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Arriva il “cloud europeo” di Amazon. “Ma le autorità Usa possono accedere a tutti i dati su quei server. La Ue è meno di una colonia”

Paradosso nel Vecchio Continente: il colosso americano lancia il suo servizio "sovrano" per rassicurare i Paesi Ue. Ma il Cloud act resta applicabile. L'ad di Proton: “La realtà giuridica non scompare con una bella campagna di marketing”. Michele Colajanni, docente di Informatica all’università di Bologna: "Fallito il progetto di una nuvola dei dati europei"

Per emanciparsi dal giogo degli Stati Uniti e spegnere l’occhio del Grande fratello americano, l’Europa non ha trovato di meglio che affidarsi ad Amazon, il colosso a stelle e strisce. Un timbro sul suo status di “colonia” nel dominio tecnologico. Dal 15 gennaio la multinazionale di Jeff Bezos offre il suo servizio cloud “sovrano” europeo. […]

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Per emanciparsi dal giogo degli Stati Uniti e spegnere l’occhio del Grande fratello americano, l’Europa non ha trovato di meglio che affidarsi ad Amazon, il colosso a stelle e strisce. Un timbro sul suo status di “colonia” nel dominio tecnologico. Dal 15 gennaio la multinazionale di Jeff Bezos offre il suo servizio cloud “sovrano” europeo. “Un’infrastruttura separata fisicamente e logicamente da quella della casa madre americana, con tutti i componenti situati interamente all’interno dell’Ue”, scrive il colosso in una nota. Obiettivo, rassicurare chi teme le ingerenze dello “zio Sam”: grazie alla legge nota come Cloud act, le autorità Usa possono accedere ai dati sui server delle aziende americane, in tutto il mondo. Ma ora lo scontro tra Stati Uniti ed Europa non è più fantascienza, con la Groenlandia nel mirino di Donald Trump e le truppe francesi già sull’isola artica.

E se gli Usa chiedessero ad Amazon informazioni strategiche archiviate sui server in Europa? “AWS rimane un’azienda statunitense soggetta in ultima analisi al Cloud Act, che consente di obbligare qualsiasi azienda statunitense a consegnare i dati da essa controllati con nient’altro che un mandato, indipendentemente dal fatto che i server si trovino a Francoforte, Parigi o sulla Luna”, ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it Andy Yen, Ceo di Proton, l’azienda tecnologica svizzera con la missione della privacy fondata da scienziati del Cern nel 2014. Secondo Yen, “la realtà giuridica non scompare dietro una bandiera europea o una bella campagna di marketing”. E affidarsi ad Amazon è “probabilmente la prova definitiva che l’Europa è una colonia digitale statunitense”. Un ostacolo enorme sulla via della sovranità europea, mentre i rapporti tra le due sponde dell’Atlantico appaiono in crisi.

La Groenlandia e le tensioni Usa-Ue: ma i 27 dipendono da Google, Amazon e Microsoft

Tale è la diffidenza verso la Casa Bianca, che i parlamentari Ue hanno paura a viaggiare con i servigi delle agenzie americane, esprimendo il timore in una lettera alla presidente Metsola. Alcuni politici europei sono stati sanzionati dagli americani con il divieto d’ingresso nel Paese. Ad esempio il francese Thierry Breton, ex Commissario europeo per il Mercato interno. La sua colpa? Aver promosso leggi europee (come il Digital Services Act) che limitano la libertà dei colossi tecnologici americani.

Eppure in Europa quasi tutte le pubbliche amministrazioni usano Amazon, Google e Microsoft, per inviare e ricevere mail, ma anche archiviare i dati sui server nella “nuvola” del cloud. Non solo Stati e governi, anche le aziende strategiche dipendono sovente dai servizi a stelle e strisce. In Italia ad esempio il 69% delle aziende quotate in borsa si affida agli americani per la posta elettronica, secondo il rapporto pubblicato a luglio da Proton.

Nella classifica degli Stati Ue più dipendenti dai servizi email d’Oltreoceano siamo a metà classifica, secondo il documento. La quota supera il 90% delle aziende in Islanda (97%), Norvegia (96%), Irlanda (93%), Finlandia (92%), Svezia (91%). Staziona sopra l’80 in Danimarca (89%), Regno Unito (88%), Malta (85%), Paesi Bassi (81%), Belgio (80%). In Spagna scende al 74%, in Francia al 66%, in Germania al 58. In Italia, per paradosso, la dipendenza cresce nei settori strategici: nel campo energetico quasi 9 aziende su 10 usano caselle di posta made in Usa; nei trasporti la soglia è al 76 per cento. Mentre in Europa il settore bancario è “uno dei meno dipendenti dai provider statunitensi – scrive Proton – in Italia è uno dei settori più dipendenti (73%)”.

