
Le immagini che testimoniano una morte conviene che vengano utilizzate per un unico fine: l'accertamento della responsabilità dei fatti
di Rosamaria Fumarola
Il tempo fa la differenza e ciò che soltanto quattro giorni fa ci sembrava osceno oggi è cosa passata. Nella valutazione sulla questione se fosse o meno opportuno condividere il video relativo agli ultimi istanti di vita di Sara Campanella, dovremmo tener conto anche di questo dato, che si viene ad aggiungere al resto di una vicenda già complessa quale quella degli ormai troppo frequenti femminicidi.
Non più tardi di qualche giorno fa, peraltro, era stato diffuso il video del bus caduto nel Po a Torino, anche qui ritraente la morte in diretta dell’autista. Molte voci anche autorevoli difendono convintamente ed a più riprese il diritto all’informazione, secondo il principio che il cittadino sempre e comunque “debba sapere”. Su cosa poi sia questo sapere indispensabile alla vita degli italiani nessuno osa mai esprimersi.
Pare doveroso infatti diffondere immagini che riguardano direttamente la vita di sfortunate vittime, impossibilitate ormai a difendere il proprio diritto alla privacy, perché esiste un pubblico pronto a trarne sicuro beneficio e in fondo le ragioni sarebbero anche comprensibili, ma viene il sospetto che questa idea, seppur in linea di principio fondata, una volta esasperata nell’applicazione pratica rischi di perdere la sua giustezza.
Tutte le volte infatti in cui difendiamo dei diritti ritenendoli assolutamente validi, non contemperandoli cioè con le realtà in cui devono essere esercitati, il rischio di lesione della sfera della tutela altrui diventa alto e l’ottimo finisce con l’essere nemico del buono. Nel farlo notare si rischia però di passare per moralisti.
A parte la non trascurabile questione che porsi un interrogativo morale dovrebbe essere una consuetudine virtuosa con cui riacquistare familiarità, mi domando se sia io a soffrire di qualche rara sindrome che mi fa reagire con orrore alla vista della morte filmata di miei simili, inconsapevoli tanto di essere ripresi quanto di andare incontro alla morte. È la medesima reazione che mi prende di fronte a qualunque visione del rapporto di ciascuno di noi con la propria fine e questo per la ragione più semplice del mondo: pudore per la fragilità umana.
È un portato della tradizione cristiana? Il risultato di ataviche lotte per i diritti umani? Entrambi e molto altro, ma di certo non l’istinto che da sempre fa sì che di fronte alla debolezza altrui l’animale infierisca, cosa che in natura ha pure le sue ragioni, ma che in un’organizzazione sociale con proprie regole anche morali non può trovare posto, neanche in nome del diritto sacrosanto all’informazione.
In versi celeberrimi il poeta Charles Baudelaire scriveva che quando anche il nostro migliore amico ci fa visita mentre siamo sul punto di morire, ad animarlo è in extrema ratio il sollievo che a lasciare la vita non sia lui. Scandalizzarsene, questo sì, sarebbe da moralisti che non trovano il coraggio di guardare in faccia la verità della miseria di ciò che siamo. Alla morte altrui osservata per provare un brivido o peggio per provocarlo al pubblico, preferisco la finzione di un film horror; “cui prodest” infatti questo guardare dal buco della serratura la morte, che si è sostituito alla visione del sesso, ormai inflazionata da internet?
È lo stesso spettacolo dei giochi che si tenevano in luoghi quali il Colosseo e che oggi non facciamo alcuna difficoltà a giudicare come atrocità di un passato ormai remoto. È pornografia utile solo a chi decida di servirsene per questioni di audience. Non vi può essere altra ragione a sostegno della decisione di mandare in onda la morte filmata di individui impossibilitati ad esercitare una propria difesa.
Quando, come per la tragica vicenda di Sara Campanella, esistano immagini che ne diano testimonianza, conviene che vengano utilizzate per un unico fine: l’accertamento della responsabilità dei fatti, il solo scopo ad essere di una qualche utilità per restituire dignità a chi, nel momento più difficile, la dignità di scegliere non l’ha potuta avere.