Società

Il capitalismo è ingordo e contagioso: chiedere due euro per tagliare un tramezzino ci pare giusto

di Carmelo Zaccaria

Ogni volta che ricarico la Sim la compagnia telefonica mi regala 20 Giga aggiuntivi di traffico internet. Perché lo fanno? Non certo per beneficenza. Mi mettono a disposizione gratis tutti quei Giga perché sanno perfettamente che non ne farò mai uso. È solo una tattica maliziosa per indurmi a percepire il loro sconsiderato affetto nei miei confronti. In termini di marketing si chiama fidelizzazione della clientela, cioè essere munifici senza spendere un centesimo. Se il capitalismo nella sua ultima mutazione viene apostrofato come ingordo una ragione deve pur esserci. D’altra parte i nostri comportamenti non fanno altro che alimentare la sua bramosia, la sua avidità, lo tengono sempre vivo, fiero e sregolato; ci concediamo alle sue lusinghe, siamo succubi del suo inopinato dominio. In fondo siamo convinti che il capitalismo è una storia di successo da cui non vorremmo mai uscire, lo scrigno di sogni che misura il nostro grado di felicità, una felicità a dire il vero sempre più obesa, pasciuta, stancante. Come ci ricorda Naomi Klein, il capitalismo, “pur essendo un puntino nella storia collettiva della nostra specie”, ne siamo così pervasi che sembra non avrà mai fine.

La responsabilità per ogni suo eccesso o sopruso viene giustificato dalla logica del mercato, che a seconda dei casi può essere la panacea di ogni male o l’indiziato di ogni caduta rovinosa. Sarà sempre colpa di un indefinibile mercato se la benzina aumenta o se le compagnie aeree stravolgono il prezzo dei biglietti. Al più ce la potremmo prendere con l’algoritmo. Tuttavia il capitalismo è contagioso. Ci sentiamo tutti dalla parte giusta quando pretendiamo trenta euro per una tazzina di caffè o quando fatturiamo due euro solo per tagliare un tramezzino. E non ci sembra neppure tanto arbitrario richiedere un extra per un cappuccino senza panna, perché per ottenerlo bisogna essere strutturati, flessibili, innovativi.

Il sistema neo-liberista è imparziale, crea consenso; non segue le regole, le detta. Anzi, si nutre di migliaia di regole, sempre più invasive, corrotte, contraddittorie, una regola giustifica l’altra, perché il capitalismo è sveglio, impavido, sa che più regole ci sono più si ha la possibilità di aggirarle. Si pagano le lobby per questo, per avere sempre a portata di mano una giustificazione o rimediare una scappatoia credibile. La mano invisibile descritta da Adam Smith nella Ricchezza delle Nazioni ha perso il suo fascino discreto. Oggi il libero mercato è un luogo di trasgressione, a patto che ci sia sempre qualcuno che consumi e paghi. Il capitalismo ingordo pensa solo a se stesso, non vuole sentire ragioni, poco gli importa del disfarsi della natura, dello scioglimento dei ghiacciai, del diffondersi della siccità, dell’impazzimento del clima, del fuoco e delle fiamme, di temperature sempre più insostenibili. Non si riesce proprio a farlo ragionare, a governarlo. Persino dopo il Covid non c’è stato alcun ripensamento, ci siamo ritrovati ancora più nerboruti, famelici, spendaccioni.

L’attuale sistema economico non riconosce nessun Game Over, anzi rilancia ad ogni crisi, come se bastasse spostare la frontiera sempre più ad Ovest, senza riflettere sulle conseguenze nefaste a cui conduce una economia fondata sulla “cultura del prendi e scappa”. Tanto meno risulta conveniente inseguire un modello di economia sostenibile, che potrebbe garantire una “buona vita” a tutti senza nuocere gravemente all’equilibrio ecologico del pianeta. Invece si continua a sostenere il mito dello sviluppo senza fine perché se tutti fossero convinti che il sistema è sbagliato, e non più vantaggioso, si aprirebbero scenari imprevedibili. Come sostiene Jason Hickel in The Divide: “Quando i miti crollano, scoppiano le rivoluzioni”. Per il resto siamo un’umanità stanca e diffidente che avrebbe bisogno di una visione più ottimista sul futuro, possibilmente non centrata sulla visione capitalista.

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