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Biden vuole un molo galleggiante al largo di Gaza, così però coinvolge gli Usa nel conflitto

di Roberto Iannuzzi *

Per distanziarsi dal premier israeliano Benjamin Netanyahu, pur continuando a mostrarsi filoisraeliano, il funambolico presidente americano Joe Biden ha escogitato di costruire un molo galleggiante al largo di Gaza. Obiettivo dell’operazione è far affluire quegli aiuti umanitari di cui per troppo tempo Israele ha ostacolato l’ingresso nella Striscia, dove la situazione umanitaria è ormai catastrofica al punto che si comincia a morire di fame.

I critici del presidente hanno subito osservato che tale soluzione, in realtà insoddisfacente, denota l’ipocrisia dell’amministrazione, la quale fin dall’inizio del conflitto ha fornito a Israele armi e munizioni per condurre la propria campagna militare. Biden avrebbe numerosi strumenti di pressione – ridurre l’invio di materiale bellico, sospendere gli aiuti militari annualmente elargiti a Israele, oppure smettere di usare il potere di veto a difesa dell’alleato in sede Onu – per spingere Netanyahu a favorire l’ingresso dei camion attraverso i valichi di confine e facilitare la distribuzione terrestre degli aiuti nella Striscia, il modo più rapido e sicuro per alleviare le immani sofferenze della popolazione palestinese.

La Casa Bianca finora si è astenuta dall’esercitare il proprio potere a questo riguardo. L’equilibrismo del presidente consiste nel rimanere saldamente al fianco di Israele nella sua battaglia contro Hamas, dissociandosi però dalle conseguenze più disastrose della violentissima azione militare condotta dal governo Netanyahu. Perciò l’amministrazione, dopo aver lanciato aiuti dal cielo per una settimana (una misura tanto spettacolare quanto costosa, imprecisa e insufficiente nella loro distribuzione), ha annunciato la costruzione di un molo temporaneo per recapitare i soccorsi.

L’operazione si prospetta tuttavia ancor più costosa, e ugualmente laboriosa e incerta nei risultati. Circa 1.000 soldati americani saranno impegnati per settimane nell’assemblaggio dei moduli metallici che formeranno il molo e una strada galleggiante a due corsie, lunga 550 metri, che lo congiungerà alla terraferma. L’impresa, che costerà decine di milioni di dollari, richiederà due mesi per essere completata. Il progetto è stato sviluppato da un’organizzazione chiamata Fogbow, che include ex personale dell’esercito Usa, della Cia e dell’Usaid.

Il molo finalizzerà un corridoio marittimo che collegherà Cipro (dalle cui basi provengono anche le armi americane per Israele) a Gaza. Alla realizzazione di tale corridoio partecipano Usa, Commissione Europea, Emirati Arabi Uniti e Gran Bretagna. Il molo temporaneo sarà però gestito esclusivamente dalla marina e dall’esercito Usa. Ma il personale militare americano non si occuperà dello scarico delle merci a riva, avendo la Casa Bianca escluso che esso metta piede a Gaza. A pieno regime, il molo dovrebbe garantire l’arrivo di 2 milioni di pasti al giorno nella Striscia. I problemi logistici sono però enormi. I lunghi tempi di realizzazione si scontrano con il fatto che la popolazione di Gaza ha bisogno di aiuto immediato. A Cipro saranno sempre gli israeliani ad occuparsi dei controlli del materiale umanitario che tanti ritardi hanno provocato sulla terraferma. Quanto ai militari americani, sebbene non metteranno piede a Gaza, opereranno in una zona di guerra, potenzialmente esposti al fuoco delle parti belligeranti.

Una volta che il materiale sarà sulla spiaggia, bisognerà risolvere il rompicapo della sua distribuzione all’interno della Striscia. Gli ostacoli saranno analoghi a quelli che incontrano gli aiuti terrestri: scarsità di camion e carburante, strade in gran parte distrutte, o congestionate, inesistenza di personale che si occupi della distribuzione. Il tutto sotto la costante minaccia dei bombardamenti israeliani, che già in passato hanno colpito i convogli degli aiuti.

Nelle prime fasi del conflitto, l’attore più efficiente nella distribuzione dei soccorsi è stata la polizia di Hamas (un corpo separato dalle Brigate Izz al-Din al-Qassam, che costituiscono l’ala militare del gruppo). Ma essa è stata sistematicamente presa di mira da Israele, sebbene l’amministrazione Biden avesse chiesto al governo Netanyahu di non distruggerla per evitare che Gaza si trasformasse “in una Mogadiscio”.

Altro attore chiave nella gestione dell’emergenza nella Striscia è l’UNRWA, l’agenzia Onu per i rifugiati palestinesi, a cui tuttavia Israele ha mosso una guerra costante, e che ora vuole smantellare definitivamente. Alla luce della distruzione di ogni forma di ordine pubblico, e di ogni struttura in grado di gestire gli aiuti, è possibile che l’esercito israeliano finirà per occuparsi direttamente o indirettamente della loro distribuzione, in collaborazione con attori locali ed organizzazioni umanitarie internazionali.

Il molo temporaneo escogitato da Biden, secondo alcune fonti israeliane, sarebbe stato addirittura proposto da Netanyahu stesso, poiché contribuirebbe a sollevare Israele da un’altra responsabilità nei confronti della popolazione della Striscia, scaricandola sulla comunità internazionale. Esso tuttavia non risolve la drammatica crisi umanitaria a Gaza, la quale richiederebbe un cessate il fuoco e un intervento immediato che sblocchi gli aiuti terrestri. Pur dissociandosi a parole da Netanyahu, il presidente americano con questa scelta coinvolge ancor di più gli Usa nel conflitto, e possibilmente pone le premesse per “cogestire” con Israele la Striscia anche dopo la fine della fase bellica più violenta.

* Autore del libro “Se Washington perde il controllo. Crisi dell’unipolarismo americano in Medio Oriente e nel mondo” (2017).
Twitter: @riannuzziGPC
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