Calcio

La malattia del calcio italiano: per ora è primo nel ranking Uefa, ma domina un’altra classifica

7 su 7: l’Italia è l’unico paese con tutti i club ancora impegnati nelle coppe europee. Atalanta, Roma e Milan agli ottavi di Europa League, Fiorentina al medesimo turno di Conference, Inter, Napoli e Lazio in attesa di giocare la propria gara di ritorno valevole per i quarti di Champions League, dopo un match di andata positivo per tutte e tre (vittoria per Inter e Lazio, pari per il Napoli). L’Italia ad oggi primeggia nel ranking Uefa stagionale (per i primi due Paesi c’è in palio un posto in più nella prossima Champions) e per le italiane ci sono le premesse per un nuovo en plein di finali, come avvenne la passata stagione. C’è però una classifica dove i club di casa nostra già primeggiano a livello europeo ed è quella delle attuali sanzioni comminate dalla Uefa per il mancato rispetto del fair play finanziario. In questa particolare top 5, le posizioni dalla seconda alla quinta sono occupate da società italiane, tutte in fila dietro al Paris Saint Germain il quale, forte di proprietari che assieme sommano un patrimonio stimato in 441 miliardi di euro, può permettersi di pagare tutte le multe che vuole, basta che la Uefa (nel cui Comitato Esecutivo, vale la pena ricordarlo, è presente il suo amministratore delegato Nasser Al-Khelaifi in qualità di rappresentante dell’ECA) rimanga buona e non trasformi le sanzioni da pecuniarie in sportive.

La squadra franco-qatariota detiene il primato assoluto della più alta sanzione economica ricevuta da un club nella storia del Fair Play Finanziario: 65 milioni di euro, 5 in più del primo Manchester City dell’era Mansour (2014). Tornando all’attualità, dietro al club della Ligue 1 ci sono la Roma con 35 milioni di euro, l’Inter con 26, la Juventus con 23 e il Milan con 15. Di questi importi solo il 15% viene pagato direttamente, mentre il restante 85% è subordinato al rispetto degli obiettivi stabiliti nei singoli accordi (settlement agreements) pattuiti tra la Uefa e la società in questione. Tali accordi sono di natura triennale o quadriennale. In quest’ultimo caso – scelto da Inter e Roma – prevedono anche restrizioni sul mercato a partire dalla stagione 2022/23. Altre società non certo considerabili come modelli di gestione virtuosa quali Barcellona, Chelsea e Manchester City l’hanno sfangata grazie a exploit eccezionali nei ricavi, con tutti i dubbi del caso nel caso delle sponsorizzazionidopate” dagli emiri del City e dei trucchi contabili dei blaugrana. E grazie alle misure regolamentari anti-Covid predisposte dalla Uefa, che ha unificato il 2020 il 2021 in una sola annualità. Facile quindi immaginare, alla luce dei citati benefici, quanto erano disastrati i conti di chi è stato sanzionato.

Il quadro globale che emerge è quello di una Serie A che rimane insostenibile a causa dell’impatto troppo elevato degli stipendi sui bilanci della società, incapaci di crescere a livello di ricavi come la concorrenza europea e quindi di bilanciare i citati costi. Un trend di lungo corso del quale non si intravede un’inversione di tendenza, visto che nell’ultimo decennio i ricavi complessivi della A sono cresciuti del 60% contro l’80% della Bundesliga, il 100% della Liga e il 130% della Premier. Anzi, come emerso da un’inchiesta sui bilanci a opera di Marco Iaria sulla Gazzetta dello Sport, dal lato delle uscite il conto economico 202223 è stato il peggiore degli ultimi vent’anni (escluse le stagioni della pandemia), con un rosso di oltre 400 milioni. Era l’epoca del decreto “spalma ammortamenti” con il quale il Governo interveniva per salvare il calcio. Se oggi le istituzioni sembrano meno propense a sostenere i fabbricanti di debiti, continua a mancare la volontà di prendere atto della situazione e adottare le misure necessarie per contenere l’emorragia.

In Spagna, ad esempio, la Liga ha introdotto ormai da qualche stagione un tetto salariale dove retribuzioni, ammortamenti, indennizzi e quote di previdenza sociale non devono superare una determinata percentuale in relazione al budget a disposizione, determinata dalla stessa Liga e approvata da un’apposita autorità di convalida. Per contro, in Germania non è la filosofia dei soldi ad ogni costo a farla da padrone. E’ notizia recente che, dopo settimane di proteste in tutti gli stadi tedeschi, la DFL (la Lega Calcio Tedesca) ha deciso di abbandonare il progetto di sviluppo del sistema dei diritti tv internazionali, che prevedeva una partnership con la società di private equity CVC, legata anche al fondo saudita PIF. Ma proprio il possibile ingresso nel calcio tedesco di un attore incompatibile con il principio del 50+1 (ovvero il numero di azioni, in percentuale, che mantenere l’organizzazione no profit che controlla il club rispetto agli investitori esterni) che caratterizza la stragrande maggioranza dei club tedeschi, ha scatenato la rivolta dei tifosi.

Entrambi i casi porteranno con buona probabilità a un ridimensionamento del calcio spagnolo e tedesco a livello continentale, fatta eccezione per le tradizionali big, a favore di una maggiore sostenibilità. Concetto equivalente a una bestemmia per chi da anni è abituato a vivere al di sopra delle proprie possibilità senza pagare dazio in patria, dove i controlli sono praticamente inesistenti, mentre in Europa riceve solo qualche simpatico buffetto, perché 4-5 milioni di euro di multa (il citato 15% del settlement agreement) per società che negli ultimi quattro anni hanno perso oltre 700 milioni sono una goccia nell’oceano. Alla fine l’unica differenza tra le nostre squadre e il vituperato PSG risiede nel non poter contare – finora – su un intero stato come finanziatore. Però, rispetto ai parigini, abbiamo vinto una Conference League in più.