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Lombardia, i dati confermano ‘l’intensa attività di bracconaggio’ ma Lega e FdI fanno l’ennesimo regalo ai cacciatori. M5s: ‘Incostituzionale’

Se c’è un merito di cui va dato atto alla nuova legislatura in Regione Lombardia è la pervicacia con la quale due partiti su tutti – Lega e Fratelli d’Italia – stanno soddisfacendo le istanze di uno zoccolo duro del loro elettorato: i cacciatori. Pochi giorni fa è stata approvata la legge regionale 4/2023 e non è difficile immaginare che tra brindisi e sfregamenti di mani sia stata data una bella lubrificata ai fucili migliori. La ragione è che la legge contiene una serie di favori alle doppiette. Il più atteso è quello che rende più complicati i controlli sugli uccelli utilizzati come richiami vivi (per la gioia delle valli bresciane e bergamasche). Altri favori riguardano le norme sui capanni, che di fatto potranno essere costruiti a ridosso di aree protette (Rete Natura 2000) o addirittura all’interno (zona Alpi). Sul primo è persino intervenuto il governo, intimorito dalla piega che stava prendendo la legge prima del via libera definitivo, con tanto di lettera del capo di gabinetto del ministero dell’Ambiente indirizzata al governo Meloni e conseguente carteggio tra Palazzo Chigi e Palazzo Lombardia. E a stridere, con quanto sta accadendo a livello politico, c’è la conclusione dell’operazione Pettirosso, quella grazie alla quale ogni anno i carabinieri forestali specializzati nell’anti-bracconaggio (Soarda) fanno avanti e indietro lungo le valli lombarde. Ebbene, in pochi giorni hanno denunciato 123 persone (tra cui il promotore della legge regionale di cui si parla, il consigliere di FdI, Carlo Bravo) e ne hanno arrestate due. Ma andiamo con ordine.

“La legge è incostituzionale”, ma la Regione tira dritto – La commissione Agricoltura, guidata dal cacciatore Floriano Massardi (Lega) e dal già citato Bravo, ha lavorato dal primo giorno dell’insediamento con un obiettivo: rendere più difficili i controlli sugli anellini inamovibili dei richiami vivi. I richiami vivi sono uccelli, allevati in cattività per conto dello Stato, a cui sono posti dei sigilli identificativi in metallo, e che vengono utilizzati dai cacciatori per “richiamare” altri uccelli (per lo più migratori), che così vengono uccisi. In che modo lo hanno fatto? Mettendo in piedi alcune norme – con la modifica della legge 26/93 – che introducessero, al posto di anellini in metallo, fascette di plastica. Che, per la natura della propria struttura, sono facilmente manomettibili. Per le associazioni ambientaliste, con Lac, Wwf e Cabs in testa, lo scopo – tra gli altri – è concedere una sanatoria ai cacciatori che detengono illegalmente uccelli, utilizzati come richiami vivi, provenienti da catture.

Proprio su questo punto è intervenuto il ministero dell’Ambiente, che ha definito le prime modifiche apportate alla legge regionale 2/23 “costituzionalmente illegittime”. A quel punto l’assessorato lombardo all’Agricoltura, guidato da Alessandro Beduschi, ha cercato di correggere il tiro ma la legge regionale approvata, nei fatti, ha sovvertito le indicazioni del Mase; così si è arrivati alla definizione di un testo che, anziché escludere del tutto le fascette di plastica, le ricomprende tra i contrassegni validi.

Il rischio di procedura d’infrazione Ue – Come anticipato, l’altro favore della Regione riguarda i capanni adibiti alla caccia da appostamento. E qui i punti controversi sono più d’uno. Per prima cosa, la legge consentirà alle doppiette di non dover ricorrere alla procedura di valutazione d’incidenza “per il rinnovo degli appostamenti esistenti” all’interno di aree di protezione speciale, create dall’Ue, cioè i siti Natura 2000. Per i nuovi capanni si dovrà ricorrere alla valutazione d’incidenza solo se all’interno dei siti o all’esterno del raggio di cento metri. Da qui in poi, in pratica, c’è una sorta di liberi tutti. Ma le maglie si allentano anche per i nuovi capanni posti nella cosiddetta zona Alpi. Per quanto riguarda il primo aspetto, l’ipotesi – piuttosto solida – è che la normativa si scontri con la direttiva Habitat dell’Unione europea, che dispone che “qualsiasi piano o progetto non direttamente connesso e necessario alla gestione del sito ma che possa avere incidenze significative su tale sito […] forma oggetto di una opportuna valutazione dell’incidenza che ha sul sito, tenendo conto degli obiettivi di conservazione del medesimo”. Il secondo aspetto, invece, andrebbe a confliggere con la legge nazionale sulla caccia, la 157/92.

