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Solo gli italiani potevano rieleggere uno come Berlusconi? Trump dimostra il contrario

di Leonardo Botta

La vittoria, o meglio il trionfo di Trump ai caucus dell’Iowa, stracciando i suoi avversari con oltre il 50% dei voti, oltre a dare il la alla vittoria del tycoon alle primarie repubblicane (e forse alle successive elezioni americane) forse chiude le porte a una narrazione che nel corso degli anni si era affermata nel nostro paese, che riguarda il suo, per molti versi omologo italiano, Silvio Berlusconi.
Si era sempre affermato (almeno tra gli opinionisti critici) che l’ascesa e la conservazione del potere per tre legislature, ancorché non consecutive, da parte dell’ex cavaliere nonostante le tante controversie che lo riguardavano, fosse circostanza a cui solo in Italia si fosse mai assistito e a cui si sarebbe potuto assistere. Un uomo dai mille conflitti d’interesse, dalle leggi ad personam e dai comportamenti non propriamente degni di un uomo di Stato sotto il profilo penale e morale, non avrebbe mai potuto, in qualsiasi altro paese del mondo “avanzato” conoscere tali successi, politici oltre che imprenditoriali.

Ebbene, la vicenda Trump dimostra l’esatto contrario: la nazione più potente dell’Occidente democratico si avvia verso la probabile rielezione di un politico e imprenditore che una ne ha pensata e cento ne ha fatte (lo dimostrano i molti casi giudiziari che lo coinvolgono e lo sconcertante, eversivo comportamento da lui mostrato in occasione dell’assalto a Capitol Hill di tre anni fa, all’indomani della sua sconfitta contro Biden).

Certo, questo scenario viene fortemente favorito dalle debolezze dell’attuale inquilino della Casa Bianca, che oggettivamente mostra meno appeal di un frigorifero senza corrente. Ma rappresenta, a mio avviso, la cartina di tornasole del forse irreversibile cambio di paradigma politico che le nostre società stanno vivendo, imperniato sui più avanzati canoni populisti che la storia recente abbia mai conosciuto. Lo stesso fortissimo consenso che hanno conosciuto il successivo leader del centro-destra italiano dopo Berlusconi, Salvini (prima del “suicidio” politico del Papeete) e per certi versi la stessa, invero molto scaltra presidente Meloni, provano che oggi più delle idee e delle abilità politiche di un leader contano forse la sua retorica e propaganda.

Temo che dobbiamo esser pronti a vivere un lungo periodo in cui vedremo assurgere, agli onori della cronaca politica e del consenso tra i cittadini, personaggi che, più che essere bravi e competenti, “sanno spararla grossa”; è in questo solco che si profila una brillante carriera politica per il generale Vannacci e il sindaco di Terni Bandecchi; mentre, sull’altra sponda politica, i due esponenti che meglio hanno incarnato o incarnano questo spirito sono a mio avviso Matteo Renzi (di cui ricordiamo la travolgente escalation, culminata con il 41 percento delle europee 2014, e la successiva rovinosa caduta) e Vincenzo De Luca, ai quali pur le competenze non mancano.

Da sostenitore convinto del maggioritario, mi duole dirlo: oggi politici sopraffini dai comportamenti e dal linguaggio signorili della prima Repubblica a sistema elettorale proporzionale, come De Gasperi, Einaudi, Moro, Berlinguer, forse non se li filerebbe nessuno.

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