Calcio

Ti ricordi… Il gol di Simonini che regalò la prima Serie A al Piacenza: “30 anni dopo ancora si fa festa”

“Io ho fatto 150 gol in carriera, ma quello lì…”. Quello lì arrivava 30 anni fa al San Vito di Cosenza e rendeva Fulvio Simonini l’eroe di Piacenza, per sempre. Cadetteria ’92-’93, ultima giornata il 13 giugno, di quelle da farci un film: due squadre già in A, Cremonese e Reggiana, quattro squadre in un punto a contendersi la promozione: Ascoli, Lecce, Padova e il Piacenza di Gigi Cagni. I biancorossi giocano a Cosenza, la gara è bloccata sullo 0 a 0 ma al 45esimo Totò De Vitis spizza di testa, il 32enne Simonini si avventa sul pallone: è il gol che porta il Piacenza per la prima volta nella sua storia in Serie A. E Simonini è reduce proprio dalla festa a Piacenza con tifosi e compagni quando ci risponde: “Meraviglioso: non vedevo tanti di loro da 30 anni ma eravamo ancora lì a prenderci per il culo come quando condividevamo lo spogliatoio. C’era Papais che a un certo punto era pallido, gli abbiamo chiesto perché e ci ha risposto che Carannante gli aveva parlato mezz’ora in dialetto napoletano. Una gran bella festa”.

Era il Piacenza tutto italiano di Gigi Cagni, un visionario per l’epoca: “Sì, ci faceva un culo incredibile in allenamento: ma quel 4-3-3 molto aggressivo e molto alto era di sicuro una grande novità all’inizio degli anni ’90, i nostri avversari andavano molto in difficoltà perché non erano abituati a quei ritmi”. E infatti grazie a quegli schemi arriva la sorpresa finale: la A per la prima volta nella storia, un traguardo forse inaspettato per molti protagonisti, che si stupiscono ancora oggi: “Qualcuno alla festa ancora diceva che abbiamo portato il Piacenza in A nonostante fossimo scarsi ma io non sono d’accordo – dice Simonini – avevamo Taibi in porta che era un ottimo portiere, Piovani e De Vitis in avanti, Daniele Moretti, Turrini e poi a novembre presero me, Carannante e Iacobelli…insomma credo che anche la società avesse l’ambizione di provare a salire in A, e la squadra era forte”.

E quel gol resta scolpito nella storia e nella memoria: “Una gratificazione personale: non giocai molto, però ho segnato il gol promozione. Oggi il mio nome è associato a quel gol e alla doppietta a San Siro con la maglia dell’Atalanta: fa piacere perché il mestiere dell’attaccante è quello, il gol…e se quei gol vengono ricordati dopo tanti anni è bello, vuol dire che hai lasciato qualcosa”. Perciò dopo 30 anni i rimpianti sono pochi per Simonini, anche se quella Serie A conquistata anche grazie a un suo gol l’ha giocata poco, prima all’Atalanta, con la doppietta a San Siro contro l’Inter, poi all’Udinese, mentre il Piacenza non lo confermò per l’anno successivo: “Ma all’epoca le rose in Serie A erano di 16 o 17 calciatori e si potevano prendere 2 stranieri. Quasi sempre gli stranieri che arrivavano erano attaccanti e quindi noi italiani spesso finivamo in B, non è un caso che a leggere le classifiche marcatori dell’epoca nel campionato cadetto in vetta c’eravamo sempre io, De Vitis e Schillaci. Basta pensare che quest’ultimo è arrivato a essere protagonista al Mondiale dopo aver giocato un solo anno in Serie A. Insomma non è come oggi che ci sono rose da 40 giocatori”.

Non che oggi gli italiani però siano tanti in A: “Perché c’è meno fame e gli stranieri costano meno, sicuramente, ma c’è anche un problema di fiducia: l’Under 20 arriva in finale ai mondiali ma quanti di quei ragazzi giocano nelle loro squadre? Abbiamo portato 3 squadre in finale nelle coppe? E’ vero, ma a parte che le abbiamo perse tutte, non dobbiamo dire che con questo siamo diventati forti, altrimenti facciamo come nel 2006 con la vittoria che è servita solo a coprire tutto ciò che non andava…la verità però è che finita quella generazione di giocatori anche il nostro calcio è passato in secondo piano”. E tornando a quel Piacenza, Simonini vede un’esperienza unica e irripetibile: “Una squadra come quella al giorno d’oggi? Non mi sembra e per la verità non sono di quelli che dice ‘ai miei tempi’, la vita va avanti, il calcio va avanti…”. Ma conta anche guardare indietro… lo dice una città intera che dopo 30 anni festeggia ancora un gol.