
Molte catene dei Paesi Bassi, forti di maggiore elasticità nelle gerarchie interne, hanno gettato le basi già nei primi anni 2000, offrendo ai tedeschi prodotti di qualità a costi più economici
Le catene olandesi stanno guadagnando fette di mercato In Germania. L’espansione darà loro la possibilità di raggiungere una fascia di clientela molto più ampia, a fronte di bassi costi di logistica. Molte catene dei Paesi Bassi, d’altronde, forti di maggiore elasticità nelle gerarchie interne, hanno gettato le basi già nei primi anni 2000, offrendo prodotti […]
Le catene olandesi stanno guadagnando fette di mercato In Germania. L’espansione darà loro la possibilità di raggiungere una fascia di clientela molto più ampia, a fronte di bassi costi di logistica. Molte catene dei Paesi Bassi, d’altronde, forti di maggiore elasticità nelle gerarchie interne, hanno gettato le basi già nei primi anni 2000, offrendo prodotti di qualità a costi più economici. Ad esempio, nella profumeria, dove ci sono articoli che anche in tempo di crisi trovano buona accoglienza perché molti si concedono ancora piccoli lussi anche quando non possono più permettersi grosse spese. E l’olandese Rituals ha ormai 260 punti commerciali a fronte dei 340 del concorrente tedesco Douglas.
La tendenza, peraltro, si vede anche nei discounter di abbigliamento e casalinghi: Hunkemöller, rivenditore specializzato in biancheria intima, calze e lingerie, ha oltre 330 filiali; il rivenditore di abbigliamento discount Zeeman ne vanta più di 100; il marchio di moda G-Star Raw, poi, annovera 40 negozi; il rivenditore di elettronica Coolblue ne ha già sette e conta di aggiungerne altri 30 entro il 2029; mentre la catena di vendita di prodotti per casa, giardino e cucina Dille & Kamille ha aperto già undici punti vendita.
L’emittente tedesca ZdF evidenzia d’altronde il successo, in Germania, anche dei servizi online olandesi, come Picnic che consegna di generi alimentari a clienti in 250 città; Shop Apotheke che distribuisce medicinali; ma anche la piattaforma Lieferando, dell’olandese Just Eat Takeaway. La distribuzione tedesca al dettaglio ha invece subito la chiusura di almeno 4.500 punti vendita nel 2025. I negozianti hanno dapprima perso clienti con la pandemia, poi molti acquirenti sono rimasti legati agli acquisiti in rete. Esaurito l’ossigeno di aiuti dallo Stato, sono così rimati schiacciati da affitti sempre più cari, soprattutto nei centri storici con clienti scoraggiati anche dalla mancanza di parcheggi.
Quand’anche l’Ufficio federale di statistica abbia registrato nell’anno appena concluso un insperato aumento di fatturato di circa il 2,4%, secondo gli esperti del settore è stato l’effetto della ristrutturazione di Amazon che ha generato vendite mai registrate prima in Germania. E il commercio online, pur ritornato inferiore alle vendite al dettaglio, ha registrato un aumento di quasi l’11%.
Un’espansione del fatturato al dettaglio d’altronde non basta a mascherare le incertezze economiche generali. Il Cancelliere Friedrich Merz all’inizio dell’anno ha scritto agli alleati esortandoli a trovare la coesione necessaria per realizzare il rilancio. Quanto gli possa riuscire è ancora difficile da dire: le componenti del tripartito hanno visioni molto diverse. Basti rimarcare che il capo della Cancelleria Thorsten Frei (CDU) si è pronunciato per una revisione del contratto di governo e il capogruppo parlamentare della SPD Matthias Miersch ha replicato che si devono ancora realizzare tutti i programmi sottoscritti. La SPD, ad esempio, vorrebbe un aggravio dell’imposta di successione e tolleranza per immigrati con un impiego o prospettive di averlo, la CDU/CSU invece vorrebbe una riduzione delle imposte alle imprese e una politica di respingimenti più rigida. Mentre il governo è già stato sull’orlo del collasso con la riforma, in effetti solo abbozzata, delle pensioni.
Il Bundesverband der Deutschen Industrie, la Confindustria tedesca, non è soddisfatto “si sta facendo troppo poco a livello politico e troppo lentamente”, manda a dire. La base industriale tedesca è “in caduta libera”, ha affermato recentemente in un’intervista il presidente del BDI Peter Leibinger, la flessione della produzione industriale per quattro anni consecutivi non è “un calo ciclico, ma un declino strutturale”. Anche Helena Melnikov, amministratore delegato della Camera di commercio e industria tedesca, vede chiari segnali di deindustrializzazione: “Dal 2019, abbiamo perso 400.000 posti di lavoro solo nell’industria. Non torneranno così rapidamente e dietro di loro ci sono persone che non hanno più quel lavoro”, ha dichiarato alla ARD, sottolineando anche il numero record di fallimenti: “Perdiamo 60 aziende al giorno, che chiudono definitivamente”.
Lo Stato punta alla crescita attraverso investimenti finanziati dal debito: non solo l’industria bellica, ma anche il settore edile possono aspettarsi maggiori ordinativi. Tuttavia, senza riforme la situazione non migliorerà ammoniscono gli economisti, per i quali è indispensabile abbattere le imposte sui costi energetici e i redditi di impresa, frenare i costi salariali e gli accessori burocratici. Anche le piccole e medie imprese nell’incertezza si asterranno da nuovi progetti.
In controtendenza, peraltro, le aziende tedesche hanno registrato per il terzo mese di fila un aumento degli ordinativi e ci sono segnali positivi nella nascita di nuove start-up: secondo l’associazione di categoria nell’anno appena concluso ne sono state fondate più di 3.500 e riguardano soprattutto le tecnologie di intelligenza artificiale. Segnali che danno ossigeno al governo. Il tessuto economico tedesco, fortemente orientato alle esportazioni, trarrà anche prevedibilmente complessivamente vantaggio dall’accordo con il Mercosur.