Il motivo è semplice: non esiste una Big Tech europea, mentre le soluzioni locali spesso usano tecnologie americane e cinesi. Il risultato è un oceano di dati europei liberamente consultabile dai servizi segreti e dalle agenzie di sicurezza americane, grazie al Cloud Act.

Il Cloud act: dati europei accessibili agli Usa

La legge americana approvata nel marzo 2018, dal primo governo di Donald Trump, impone alle aziende statunitensi di rendere accessibili alle autorità Usa tutti i dati sui loro server, anche quelli fuori dai confini. Joe Biden si è ben guardato dall’abrogarla. Alcuni governi Ue proteggono i loro dati strategici, archiviati su server di aziende americane, con chiavi crittografiche e deroghe specifiche al Cloud act, faticosamente negoziate con Big tech e il governo americano. Ma ora cresce l’urgenza di tutelarsi dagli Usa mettendo al sicuro le informazioni. L’unica soluzione sarebbe nutrire l’industria domestica, in tempi lunghi e senza garanzie di successo, perché gli americani sfruttano un vantaggio unico: i soldi. Big Tech paga i migliori ingegneri del mondo con stipendi alla Cristiano Ronaldo: decine di milioni l’anno, come le star dello sport. Un gap incolmabile per le aziende e gli Stati europei.

Ecco perché Amazon ha lanciato il cloud “sovrano” per l’Europa. Server e data center saranno costruiti e installati solo sul suolo europeo, gestiti da aziende del Vecchio continente, amministrate da manager residenti in Ue. Ma la casa madre è pur sempre Amazon, con sede a Seattle (Usa). Di sicuro la Germania sarà il primo Paese Ue a fruire del servizio “sovrano”. In fila ci sono già Belgio, Paesi Bassi e Portogallo. Secondo Karsten Wildberger, ministro tedesco per la Trasformazione Digitale, è il primo passo verso una “futura capacità digitale autodeterminata”. Oppure una prova di debolezza.

“Cina e Usa molto avanti, Ue tuteli la sovranità sui suoi dati”

“La sovranità del dato è un baluardo europeo imprescindibile e non si può piegare al crescente bipolarismo tecnologico americano/cinese”, dice a ilfattoquotidiano.it Pierguido Iezzi, a capo della cybersecurity di Maticmind. Per l’esperto è apprezzabile la soluzione Amazon perché non c’è alternativa: “Pechino e Washington sono molto più avanti sul piano delle tecnologie hardware e software, in questo campo la dipendenza è strutturale”. Secondo Iezzi “l’unica sovranità possibile, nel Vecchio continente, è sul dato”. Ovvero: i server (il contenitore) sarà anche americano, ma le informazioni archiviate restano accessibili solo agli europei. E il Cloud act che consente l’accesso agli Usa? “I manager del cloud ‘sovrano’ sono europei, dunque se violano le regole del Vecchio continente ne risponderanno”.

“Siamo meno di una colonia, l’Ue ha sbagliato tutto sul progetto Cloud Gaia X”

Michele Colajanni, docente di Informatica all’università di Bologna, contempla il fallimento e la sudditanza tecnologica dell’Europa: “Una beffa che ci pone perfino al di sotto della condizione coloniale, è come se Amazon e gli Stati Uniti ci dissero: ‘Siccome non siete capaci, vi faccio vedere io come si fa il cloud’”. L’accademico cita con amarezza il fallimento di Gaia X, il progetto di una “nuvola dei dati” europea. Fu coinvolto all’inizio del progetto, negli anni 2010. In principio parteciparono 11 aziende francesi e 11 tedesche: “Non facile mettere d’accordo 22 imprese – rammenta Colajanni – poi gli altri Paesi Ue reclamarono la loro fetta e le aziende divennero 200. Allora ho capito che non c’era speranza e ho preferito defilarmi”. All’esperto è rimasto il cruccio, perché “l’Europa sa fare le cose, bastava osservare il successo del modello Airbus ed imitarlo: una sola azienda, partecipata dai governi, per fare concorrenza ai colossi globali”. Invece per il cloud si è scelta la via del consorzio tra le aziende. Il risultato, circa 10 anni dopo, è il fallimento conclamato di Gaia X. E ora per proteggere i dati europei dalle ingerenze americane, l’Europa chiede una mano ad un’azienda americana.