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Crisi umanitaria in Nagorno-Karabakh: in 19mila lasciano la regione. E l’Armenia chiede all’Ue sanzioni per il governo di Baku

È di 19mila persone il bilancio provvisorio degli sfollati di etnia armena del Nagorno-Karabakh che stanno abbandonando la regione dopo il cessate il fuoco raggiunto fra le forze separatiste e quelle dell’esercito azero, in seguito all’operazione militare “antiterrorismo” lanciata da Baku il 19 settembre scorso che ha provocato 32 morti e 2mila evacuati dalle zone colpite. A riferirlo sono alcuni esponenti del governo armeno con un comunicato, lasciando presagire il timore diffuso fra la popolazione che le forze dell’Azerbaigian, una volta preso il controllo nella regione, possano avviare delle operazioni di pulizia etnica nei confronti della minoranza. Un timore prontamente rigettato dal governo di Baku che ha negato un odio etnico nei confronti del popolo armeno esprimendo solo l’intenzione di “regolamentare la loro presenza sul territorio”.

Lo stesso governo armeno che, in un incontro di queste ore a Bruxelles fra consiglieri di Baku e Yerevan, ha chiesto alle autorità dell’Ue l’introduzione di sanzioni su modello di quelle contro la Russia per le autorità azere che hanno deciso e messo in pratica le operazioni militari contro i civili in Nagorno-Karabakh, oltre all’avvio di una missione internazionale nella regione che possa garantire il rispetto della sicurezza delle popolazioni armene.

Dalla città di Gyumri, sede della Caritas armena, il direttore Gagik Tarasyan ha precisato che le persone in fuga dal Nagorno-Karabakh sono alle prese con delle condizioni sanitarie e igieniche estremamente precarie, affermando che “arrivano con problemi psicologici, soffrono di depressione, non hanno vestiti, non hanno niente con loro” e che le necessità principali degli sfollati al momento sono “ripari per la notte, cibo, supporto medico e sostegno psico-sociale”. La situazione nella regione del Nagorno-Karabakh, già contraddistinta dall’assenza di beni primari a causa della debolezza dei canali di collegamento, si è poi ulteriormente aggravata in seguito a un’esplosione che ha interessato l’area nella giornata del 25 settembre, causando 20 morti e oltre 200 feriti. Il ministero della Salute della regione ha comunicato che l’incidente, di cui non si sono ancora chiarite le cause, è avvenuto nei pressi di una stazione di servizio mentre molte famiglie stavano per fare rifornimento di benzina, un bene che in questo momento scarseggia. Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (Cicr) ha comunicato in una nota che i feriti “hanno urgente bisogno di cure mediche specializzate” e che le sue squadre “stanno consegnando forniture mediche e aiutando a organizzare l’evacuazione medica in ambulanza”.

Nel frattempo, l’attenzione della comunità internazionale sta aumentando. L’Alto rappresentante Ue per la Politica Estera, Josep Borrell ha affermato in un post su X che c’è un urgente “bisogno di accesso umanitario internazionale e senza ostacoli al Nagorno-Karabakh”, mentre in virtù della grave “carenza di cibo e la mancanza di accesso all’elettricità e all’acqua”, la Commissione europea ha stanziato 4,5 milioni di euro di aiuti, che si aggiungono ai 500mila euro già deliberati, per assistere gli sfollati. I media statunitensi hanno inoltre riportato che due alti funzionari dell’amministrazione Biden sono arrivati nella regione con l’obiettivo di “affermare il sostegno degli Usa alla sovranità, all’indipendenza, all’integrità territoriale e per aiutare ad affrontare le esigenze umanitarie”. Si tratta di Samantha Power, direttrice dell’Agenzia americana per lo sviluppo internazionale (Usaid), e del vicesegretario ad interim del Dipartimento di Stato per l’Europa e gli affari eurasiatici Yuri Kim, mentre l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, Anatoly Antonov, dopo l’arrivo degli inviati ha invitato gli Usa ad “astenersi dall’esternare parole e azioni pericolose che portino a un artificiale aumento dei sentimenti anti-russi in Armenia e che destabilizzino deliberatamente il territorio eurasiatico”.