Cultura

I teatri vanno ostinatamente amati e conservati. Il Regio di Torino ne è un esempio

I teatri sono i templi laici della cultura e della bellezza, uniscono il valore dell’architettura, della civiltà e la storia. Ogni teatro che chiude e che viene riconvertito in un centro commerciale, garage ma anche biblioteca, è una sconfitta per il territorio in cui insiste.

Ultimamente sono stata al San Carlo di Napoli e al Regio di Torino, due realtà molto diverse, antitetiche: una conservazione attenta, la prima, a parte qualche piccola smagliatura come il nuovo banale parquet, una ricostruzione totale per il secondo, sorto dalle ceneri del vecchio Teatro sabaudo. E così mentre il San Carlo, nei suoi stucchi dorati, nel suo straordinario palco reale, rinverdisce i fasti della dinastia borbonica, fasti mai dimenticati a Napoli, a Torino il genio visionario Mollino volle dare un taglio netto alle ambizioni di Regno europeo dei Savoia.

Dall’originario teatro classico del 1740, cui si avvicendarono gli architetti reali, da Juvarra a Pelagio Pelagi, non senza polemiche e quarant’anni di attese e dibattiti dopo il devastante incendio del 1936, fu deciso dal Comune di Torino di dare un taglio netto con il passato. Nel 1973 il Regio fu inaugurato ricalcando gli stilemi dell’epoca e da allora, a parte piccoli ritocchi ed interventi di manutenzione, è rimasto inalterato e molto connotativo dell’architettura degli anni Settanta.

La poca fascinazione rispetto ai teatri classici da un anno è stata superata dall’effervescente Soprintendenza del giovane responsabile francese, Mathieu Jouvin, che ha saputo imprimere una nuova vitalità al “grigio”, anche se molto rosso nei suoi interni, teatro torinese. Si è spinto a chiedere il dress code, almeno per le inaugurazioni, stante l’insana attitudine ed abitudine di molti torinesi, soprattutto ultrasessantenni, di arrivare a teatro abbigliati da gita in montagna.

Non solo ma ha riscoperto opere non molto rappresentate e considerate a torto minori. E’ il caso de “La Rondine” opera, un po’ operetta, un po’ musical, rappresentata, non a caso, per la prima volta a Montecarlo nel 1917. La genialità della scelta durante i festeggiamenti per i 50 dalla ricostruzione ed inaugurazione del 1973 è stata quello di ambientare questa opera, proprio negli anni 70.

Scenografia, coreografia costumi perfetti, eleganti senza sbavature ma il colpo di genio di Pierre Emmanuel Rousseau, regista, scenografo, costumista, è stato quello di ricreare nel secondo atto gli interni del Regio, quasi un effetto specchio da allucinazione visiva. La coincidenza dei due anniversari (Puccini e ricostruzione Regio) hanno fatto il resto, insieme alla coincidenza dell’amore del gaudente Puccini per Parigi e le origini del Soprintendente.

Questo sono i teatri: architetture che sanno creare emozioni vive, sentimenti mai sopiti, fascinazioni che non hanno certo centri commerciali o altre destinazioni non coerenti con l’impianto originario, ecco perché vanno ostinatamente amati e conservati nella loro immutata bellezza.