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Cacciari: “In Italia c’è ancora qualche demente che pensa che la Costituzione sia stata scritta dai comunisti di Stalin”

La Costituzione ha compiuto 75 anni: in occasione dell’anniversario della sua entrata in vigore, la Camera dei deputati ha promosso un ciclo di 3 appuntamenti, dedicati ai fondamenti della Costituzione italiana, alle Costituzioni europee del dopoguerra e ai simboli della Repubblica.
Il primo seminario ha visto come protagonista il filosofo Massimo Cacciari, che, insieme alla moderatrice Monica Guerzoni e allo storico Alessandro Campi, ha analizzato la genesi della nostra Costituzione, ma anche quelli che lui definisce “snodi logici difficilmente risolvibili”.

Coi suoi consueti toni taglienti e anticonvenzionali, Cacciari spiega: “La genesi della Costituzione è chiara: come tutte le grandi carte, i grandi patti e le grandi svolte, nasce da una grande tragedia. Ci fu la più terribile delle guerre, ovvero una guerra civile, dove io so chi uccido e perché lo uccido. Da queste grandi tragedie nascono i grandi ceti politici. Il ceto politico rappresentato dall’Assemblea Costituente è un ceto giovane, di eccezionale cultura e di straordinaria levatura. E anche questo è normale nella storia, i grandi ceti politici nascono dalle grandi rivoluzioni e dalle grandi catastrofi. Non sempre, quindi, è saggio augurarsele”.

Circa la diversità delle culture dei padri costituenti, il filosofo osserva: “Erano differenti fino a un certo punto. Da un lato, c’era una cultura cattolica molto influenzata dal pensiero di filosofi francesi, come Jacques Maritain, e dall’altro, non c’era Stalin, come qualche demente continua a pensare quando si parla della storia del comunismo italiano. C’era Togliatti coi socialisti, che insieme sostanzialmente rappresentavano una socialdemocrazia, seppure difficile – continua – complessa e contradditoria al suo interno. E, come la storia europea dimostrerà in seguito, tra una seria e competente socialdemocrazia e una forza politica cristiana, democratica e popolare ci può essere benissimo un compromesso politico, nel senso forte e buono del termine. Quindi, non c’è nulla di stupefacente nel fatto che due grandi culture politiche abbiano trovato un accordo”.

Il filosofo poi si sofferma sui limiti della Costituzione: “È un’agenda nel senso latino del termine, cioè “cose che devono essere fatte”. È tutta organizzata finalisticamente e in termini precettivi. E questo può costituire un limite. Ad esempio, che vuol dire “Repubblica fondata sul lavoro”? Quale lavoro? Il punto è che se la nostra Repubblica è fondata sul lavoro e la Costituzione è un’agenda, allora, prendendo alla lettera il testo – sottolinea – la Repubblica non potrebbe tollerare un istante di disoccupazione. Questo è uno dei problemi della nostra Costituzione, che è indubbiamente ricchissima ma la sua natura finalistica di agenda solleva un sacco di difficoltà“.

E aggiunge: “Nelle altre Costituzioni questo carattere di agenda non è presente, perché sono fondamentalmente dei quadri generali di principi riguardanti l’organizzazione dello Stato. Non sono così imperative su alcune cose, come la nostra. La ricchezza della Costituzione italiana è grande ma tale da mettere costantemente in mora le azioni dei governi. Potremo addirittura dire – prosegue – che le azioni dei governi che si sono succeduti in Italia sono state sempre anticostituzionali, perché non c’è mai stata una perfetta corrispondenza tra azione di governo e ciò che è dovere della Repubblica, secondo la Costituzione. E questo è un problema colossale, altro che, come ha detto qui un signore prima, “che bello “”.

Cacciari evidenzia il crollo di molti valori fondanti della Costituzione, dal lavoro all’uguaglianza, e ammette l’impossibilità di poterla riscrivere: “Togliatti e i democratici cristiani avevano un’idea molto precisa del lavoro. Un lavoro di massa, che dava vita a determinati valori e che era organizzato in un certo modo. Mica si riferivano al lavoro di ora. Un’altra grande contraddizione riguarda i diritti umani – continua – Che cosa è umano? E infatti sono violati costantemente i diritti umani. Sono contraddizioni teoretiche, non c’è niente da fare. Non è nient’altro che logica. Altra contraddizione colossale, che peraltro risale alla Rivoluzione francese, è il passaggio secondo cui “la sovranità appartiene al popolo”“.

Stesso problema per il concetto di uguaglianza: “È un valore centrale nella nostra Costituzione, che è imperativa da questo punto di vista: tu hai il dovere di concorrere al benessere comune. C’è l’idea aristotelica di giustizia: volere il bene dell’altro. Ora ditemi voi la percentuale di italiani che concorre al bene comune, anche semplicemente pagando le tasse. Ci prendiamo in giro e ci nascondiamo dietro il testo della Costituzione? “.

Il filosofo conclude con una riflessione: “Questi principi sussistono ancora nella nostra realtà, quella delle nostre teste e della cultura nel senso antropologico del termine? Questi valori, nel senso di ciò che vale, che conta e che pesa, che valori sono se non contano e non pesano da nessuna parte? Di che valori parliamo se non li puoi più spendere? Crediamo ancora in questi valori e, se ci crediamo, vogliamo operare perché ritornino a essere atto? Questa è la domanda che i politici devono porsi quando si celebra la Costituzione”.
“È un interrogativo troppo grande”, risponde Guerzoni.
“E allora che stiamo a fare qui, mi scusi?”, chiosa Cacciari.

Video di Radio Radicale