Società

Rhomeless, la Capitale dei senzatetto: il declino assunto come condizione inevitabile

Qualche sera fa, a Roma, ritornavo a tarde ore da Prati verso il centro. A dire il vero non volevo affatto rientrare, ma andare un poco alla deriva (donc déborder?), approfittando del fatto che la città fosse decisamente meno affollata che durante il giorno. Da Ottaviano infilo Piazza San Pietro. Uno dei tanti luoghi di fatale bellezza che una sorta di indigestione mediatica preventiva rende drammaticamente inesperibili. Come ascoltare la celebre aria di Bach (leggo da un commento sotto un’ottima esecuzione: “Sentita per la prima volta come sigla di Superquark, piace un casino anche a mio figlio. Forza Brasile sempre!”. Appunto…).

Prima di addentrarmi oltre le transenne che sbarrano il passaggio, selezionando i varchi per una folla assente, seguo, sul lato esterno, la fila dei rifugi dei senzatetto: pericolanti tettoie di cartone e moltissimi iglù sgualciti, incastonati nell’intercolumnio come sulle claustrofobiche piazzole di un campeggio dal fondo di marmo. A Roma si vedono ovunque: a Termini, nel dedalo di viuzze vicino a Largo Argentina, a San Lorenzo, nella zona poi parzialmente sfollata di viale Pretoriano sotto le Mura Aureliane, qualcuno perfino intorno al Colosseo…

“Rhomeless”, come è stata chiamata, è una città dove 16mila persone sono costrette a vivere per strada mentre ci sono 35mila abitazioni sfitte. A San Pietro il fenomeno impressiona maggiormente per il contrasto con la magnificenza del contesto: l’iconica imponenza del luogo di fede – peraltro di un culto che, almeno a parole, mette al centro la pietà per gli ultimi – e la condition inhumaine dei disperati accampati sul perimetro della piazza.

Eviterei ogni litania buonista e anche di porre la questione secondo la prospettiva della – pur lecita e forse doverosa – indignazione civile che questa situazione dovrebbe sollevare. La scandalosa tendopoli, penso, è anzitutto il segno di una modernità fallita. Quella miseria accettata rappresenta anche la nostra assenza di futuro. Una società che – tacitamente e cinicamente – tollera che un numero così considerevole degli individui che la compongono sia escluso dal cosiddetto ‘benessere’ è una società in regresso, che pensa le proprie risorse come limitate. E dove quindi, sulla volontà politica emancipatrice che guarda al miglioramento complessivo delle condizioni di vita, prevale la difesa della propria ‘roba’, che si concepisce sempre a scapito di qualcun altro: il ‘competitor’ su cui, per guadagnare la propria posizione e presidiarla, è tragicamente necessario prevalere. Come se vivessimo ancora in un’atavica società della penuria, stato di natura dove la scarsità delle risorse giustificherebbe un “homo homini lupus”.

L’incapacità di includere quei senzatetto è il segno di un declino assunto come condizione inevitabile: “il nichilismo come stato normale”, è stato profeticamente detto. E d’altra parte l’Occidente ha smesso di poter essere eretto a modello di sviluppo quando, come dimostrano numerose analisi economiche (Piketty ma non solo) ha smesso di essere il luogo dove, al netto di tutte le ingiustizie e le contraddizioni riscontrabili, si assisteva comunque a una graduale uscita dall’indigenza di un numero sempre maggiore di persone. Mentre almeno dalla caduta del Muro, ma è un processo che inizia embrionalmente già alla fine degli anni Settanta, è vero esattamente il contrario. Non più, come sosteneva Bacone, “il denaro […] come un fertilizzante, non buono se non diffuso”, ma la dittatura antieconomica del cosiddetto 1% che possiede grossomodo la metà della ricchezza mondiale.

L’accanimento contro i poveri supposti fannulloni da sofà, la retorica del merito, come se la scalata sociale fosse veramente una possibilità a tutti aperta e non effetto del censo o variabile impazzita che riconosce più il conformismo che il talento, più l’arrivismo che le idee – tutto questo oltre a un mondo fraudolento e cafone, astioso e continuamente votato alla sopraffazione gradassa in stile briatoriano – è il sintomo di una società in contrazione dove la sopravvivenza dev’essere concepita come predominio di chi vince e derelizione di chi perde.

Agli arroganti del sopruso come disposizione umana naturale bisognerebbe spiegare che non solo la coperta è corta come quelle che usano i mendicanti per proteggersi dal freddo, ma pure che a forza di risciacqui, simili a quelli quotidianamente praticati per mondarsi la coscienza, tende ad accorciarsi ulteriormente. Oggi state coperti; domani, se tutto va a scatafascio, potreste incominciare ad avere freddo, molto ma molto freddo…