ci sono spiagge formate da materiale biogenico, un parolone per dire che sono fatte con i resti di organismi con scheletro calcareo (ad esempio le conchiglie: si accumulano sulla costa, le onde le frantumano e diventano sabbia).
Le città marine “storiche” sono state costruite da chi conosceva questi fenomeni, e sono tutte su roccia, come Roca Vecchia, in Salento. Risale all’età del bronzo: le prime sue tracce sono del II millennio avanti Cristo. La città è ancora lì. Gli antichi non costruivano sulla sabbia. Le mura difensive difendevano dagli invasori, ma era la località prescelta a difendere dalle avversità dell’ambiente. Molti insediamenti “storici” sono lontani dalla costa e solo di recente le città e i paesi hanno emanato propaggini marine. Le località con il nome “marina” o “porto” preceduto dal nome di una città interna sono relativamente recenti. La bonifica delle paludi ha reso praticabili territori prima accuratamente evitati per motivi sanitari: c’era la malaria.
I costruttori recenti non hanno seguito l’esempio degli antichi, non hanno letto il territorio, adattando le costruzioni alla sua morfologia e dinamica, e hanno pensato di dominarlo con i muri. La ferrovia adriatica è un drammatico esempio. Se la percorrete stando dal finestrino lato mare vedete che l’acqua è vicinissima e, a mettere al riparo la ferrovia dalle onde, c’è una serie di difese costiere. Alcune barriere sono parallele alla costa, ed emergono dall’acqua, altre sono soffolte e arrivano a pelo d’acqua, poi ci sono i pennelli perpendicolari alla costa, per non parlare delle massicciate costruite direttamente sulla spiaggia, a ridosso della ferrovia. Dove la ferrovia si allontana, sulla costa ci sono nastri di asfalto, case, stabilimenti balneari di cemento. Tutto a pochi metri dal mare, su substrati che Luca e Matteo (e i Messapi) avrebbero identificato come “sabbia”.
I fiumi non portano più sabbia che rimpiazzi quella portata via dalle onde: molta viene dragata per edilizia, per non parlare delle dighe fluviali. Poi ci sono i porti con l’imboccatura a nord, ad intercettare la poca sabbia che arriva dai fiumi. La sovrappesca dei molluschi (come vongole e canolicchi) ha quasi esaurito le popolazioni naturali e gli spiaggiamenti di conchiglie sono sempre più rari.
Ci sono cause globali per tutto questo, con un cambiamento climatico dovuto a un dissennato modo di produrre e consumare, e ci sono cause locali, dovute a un dissennato modo di costruire le infrastrutture civili, industriali e di comunicazione, e di usare le risorse naturali (dalla sabbia ai molluschi). Non possiamo attendere che siano rimosse le cause globali (anche perché molti governi non le riconoscono) ma ci dobbiamo adattare localmente alle nuove condizioni, usando criteri “antichi”, quelli di Luca e Matteo, e dei Messapi che costruirono Roca Vecchia.
Se una costa è soggetta a intensa dinamica del litorale non può essere utilizzata per la costruzione di infrastrutture “rigide”. Come ci si adatta? Prima di tutto decostruendo. Le infrastrutture presenti su coste a dinamica intensa vanno smantellate, soprattutto se “rigide”. Gli stabilimenti balneari, ad esempio, non possono essere in muratura, a meno che siano in siti molto riparati. E lo stesso vale per le case. Ferrovia e strade devono essere spostate nell’interno. La loro costruzione deve avvenire con criteri che rispettino il territorio.
Le città fantasma, abitate solo di estate, devono essere ripensate. Se non decostuiremo noi, lo farà il mare. Le risorse economiche destinate a riarmare l’Europa sarebbe meglio impiegate per ricostruirla bene.
E per concludere andiamo sulle Dolomiti. Ho fatto una sola scalata nella mia vita: la cima grande di Lavaredo. Alla base delle tre cime ci sono i ghiaioni. Sono dovuti all’erosione delle montagne. Tra qualche milione di anni saranno portate via. Che facciamo? Una bella colata di cemento per preservarle? Ridiamoci sopra: viene in mente una battuta di George Carlin, su quelli che costruiscono case in prossimità di vulcani attivi e poi si sorprendono quando la lava scorre nel loro soggiorno!