Per queste ragioni il Movimento 5 stelle lombardo ha inviato una lettera al governo e al commissario europeo all’Ambiente, Virginijus Sinkevičius, perché l’esecutivo impugni la legge regionale. “Abbiamo scritto a Meloni per segnalare tutte le violazioni costituzionali – dice la consigliera M5s Paola Pollini – denunciamo un vero e proprio raggiro delle basilari norme a tutela e protezione della fauna e che il governo italiano ha avallato nel silenzio. Basti solo pensare che a settembre, il ministero dell’Ambiente informava Palazzo Chigi che la nuova norma regionale sulle ‘fascette di plastica’ era palesemente incostituzionale. Dopo uno scambio di bozze e correzioni, il nuovo testo dell’articolo non prevede più l’obbligatorietà della sostituzione degli anelli con le fascette, ma la possibilità che ciò avvenga. Questa nuova definizione – continua Pollini – è letteralmente una presa in giro. È evidente che l’intento è quello della totale sostituzione dell’unico contrassegno legale (l’anellino in metallo e numerato) con un contrassegno in plastica facilmente alterabile, per la gioia dei bracconieri.

E ancora: “Ci chiediamo come interpreteranno la norma i giudici ordinari, quando si troveranno di fronte agli innumerevoli casi di manomissione o assenza di un anellino di metallo e la contemporanea presenza di una fascetta di plastica. Chi avrà ragione? L’anellino di metallo, l’unico contrassegno legale previsto dalla norma nazionale e universalmente riconosciuto, o la fascetta voluta dai consiglieri del centrodestra? Abbiamo segnalato altri aspetti che potrebbero favorire i bracconieri – conclude – tra cui quelli sull’installazione di capanni da caccia nelle riserve e siti Natura 2000, quelli che consentono a un capannista di sparare in qualunque capanno della Regione senza chiedere permesso a nessuno, quelli che consentono di installare capanni nelle zone di maggior tutela delle Alpi, infine quelli che consentono la caccia in forma vagante, anche dove è proibita”.

Operazione Pettirosso: intensa attività di bracconaggio – E fin qui si è parlato di ciò che accade nelle stanze della politica, tra Milano e Roma (e probabilmente Bruxelles). Poi ci sono i fatti. E soprattutto i numeri, in grado di raccontare ciò che accade fuori dai palazzi. In questi giorni si è conclusa l’operazione Pettirosso dei carabinieri forestali, coordinati dal reparto operativo Soarda e dal raggruppamento Cites, proprio in Lombardia. Al termine della loro attività, i militari parlano di “intenso bracconaggio che ha gravi ripercussioni sui sistemi ecologici”. Qui “l’avifauna è molto ricercata dai ristoranti locali perché ingrediente indispensabile per piatti tipici come la famosa ‘polenta e osei’ e ‘lo spiedo’. È frequente anche il consumo casalingo. La seconda ragione è sia commerciale che amatoriale: si ha immissione sul mercato di esemplari catturati in natura e inanellati abusivamente con modalità spesso cruente per essere poi destinati principalmente all’uso come richiami vivi, ma talvolta anche a voliere con finalità riproduttive od ornamentali”.

Ed ecco i risultati: 123 persone denunciate per reati contro l’avifauna selvatica e due arresti per detenzione di arma clandestina e sostanze stupefacenti, 3564 uccelli sequestrati (di cui 2131 già morti) – tra cui numerose specie non cacciabili e specie particolarmente protette – “tutti catturati o abbattuti in modo illecito”. Sequestrati anche 1338 dispositivi di cattura illegale, 75 fucili e 4055 munizioni. I reati principali: furto aggravato di fauna selvatica (bene indisponibile dello Stato), ricettazione, contraffazione di pubblici sigilli, uso abusivo di sigilli destinati a pubblica autenticazione, maltrattamento e uccisione di animali, detenzione non consentita di specie protette e particolarmente protette, uccellagione, esercizio della caccia con mezzi vietati, porto abusivo di armi e munizioni, detenzione a fini di spaccio di sostanze stupefacenti. Tra i denunciati, come rivelato da ilFattoQuotidiano.it, anche il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Carlo Bravo.

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