Scuola

La seconda bocciatura di Valditara insegna che il sovranismo a scuola non porta a nulla

I partiti guardano principalmente alle elezioni amministrative o politiche, ma ci sono anche altre elezioni da considerare. Ogni anno, per esempio, le famiglie italiane scelgono la scuola superiore per i loro figli e le loro figlie. In un certo senso votano.

Quest’anno le votazioni attraverso le iscrizioni erano molto attese perché il ministro Valditara si era molto speso mediaticamente per sponsorizzare le sue due nuove creature: il liceo del Made in Italy e la nuova filiera tecnico-professionale. Questa riforma frettolosamente approvata sotto Natale era già stata bocciata dalle scuole. Ora è arrivata anche una seconda bocciatura, forse quella più importante, cioè quella delle famiglie.

I dati ci dicono che l’architettura scolastica di Valditara si è confermata un omerico flop. Oggi appena 2.093 famiglie hanno scelto la proposta governativa, cioè un misero 1%. Non c’è stato l’affollamento dei genitori a richiedere l’iscrizione nelle poche scuole che condividono il Valditara-pensiero. Invece si è registrata una frenetica attività di alcuni dirigenti scolastici, molto servili, che non volevano dare un dispiacere all’autorità costituita.

Nel complesso un risultato politicamente abbastanza interessante. Quel 30% degli elettori che ha dato carta bianca al partito di destra-destra a cui Valditara appartiene, poi, all’atto pratico, hanno contestato le scelte ministeriali. Il popolo, tanto amato nelle rappresentazioni della destra, ha semplicemente ignorato la demagogia ministeriale. Significa che il ministro del MIM farà autocritica? Dalle prime dichiarazioni pare di no. Negare la forza dell’evidenza ormai è il tratto distintivo della destra che ci governa, anche sul fronte scolastico.

Il fallimento totale e prevedibile della proposta Valditara deriva sicuramente dal suo strampalato sovranismo autarchico. Il ministro pensa di essere un grande innovatore. Al contrario, siccome in Italia su molte cose anche nella scuola arriviamo buoni ultimi, per progredire basterebbe solo riprendere e far tesoro dell’esperienza degli altri Paesi.

Prendiamo il caso degli ITS Academy, i nuovi corsi biennali di alta formazione post-diploma di Valditara e vediamo come è la situazione in Europa. Nel 2021 in Europa si contavano 18,5 milioni di studenti e studentesse, 1,4 milioni dei quali frequentavano corsi biennali di formazione professionale. Nel contesto europeo questo tipo di alta formazione professionale interessa appena il 7% del totale degli studenti, una quota piuttosto modesta.

Guardando ancora ai dati, emerge anche un secondo elemento da considerare. Gli unici Paesi a dare molto spazio ai cicli brevi sono la Spagna e la Francia, che raccolgono insieme più di un milione di studenti. Quindi non esiste un modello europeo, ma essenzialmente un modello francese e un modello spagnolo.
A quale dei due il ministro Valditara si è ispirato? Non è dato saperlo.

In effetti, uno dei vistosi limiti delle proposte ministeriali nostrane, su questo come su altri punti, è che il ministro non ci dice mai qual è il suo schema generale di riferimento. Forse vuole vantare un’improbabile originalità. Un modello possono essere i BTS francesi (Brevetti di Tecnico Superiore) che offrono 88 corsi e coinvolgono circa 250.000 studenti (oggi gli ITS italici ne coinvolgono appena 20.000). Questi corsi coprono quasi tutti i settori economici come la comunicazione, la sanità, il turismo, la tecnologia, la meccanica e molti altri ancora. In Spagna troviamo scuole post-universitarie simili che formano i tecnici superiori con una ampia articolazione di qualifiche.

Due sembrano essere le caratteristiche principali del modello francese e spagnolo. La prima è l’età di ingresso stabilita in diciotto anni. La seconda è il pieno inserimento di questi percorsi nella struttura formativa universitaria pubblica. È lo Stato che gioca un ruolo essenziale nel definire finalità e modalità organizzative, mentre spetta ai privati dare il necessario apporto professionale.

Se guardiamo agli Stati Uniti il quadro è molto simile anche se i costi salgono notevolmente. Molti studenti americani fanno un primo passo universitario nei Community College che coprono il 40% di tutta l’offerta formativa post-secondaria (9 milioni di studenti), durano in genere due anni e offrono una formazione professionale.

In definitiva, uno sguardo internazionale ci dice che l’esperienza formativa professionale universitaria non si può improvvisare sotto Natale. Per creare un contesto formativo duraturo ed efficiente occorrono alcune condizioni che la riforma Valditara ha palesemente fatto mancare, dai finanziamenti ai programmi. Per ora rimangono solo i fantasiosi titoli dei corsi ITS, che sono molto spesso puri prodotti di fantasia che vanno ad alimentare un settore della formazione professionale, che, se non ben sorvegliato, diviene una pura rendita per professionisti di serie B a carico dello Stato o dei corsisti.

La riforma Valditara bocciata anche dalle famiglie ha sprecato un’occasione per confrontarci con le migliori pratiche europee. Anche in questo caso il sovranismo si è dimostrato del tutto inutile, se non dannoso per la scuola italiana.