Cinema

‘Yannick’, ovvero quando Mr. Oizo decise di sfondare la quarta parete

Con lo pseudonimo Mr. Oizo ha pubblicato 8 album in studio a partire dal 1999. Musica elettronica. Qualcuno ricorderà Flat Beat, singolo di fine millennio con il pupazzetto giallo che sbancò ovunque: era Flat Eric. Una sua creatura. Parallelamente il francese Quentin Dupieux, questo il suo vero nome, ha girato una dozzina di film. Uno più dissacrante dell’altro. L’ultimo in arrivo da noi in Italia è Yannick – La rivincita dello spettatore. Un teatro parigino, oggi. Un pubblico esiguo assiste a un dramma di corna tra tavolo e cucina, ma uno spettatore, seccato dallo spettacolo fiacco, si alza e s’intromette criticando il tutto in maniera pungente. Il dialogo tra lui e gli attori in scena diventa surreale. Poi una pistola, un sequestro e una riscrittura oltre ogni ipotizzabile confine disegnerà nel giro di un’ora e sette minuti questa commedia psicodrammatica più feroce del suo protagonista. Yannick, appunto.

Gli dà vita Raphaël Quenard, attore di Grenoble che ha già lavorato in precedenza con Dupieux, e qualcuno potrebbe ricordarlo nel recentissimo Jeanne du Barry con Johnny Depp. Ma non divaghiamo. Questo attore trentaduenne incarna il disagio, la tragica autorironia e la rabbia sommessa di un lavoratore maltrattato. Si dichiara guardiano notturno, si lamenta di girare Parigi per ore con i mezzi anche per arrivare in teatro. Potrebbe sembrare uno smorzato Michael Douglas che non ce l’ha fatta neanche a comprarsi un’auto per poter poi sbroccare nel traffico in questo giorno di ordinaria follia. Ma tutto teatrale e tutto europeo.

Dupieux si diverte a sfasciare la quarta parete, la famosa linea sacra e invalicabile tra pubblico e palcoscenico. Non gli interessa il dietro le quinte, né si limita a far cadere il sipario. No. Lui rende questo pazzo spettatore un eroe spurio, un uomo da marciapiede alieno dominatore in un tempio dell’arte, un tenero arrogante, un ignorante sotto sotto vanesio ma allo stesso tempo, facendo paradossalmente il giro verso un’assurda saggezza. Ogni sospiro di questo attore costituisce il singolo, specifico inciampo che l’autore vuole somministrare a noi, al pubblico vero. Così le sue profanazioni teatrali diventano molteplici in forma e sostanza.

Dupieux ci ha abituati a una filmografia picaresca, sovversiva con le regole del cinema e della società, completamente folle, un po’ come un Lars von Trier d’annata, ma pieno d’ironia, voglia di giocare e sorridere, sagacia sempre ben travestita da demenzialità, tutto miracolosamente miscelato in equilibri impossibili tra lucidità e grottesco, tra composizione e deflagrazione. Sfide continue e sempre insolite nel suo cinema, che lo scorso anno i Cahiers du Cinema hanno analizzato approfonditamente. Dal 18 gennaio questo strano, pazzo, irritante, tragico e divertentissimo film arriva nelle sale italiane con I Wonder Pictures. Sì, quelli di The Whale. Se lo sono accaparrato per l’Italia nell’estate del 2023 al Festival di Locarno, quando ha vinto lo European Cinemas Label Award.

Capovolge i ruoli, strapazza i suoi attori l’autore, si serve di tre spalle incredibili che simboleggiano il senno e la sofferenza dell’arte e degli uomini. Sono Blanche Gardine, Pio Marmaï e Sébastien Chassagne. Tutti e tre nel doppio ruolo di attori in scena e loro personaggi interrotti come un brutto coito. E poi c’è la passività imbambolata, spaventata, impietrita del pubblico come fosse tutto un mostruoso reality. Mentre noi seduti al buio in sala, a parteggiare per chi poi? È questa la scoperta che ogni spettatore farà a modo proprio di fronte a questo film che sbeffeggia anche la catarsi dell’applauso.

Se con Mandibules Dupieux aveva messo in scena una mosca gigante puntando sul disgusto, con Doppia pelle aveva giocato con l’idealtipo del serial killer, e ancora con Fumare provoca la tosse accroccava allegramente una satira sul mondo del tabacco a quello dei cinecomics, qui in Yannick muove il suo ometto uno, nessuno e centomila portandolo dall’anomia al protagonismo assoluto e totale. Oggi con faciloneria si direbbe “un cinema divisivo”. Invece si tratta di cinema estremo che non conosce compromessi, che provoca, spintona le sensibilità, ma sottotraccia ci spinge a esplorare, non a dividere, e se sarete capaci di unire i punti vi dirà ben più di quel che sembra.