Economia

Manovra, il governo non potrà mantenere le promesse e Meloni dà la colpa ai bonus edilizi. Che però non aumentano il deficit 2024

La manovra si avvicina e, dopo il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, anche Giorgia Meloni mette le mani avanti prevedendo che non ci saranno le risorse necessarie per mantenere tutte le promesse. Così, dal cdm riunito per la prima volta dopo la pausa estiva, la premier fa uscire una velina in cui da un lato stringe le redini ai ministri predicando “rigore e attenzione all’equilibrio del bilancio dello Stato”, dall’altro chiama in causa i bonus edilizi definendoli “tragedia contabile” e lasciando intendere che se mancano soldi è colpa di quelle misure. Ma i bonus, a valle del blocco della cedibilità e dello sconto in fattura deciso dal governo, non hanno impatto sul deficit previsto per i prossimi anni. E quindi non modificano lo spazio fiscale a disposizione per finanziare – insieme ad altre coperture da trovare – le misure della legge di Bilancio. A partire dalla conferma del taglio del cuneo fiscale, che costerà una decina di miliardi e per la premier è prioritaria.

“Di certo non possiamo permetterci sprechi, stiamo pagando in maniera pesante il disastro del Superbonus 110%“, ha detto Meloni durante la riunione, stando al testo diffuso da Chigi. “Nel complesso dei bonus edilizi introdotti dal Governo Conte 2, compreso il bonus facciate, i documenti dell’Agenzia delle Entrate ci dicono esserci più di 12 miliardi di irregolarità. Si è consentita la più grande truffa ai danni dello Stato”. Gli ultimi dati ufficiali parlano di 9 miliardi di crediti irregolari, di cui il 58% legati al bonus facciate e il 23% all’ecobonus ordinario e solo il 5% al Superbonus, ma la premier ha evidentemente in mano numeri aggiornati. Vanno però chiariti alcuni punti. Per prima cosa, le frodi di cui si parla – propiziate dalla cessione dei crediti senza controlli consentita dal decreto Rilancio del 2020 – sono state intercettate da Entrate e Finanza, che hanno bloccato o sequestrato i relativi crediti. Non si tratta dunque di un costo a carico delle casse pubbliche.

Lo è, invece, l’ammontare totale dei bonus maturati dai contribuenti. Quelli impatteranno per lungo tempo sulla massa del debito pubblico, ovvero l’insieme dei soldi che lo Stato ha preso a prestito nei decenni e deve ancora restituire ai creditori (oltre 2.800 miliardi di euro, più del 140% del pil). Ma non sul deficit del prossimo anno, cioè la differenza tra entrate e uscite nei 12 mesi: la riclassificazione fatta dall’Istat in base ai chiarimenti dell’Eurostat sulla natura delle detrazioni ha comportato un forte aumento del disavanzo dello Stato negli anni dal 2020 al 2022 ma ha “alleggerito” quello del 2023 e del 2024 rispetto alle ipotesi precedenti. Stando al Def, e salvo aumenti che emergeranno con la prossima Nota di aggiornamento, il deficit/pil tendenziale dovrebbe infatti ridursi l’anno prossimo al 3,5%, che sarà portato al 3,7% per garantirsi 4,5 miliardi di risorse da utilizzare in manovra. L’unico punto di domanda riguarda l’andamento delle agevolazioni dopo i limiti introdotti dal governo Meloni: il Mef ne aveva spiegato l’adozione con la necessità di “tutelare i conti”, ora bisogna capire se quell’obiettivo è stato raggiunto. Lo stop a cedibilità e sconto in fattura ha reso i crediti “non pagabili” e imporrà di spalmare il costo su tutti gli anni di fruizione, con effetti che la Nadef inizierà a quantificare.

Di certo c’è che il governo è già in difficoltà sulla partita del salario minimo e sul mancato rinnovo del taglio delle accise e si avvia verso un autunno complicato, in cui la responsabilità della legge di Bilancio – a differenza dell’anno scorso – ricadrà interamente sulle spalle di Meloni e non potrà essere attribuita a predecessori o circostanze internazionali. Secondo il leader M5s Giuseppe Conte “oggi abbiamo la certezza che Giorgia Meloni è disperata, al punto da dover imbastire una narrazione di comodo sulla manovra già negli ultimi giorni di un agosto che gli italiani ricorderanno per la speculazione governativa sul caro-benzina e per l’indifferenza governativa per il caro-vita” e cercare “strumenti di distrazione di massa“.

Stando alle veline di Chigi, per uscirne si punta a tagliare a colpi di scure tutte le misure ereditate da governi precedenti: dopo le solite rivendicazioni sui “risultati molto importanti, superiori a quelli della Germania e della Francia” e “il Pil nel primo semestre ha sorpreso tutti gli analisti” – nessun cenno al calo registrato nel secondo trimestre – la premier ha infatti invitato i ministri a “dirottare le risorse ora spese su capitoli e misure che non condividiamo politicamente per fare quello che ci hanno chiesto i cittadini” e “per gli interventi che sono nel nostro programma, per costruire una manovra incentrata sulle famiglie, sulla lotta alla denatalità e sui sostegni alle fasce deboli”. Evidente il timore che la coperta sia decisamente troppo corta.