Cultura

Salvatore Quasimodo e il suo inno laico all’ingegno umano: un’analisi di ‘Alla nuova luna’

Dopo una lunga latitanza, quest’anno sui banchi della maturità torna Salvatore Quasimodo (Modica, 1901-Napoli, 1968), premio Nobel per la letteratura nel 1959, che a molti studenti sarà capitato di leggere non solo come poeta – e specie come poeta del dramma della guerra, che apre alla consapevolezza di un necessario rinnovamento della poesia in senso civile e politico: chi non si ricorda almeno la chiusa celebre di Alle fronde dei salici, nella raccolta Giorno dopo giorno (1947): “Alle fronde dei salici, per voto, / anche le nostre cetre erano appese, / oscillavano lievi al triste vento” (vv. 8-10) –, ma anche come traduttore, innanzitutto dalle lingue classiche (che Quasimodo studia già da adulto), nella memorabile antologia dei Lirici greci uscita nel 1940.

La scelta del Ministero è caduta su Alla nuova luna, il testo di apertura di Domande e risposte, una delle sezioni della raccolta La terra impareggiabile, del 1958:

In principio Dio creò il cielo
e la terra, poi nel suo giorno
esatto mise i luminari in cielo
e al settimo giorno si riposò.
Dopo miliardi di anni l’uomo,
fatto a sua immagine e somiglianza,
senza mai riposare, con la sua
intelligenza laica,
senza timore, nel cielo sereno
d’una notte d’ottobre,
mise altri luminari uguali
a quelli che giravano
dalla creazione del mondo. Amen.

Ispirata al lancio in orbita dello Sputnik I, il primo satellite artificiale, avvenuto il 4 ottobre del 1957, nelle intenzioni dei commissari Alla nuova luna deve servire da innesco di una più ampia riflessione sul rapporto tra arte e scienza, sul modo in cui la letteratura guarda al progresso tecnico-scientifico e se ne fa interprete.

In effetti, il rapporto fra universo letterario e universo tecnico può dirsi quasi un dato della biografia di Quasimodo, che a Messina, la città in cui cresce, consegue la licenza tecnica, e nel 1919 si trasferisce a Roma per iscriversi alla facoltà di Agraria (che nelle interviste trasformerà poi in quella di Ingegneria), mentre intanto, intorno al 1915, comincia già a scrivere poesia – solo nel 1938, dopo aver lavorato per più di un decennio per il genio civile, accetterà un impiego come redattore per Mondadori propostogli da Cesare Zavattini.

Ma il rapporto con l’universo delle scienze, col progresso tecnico, entra anche più direttamente nel suo percorso di poeta, che all’indomani della Seconda guerra mondiale, quando ormai “il tempo delle speculazioni è finito”, assegna alla poesia non più il compito della consolazione, ma quello di ‘rifare l’uomo’ (così in Poesia contemporanea, ora in Poesie e discorsi sulla poesia [Milano, 1996]): così, Alla nuova luna è un inno all’ingegno e alle capacità dell’essere umano, alla sua ‘laica’ e coraggiosa forza creatrice, che si inserisce appieno nel nuovo corso della poesia civile di Quasimodo, la poesia che “parla del mondo reale con parole comuni”, superando sia la stagione dell’ermetismo sia quella tradizione lirico-allegorica di cui la luna ‘antica’, alla Leopardi, gli appare immagine ormai consunta, non più capace di esprimere significati (nel Discorso sulla poesia del 1956).

Eppure in questo inno laico, in cui la ‘nuova’ luna creata dall’uomo si affianca direttamente alla luna creata da Dio nel racconto del Genesi, c’è anche qualcos’altro: c’è il rapporto tra fede e sapere tecnico, insomma il rapporto col divino e con la sfera della religiosità – anch’esso un dato della biografia del poeta, che fin dall’adolescenza è legato da una profonda amicizia a Giorgio La Pira, fervente cattolico, e che nelle sue dichiarazioni non ha mai nascosto di essere un credente: “sono un cristiano e non potrei non esserlo” (così, crocianamente, nell’intervista a Claudio Casoli rilasciata poco prima di morire).

A dispetto di una certa tendenza della critica a etichettare Quasimodo come un “minore”, l’intreccio di temi, esperienze e riflessioni della sua poesia appare ancora capace di parlarci da vicino, di farci (e di spingerci a farci) domande ancora urgenti: il suo ritorno sui banchi dell’esame di Stato, di fronte a studenti che hanno imparato a riflettere e si preparano a farlo da persone adulte, è ancora una volta un segno dell’attualità della letteratura.