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Gaza paga il prezzo di una comunità internazionale debole e contraddittoria. Subito un cessate il fuoco

Nell’ultima settimana si sono tenute due votazioni importanti alle Nazioni Unite: una in seno al Consiglio di Sicurezza e l’altra all’Assemblea Generale.

Il primo è stato convocato venerdì scorso dal segretario Onu Antonio Guterres, invocando l’articolo 99 della Carta delle Nazioni Unite – cosa che non succedeva da decenni – dato il caos che ha travolto il sistema umanitario internazionale e mentre il conflitto tra israeliani e palestinesi a Gaza minaccia seriamente pace e sicurezza internazionale. Si auspicava che fosse dichiarato un cessate il fuoco umanitario, ma l’esito negativo del voto, in seguito all’esercizio del diritto di veto da parte degli Stati Uniti, ha minato ulteriormente la loro credibilità in tema di diritti umani.

La votazione all’Assemblea Generale, nella sua decima sessione speciale di emergenza, ha invece visto approvate le tre richieste contenute nella risoluzione: cessate il fuoco umanitario immediato; tutte le parti rispettino i loro obblighi di diritto internazionale; rilascio incondizionato di tutti gli ostaggi e garanzia di accesso umanitario. È la seconda volta in poche settimane che l’Assemblea adotta una risoluzione di questo tipo: la prima è stata il 27 ottobre e l’esito è stato di 120 voti a favore, 14 contrari e 45 astensioni. Martedì scorso lo ha fatto con 153 voti a favore, 10 contro (tra cui Israele, Usa, Austria) e 23 astenuti (tra cui Italia, Germania, Olanda, Romania, Gran Bretagna e Ucraina).

Cosa ci dicono queste due votazioni all’Assemblea? Che il consenso internazionale è aumentato intorno alla richiesta di un cessate il fuoco.

Ma se le mettiamo in relazione con gli esiti delle votazioni nel Consiglio di Sicurezza il significato purtroppo è un altro. Ovvero: il mondo chiede a larghissima maggioranza il cessate il fuoco, ma le potenze con diritto di veto antepongono le alleanze politiche al rispetto di diritto internazionale, dei diritti umani e della vita dei civili. In nome di un uso discrezionale, basato sui doppi standard, del ruolo che esercitano. Intendiamoci bene, a seconda delle crisi la dinamica rimane la stessa, cambiano solo le combinazioni degli attori a cui riferirsi.

Ecco perché si rende ormai necessaria una riforma del sistema di governance delle Nazioni Unite, per provare a coprire la voragine che esiste nella cruda, sanguinosa e sempre più pericolosa realtà degli eventi. Tanto le crisi protratte quanto quelle insorgenti creano bisogni sempre più difficili da fronteggiare, mentre la capacità di risposta della comunità internazionale per preservare “il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”, si rivela meno efficace e tempestiva.

Riguardo la crisi attualmente in corso, l’Italia purtroppo non solo non ha saputo darsi una propria linea rispetto alle scelte Usa, ma ha anche mostrato meno convinzione e dialettica. In entrambe le votazioni infatti si è astenuta con un solo argomento: perché le risoluzioni mancavano di chiari riferimenti di condanna, per quanto compiuto dai gruppi armati palestinesi il 7 ottobre scorso. Se tale approccio poteva risultare comprensibile, ma non giustificabile nel momento della prima votazione, appare ora insensato dopo più di due mesi, rinunciando a mandare un messaggio politico forte sul porre fine alle sofferenze della popolazione civile (oltre tutto su una risoluzione non vincolante come quelle dell’Assemblea): dopo oltre 18.400 morti, di cui 7.729 minori e 5.153 donne, 52.000 unità abitative distrutte e 253.000 parzialmente danneggiate, 1,9 sfollati interni, una intera popolazione che rischia di morire di stenti, senza acqua, cibo, cure sufficienti, elettricità, carburante o sotto i bombardamenti indiscriminati dell’esercito israeliano.

Insomma una linea del tutto inadeguata per chi dal campo, assiste quotidianamente allo svilupparsi del conflitto e dei sui effetti, tanto da far dire a Martin Griffith, Sottosegretario generale per gli Affari umanitari e Coordinatore degli aiuti di emergenza, che “la situazione a Gaza è apocalittica”.

È per questo che nei giorni scorsi Oxfam, insieme ad altre 13 organizzazioni e 2 reti di ong, ha proiettato a Castel Sant’Angelo la richiesta di “Cessate il fuoco” e inviato una lettera alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni e al ministro degli Affari Esteri Antonio Tajani. Abbiamo chiesto loro un incontro, perché tutti insieme ci auguriamo che anche l’Italia sia fautrice di quel cessate il fuoco indispensabile per porre fine a morti e sofferenze, s’impegni a organizzare una risposta umanitaria coordinata e adeguata ai bisogni della popolazione civile, favorisca la ripresa delle trattative per la liberazione di tutti gli ostaggi e il pieno accesso agli aiuti umanitari e alle cure mediche. Soprattutto prenda finalmente un posto in prima fila tra quei Paesi pronti a dialogare per facilitare una soluzione politica del conflitto.

Purtroppo però le dichiarazioni della premier Meloni in Parlamento – prima del Consiglio Ue – non hanno fatto nessun riferimento alla necessità impellente di un cessate il fuoco duraturo, cosa ben diversa dalla tregua temporanea nuovamente invocata.

Infine ricordiamo a Meloni, che anche l’ipotesi di una soluzione che preveda “due popoli e due stati”, richiamata sempre in Senato, non potrà realizzarsi senza la rimozione del principale ostacolo: la presenza delle colonie israeliane in Cisgiordania, Gerusalemme est compresa, e la loro politica di espansione finalizzata ad un’annessione di fatto del territorio palestinese. Una politica illegale, secondo il diritto umanitario internazionale.

La petizione: nessuna risposta umanitaria significativa potrà esserci senza un immediato cessate il fuoco. Per questo Oxfam ha lanciato un appello urgente al governo italiano e ai leader europei a cui si può aderire a questo link.