Diritti

“Della violenza sulle donne con disabilità conosciamo solo la punta di un iceberg. Manca il vocabolario culturale per raccontare le nostre vite”

Sono tanti i dati che non abbiamo quando si parla di violenza contro le donne. Tra questi sicuramente ci sono quelli che riguardano abusi e violenze subite dalle donne con gravi disabilità. L’ultima indagine ISTAT in proposito risale al 2014, secondo la quale sono circa 4 su 10 delle intervistate ne sono state vittima. Dal report emerge inoltre che le donne disabili sono più spesso vittime di violenza sessuale, hanno più difficoltà ad essere credute, hanno anche meno strumenti a disposizione per salvarsi e poter denunciare.

“Ancora oggi colpevolmente non vengono raccolti dati disaggregati per genere e disabilità relativi alle vittime di violenza, con la grave conseguenza che non si conosce la portata del fenomeno e le istituzioni non riescono a intervenire efficacemente” denuncia a ilfattoquotidiano.it Sara Carnovali, avvocata e Ph.D. in Diritto costituzionale. E’ stata Consulente tecnico-giuridica presso la Commissione XII (Affari sociali) durante la XVIII Legislatura, già componente dell’Osservatorio nazionale sulla condizione delle persone con disabilità, consulente legale in materia di Diritto antidiscriminatorio e Diversity & Inclusion. “Questo avviene nonostante le indicazioni fornite da tutti gli studi di settore sulla disabilità” evidenzia Carnovali. Sono disattesi i richiami del Gruppo di esperti indipendenti (Grevio) della Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica (Convenzione di Istanbul) che ha il compito di vigilare e valutare, attraverso rapporti periodici forniti dagli Stati, le misure adottate dalle parti contraenti ai fini dell’applicazione della Convenzione stessa. “Solo l’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad) ha realizzato nel 2022 un’analisi su alcuni reati spia della violenza di genere nel periodo pandemico, attingendo dalla Banca dati delle forze di polizia (Sdi): maltrattamenti in famiglia, violenza sessuale e stalking” spiega Carnovali, autrice anche della monografia Il corpo delle donne con disabilità. “Da questi dati della Sdi risulta che maggiormente colpite sono le donne con disabilità cognitiva e si tratta quasi sempre di “violenza nelle relazioni strette” ad opera di familiari, conviventi, ex partner, caregiver o operatori sanitari. C’è una difficoltà di descrizione del fenomeno, perché i dati non vengono raccolti nel modo corretto”.

Qualcosa è possibile fare per contrastare il fenomeno che colpisce di più le donne con disabilità. “Innanzitutto, bisognerebbe che le rilevazioni statistiche del ministero dell’Interno e quello della Giustizia tenessero conto anche della variabile disabilità, oltre che del genere. A questo proposito – continua Carnovali – la legge n. 53 del 2022 è stata un’occasione persa (tra l’altro mancano ancora i decreti attuativi ndr): è prevista la raccolta dati disaggregata per diversi fattori, tra i quali non compare mai la disabilità. Ciò che non è rilevato statisticamente rimane sommerso, con grave violazione dei diritti umani”. Per non parlare del tema dell’accessibilità ai servizi antiviolenza non sempre riconosciuta. “Dalla recente indagine Istat “Sistema di protezione per le donne vittime di violenza”(2021-‘22) emerge che molti servizi antiviolenza non accolgono donne con disabilità”, evidenzia l’esperta. “La mancanza di accessibilità è infatti una discriminazione diretta, ai sensi dell’articolo 4 della Convenzione di Istanbul”.

Anche secondo Francesca Arcadu, giornalista e fondatrice del Gruppo Donne UILDM nazionale, serve “un potenziamento degli studi su un fenomeno ancora troppo sommerso”. “Occorre raccogliere esperienze”, dice l’attivista, “ascoltare i racconti delle donne con disabilità, promuovere strumenti di monitoraggio per la rilevazione e l’emersione della violenza sulle donne con disabilità. I dati finora raccolti in Italia sono antiquati e non forniscono la fotografia esatta del fenomeno. Ciò che conosciamo, però, è la punta di un iceberg, il cui grosso rimane sommerso perché inascoltato”. Ma non solo: “Il secondo punto è quello della formazione di tutte le figure che ruotano intorno alle donne con disabilità”. Ed è “necessaria inoltre la formazione mirata del personale che opera nei Centri Antiviolenza e delle Case Rifugio”. Dice Arcadu, “la doppia discriminazione di cui sono oggetto le donne con disabilità, invisibili in quanto donne e disabili, credo sia alla base di qualsiasi tipo di stigma ed esclusione. I nostri corpi e le nostre identità vengono quasi sempre relegati all’ambito sanitario come soggetti passivi e incapaci, bisognosi di interventi che non tengono conto delle nostre aspirazioni, qualità, potenzialità. La sistematica “invisibilità” a cui siamo sottoposte, come donne e persone con disabilità, crea il cortocircuito attraverso il quale ciò che non viene nominato non esiste. Occorre invece parlare dei nostri corpi, mostrarli, rendere trasversale la nostra immagine ai temi di qualsiasi donna, come il lavoro, realizzazione di sé, maternità e famiglia, sessualità e relazioni umane”.

Tra gli aspetti problematici, c’è anche il come il sistema mediatico si occupa del tema. “I media sono ancorati a una visione stereotipata o pietistica della disabilità secondo l’equazione disabilità uguale sofferenza. Manca un vocabolario culturale necessario per poter raccontare le nostre vite. Manca inoltre la consapevolezza che possiamo essere vittime di violenza, quella psicologica su tutte. C’è una sorta di processo di rimozione collettivo della disabilità da tutto ciò che non riguardi strettamente l’ambito della malattia, come se fossimo unicamente il nostro deficit. Il ruolo della comunicazione è fondamentale per far conoscere il tema, far passare dei messaggi e offrire momenti di riflessione. Per fare questo, però, anche il mondo del giornalismo deve formarsi, acquisire un nuovo sguardo, liberarsi dai pregiudizi”. E in questo processo le associazioni e i singoli attivisti svolgono un ruolo fondamentale: “Devono riapproprarsi della narrazione delle loro vite”, chiude Arcadu. “L’attivismo, anche nel mondo della disabilità, sta vivendo una stagione molto interessante grazie ai social, capaci di veicolare il nostro messaggio facendolo arrivare a platee molto ampie. La consapevolezza, però, è quella che nessun diritto apparentemente acquisito sia salvo, quindi occorre lottare e presidiare”. E per questo “è fortemente necessario inserire il tema della disabilità all’interno delle questioni di genere. Sarebbe sufficiente prevedere un’attenzione costante al tema della disabilità all’interno di tutti i progetti che riguardano la violenza sulle donne, dalla raccolta dei dati, all’accessibilità dei centri antiviolenza e delle case rifugio, alla formazione degli operatori”.