Salute

Sono giustificati i toni trionfalistici sul Covid? Meglio essere prudenti

La recente abrogazione delle norme di isolamento, auto-sorveglianza e monitoraggio dei dati epidemiologici Covid-19 in Italia fa seguito allo scioglimento delle medesime restrizioni in numerosi altri paesi europei e alla dichiarazione di “fine pandemia” dell’Oms. Secondo il nuovo direttore della prevenzione Francesco Vaia, questo decreto mette la “parola fine alla pandemia” e non avremo “mai più obblighi, sanzioni e restrizioni.”

A questi annunci si contrappone la posizione di epidemiologi ed esperti in prevenzione più prudenti che, invece di definire la pandemia “finita”, sottolineano il passaggio da “pandemia” a “endemia.”

Le basi empiriche a sostegno delle dichiarazioni di “fine pandemia” poggiano su almeno due tipi di dati: a) gli andamenti della mortalità SARS-CoV-2 che nella prima metà del 2023 mostrano una netta riduzione a livello globale; b) le serie storiche sull’eccesso di mortalità che sono tornate a valori “normali” rispetto ai decessi osservati nel quinquennio (2015-2019) che ha preceduto la pandemia.

Quest’ultimi dati però stanno facendo discutere. In una recente intervista a Radio Radio TV si sono discussi i risultati di uno studio sull’eccesso di mortalità in Germania che, secondo un endocrinologo, “dimostrano quello che già sappiamo” (sui morti causati dai vaccini) e a parere di un noto psichiatra “diventeranno ancora più clamorosi quando usciranno i dati del 2023… degli incrementi di mortalità tra vaccinati e non vaccinati… saranno dati terrorizzanti.”

Peccato che se invece di selezionare uno studio che avvalorerebbe la sua ipotesi (pregiudizio di conferma), l’endocrinologo si fosse preso la briga di analizzare i dati non solo della Germania, ma di tutti gli stati europei e degli Stati Uniti, avrebbe forse appurato che gli indicatori sull’eccesso di mortalità dimostrano esattamente il contrario di quello che i critici dei vaccini “già credono di sapere.”

Lo psichiatra invece non si è minimamente accorto che i dati dei primi sei mesi del 2023 sono già usciti e mostrano che la vaccinazione di massa e l’immunità acquisita tramite contagi pregressi hanno cambiato faccia alla pandemia riducendone notevolmente il fardello di mortalità (grafico 1 e 2).

“Terrorizzanti” sono invece i tassi di mortalità in stati con scarsa propensione alla vaccinazione come il Texas negli Stati Uniti. Corroborano i risultati di una revisione sistematica della letteratura e metanalisi che dimostrano una forte relazione inversa tra vaccinazione e mortalità. Risultati simili erano già stati pubblicati in uno studio uscito su PloS One e in ulteriori analisi dell’Institute for Health Metrics and Evaluation. Al contempo, analisi dell’Imperial College di Londra mostrano che i vaccini Covid-19 forniti dall’iniziativa globale CoVax hanno contribuito a evitare 2,7 milioni di morti in 92 paesi a basso reddito.

Quindi è tutto finito? Possiamo festeggiare la fine della pandemia?

I facili entusiasmi dovrebbero essere un po’ smorzati da almeno due tipi di dati: primo, come sottolineato nel titolo di un editoriale apparso su Nature, endemico non significa innocuo. Anche se nei primi mesi del 2023 molti paesi hanno smesso di contare (o modificato il modo di registrare) i decessi Covid-19, rendendo più difficile discernere il vero impatto della pandemia, il SARS-CoV-2 continua a uccidere. Se consideriamo il quinquennio 2015-2019 a livello mondiale, i dati del 2023 indicano un eccesso di mortalità del 5% in più rispetto al periodo pre-pandemico: si tratta quindi di ben tre milioni di decessi in eccesso (grafico 3).

Secondo, l’esplosione di contagi causato dall’applicazione dell’approccio al virus laissez-faire a livello mondiale, con l’arrivo di varianti ad alta velocità di trasmissione, ha prodotto, come rilevato da stime pubblicate su Nature, almeno 65 milioni di casi di Covid lungo.

Il desiderio di voler “tornare alla normalità” è comprensibile, ma verrebbe da dire che anche se il virus è stato dichiarato “finito” in realtà “non sa ancora di esserlo.” Senza dubbio, i giorni più tragici della crisi sembrano davvero solo un brutto ricordo, ma con 65 milioni di persone affette da Covid lungo e tre milioni di morti in eccesso “causati” dal SARS-CoV-2, sono davvero giustificati i toni trionfalistici? Cosa ne penserebbero le vittime della pandemia? L’assenza del loro parere ha creato quella che viene chiamata la fallacia delle prove silenti o la semplice realizzazione che le persone che hanno perso la vita a causa del SARS-CoV-2 non hanno la possibilità di dire la loro.

Le nostre analisi sono quindi inficiate da due pregiudizi: il pregiudizio di sopravvivenza, quando prestiamo attenzione solo ai successi e ignoriamo i fallimenti; e il pregiudizio di presenza, proprio perché chi ha pagato il prezzo più alto di questi fallimenti non c’è più.