Politica

Caro presidente Occhiuto, le racconto due episodi sull’inadeguatezza della sanità nella sua Calabria

di Fiore Isabella

Onorevole Presidente Occhiuto,

Le scrivo non per segnalarle un disagio ormai consuetudinario nella Sanità Pubblica in una Regione, la Calabria, ormai incagliata negli scogli dei bisogni da non lasciare spazio ad un minimo rigurgito di speranza. Le criticità, che indubbiamente non sono nate nel momento in cui Lei è stato promosso ammiraglio in questa terra di mare, investono i cittadini comuni, quelli che non staccano assegni e non inviano bonifici alle attrezzate ed accoglienti strutture sanitarie private. Le racconto due episodi che mi hanno visto protagonista nei giorni scorsi e che segnalano il grado di inadeguatezza in cui è stato ridotto il sistema sanitario pubblico.

Alla stregua di un datato mezzo di locomozione che non si sottopone da tempo al rito del tagliando, ho deciso di sottopormi, per restare in metafora, ad una ”messa a punto” degli apparati che sottendono ad alcune importanti funzioni. Ho 71 anni e la mia sola ambizione è di prevenire, per quanto sia possibile, la perdita delle mie essenziali capacità neuro-cognitive e delle altre capacità essenziali per rendere sopportabile la mia residua sopravvivenza. Prenotatomi, attraverso il CUP provinciale, per una visita neurologica e per un’altra nefrologica, sono stato visitato da un bravo e garbato neurologo all’ospedale di Lamezia Terme.

Nel corso della visita, il medico riceveva dal Pronto Soccorso una richiesta di consulenza per un caso di particolare urgenza. Il medico in evidente disagio per dover, come si dice dalle nostre parti, “lasciare la predica per andare alla farsa” (mi scuso per il termine desueto in circostanze simili), mi invitava, date le circostanze, a pazientare. Cosa che ho fatto rassicurandolo sulla disponibilità a frammentare la mia “messa a punto” a beneficio della persona che, in quel momento, aveva senza ombra di dubbio, più bisogno di me.

Dopo mezz’ora di attesa il medico rientrava portando a termine, con reciproca soddisfazione, l’accertamento diagnostico. Il giorno dopo sono stato accompagnato da mio figlio, che per l’occasione sospendeva il suo impegno da partita Iva, all’ospedale di Soveria Mannelli per sottopormi a visita nefrologica ambulatoriale con appuntamento alle 9,40. Trascorsa quasi un’ora senza che qualche operatore si degnasse di avvisare del ritardo (non dico per scusare l’azienda per l’imprevisto), giungeva finalmente la nefrologa alla quale manifestavo le mie perplessità sull’assenza di rispetto per i pazienti costretti ad aspettare Godot. La dottoressa, sensibile alle mie osservazioni ma visibilmente infastidita, mi rendeva edotto del fatto che, essendo contemporaneamente impegnata con i degenti dializzati e con le visite ambulatoriali, aveva preferito (a posteriori, dico giustamente) attenzionare i primi e far attendere i secondi.

Perché accadono queste cose? Le risposte sono ormai scontate e conducono all’idea geniale di far coincidere i piani di rientro con la chiusura degli ospedali e, dove rimangono aperti , con i tagli degli organici che hanno costretto, nei due casi che ho raccontato, all’ubiquità cronologica dei due medici: del neurologo sia per le visite ambulatoriali programmate che per le non prevedibili consulenze al pronto soccorso; della nefrologa alle prese, al contempo, con l’ambulatorio delle messe a punto e alla gestione del reparto dialisi.

La costante dei due racconti è l’assottigliarsi degli organici di fatto che costringono i medici a far convivere i principi di Ippocrate con la pratica ormai essenzialmente peripatetica della sanità pubblica. A proposito di pratica peripatetica che, nella Grecia antica, coniugava perfettamente l’aspirazione cognitiva degli aspiranti filosofi con la salubrità dell’apporto motorio, constato il carattere, da epoca della diligenza, della mobilità interna alla nostra Regione: nella presilana Soveria Mannelli, ma anche in altri posti, si arriva solo col mezzo proprio e, se anziani, avendo qualcuno che lo conduce. Dica Lei se questa è civiltà.

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