Società

Ora che Berlusconi se n’è andato, voglio provare a darne una valutazione storica e non parziale

Ora che Silvio Berlusconi se ne è andato, forse è possibile lasciare da parte le contese e le polemiche quotidiane e cercare di contribuire a un giudizio più completo, del quale non doversi vergognare già domani o dopo-domani, sull’opera e la vita di questo discusso e influente protagonista della vita italiana. In primo luogo, per contribuire a quella valutazione “storica” delle azioni umane, che oltre a migliorare le nostre conoscenze serve a capire meglio il presente nel quale siamo ancora avvinghiati; con la speranza di costruire un più consapevole futuro, liberato da alcuni degli errori del passato. Poi perché lo sforzo di una valutazione storica, pur sempre parziale, dovrebbe tenerci alla larga dalla stragrande maggioranza dei commenti che abbiamo letto in questi giorni. Odorosi di contingente, schiacciati da poveri interessi di parte, irricevibili nelle lodi sperticate come nelle critiche a tutti i costi, siano essi quelli dei Piagnoni o degli Arrabbiati in cui finora si è divisa la letteratura su Berlusconi.

Non sono così sicuro che gli storici la chiameranno “l’età di Berlusconi”, ma il periodo della storia italiana che va dal 1993 al 2023 è stato segnato profondamente dalla presenza di questo imprenditore lombardo. Complessivamente, credo che un giudizio più meditato porterà a circoscrivere rispetto ai fiumi d’inchiostro odierni l’influenza del fondatore di Mediaset, certamente grande come costruttore di imprese, ma in politica più popolare che efficace, più abile ad assecondare le forze e le risorse preesistenti della società italiana, che a crearne di nuove, quindi, in sostanza, più un conservatore che un alfiere del cambiamento e del nuovo.

Non c’è dubbio che agli inizi degli anni 90 la società italiana stesse attraversando un periodo di profonda crisi. Crisi di valori, soprattutto. Funzione di una secolarizzazione senza laicizzazione. Dalla metà degli anni 60, della progressiva mutazione della politica in clientelismo e servilismo senza progetti e idee. Frutto di drammatiche lacerazioni sociali, culminate nei sanguinosi fatti del terrorismo. Un declino morale e delle Istituzioni, con forti radici nella colpevole progressiva autoreferenzialità della classe dirigente, sprezzante nei confronti del lavoro, ossequiosa verso il “potere” fine a sé stesso, incurante delle necessità crescenti dei ceti medi, ancora fermi alle attese di sviluppo dei primi anni 60. E poi l’economia, truccata e inflazionata deliberatamente per sostenere primavere industriali del tutto artificiali. Infine, la spesa pubblica crescente, incontrollata ma resa meno percepibile da dosi massicce di antidolorifici e dalle pretenziose aspirazioni, dalle distrazioni e dalle speranze che l’Europa con le sue leggi e le sue monete potesse miracolosamente trasformarci in un lampo e senza colpo ferire in un paese forte, moderno e democratico.

Questa Italia, agli inizi degli anni 90, venne improvvisamente stravolta dal disperato sforzo di una parte della Magistratura di ridurre per via giudiziaria le conseguenze dell’imperante corruzione pubblica e privata. Proprio in questa Italia travolta – ma già pronta al Termidoro date le dimensioni pressoché generalizzate del fenomeno – apparve sulla scena politica Silvio Berlusconi, mentre il partito di maggioranza relativa crollava per la sua stessa pochezza ideale e il contesto internazionale, conseguente al crollo dell’Urss, riduceva la sorveglianza occidentale sul Belpaese. Non un gran momento della storia italiana, forse di poco più rosea solo al secondo dopoguerra (ma privo della voglia di rinascita di quegli anni). Né capiremo mai fino in fondo cosa, se non una sfrenata ambizione personale, lo mosse a scendere in politica, ma dubitiamo che l’alternativa avrebbe potuto essere migliore.

Silvio Berlusconi nel 1993 aveva già un passato importante di imprenditore, di imprenditore italiano. Partendo da zero aveva costruito la più grande compagnia privata radiotelevisiva italiana, con oltre 60 mila dipendenti e miliardi di fatturato. Aveva inventato la televisione commerciale e l’aveva esportata in gran parte dell’Europa. Aveva esteso i suoi interessi acquisendo una posizione dominante anche nell’editoria, tramite la Mondadori e attraverso il controllo di numerosi giornali. E non c’è dubbio che nella storia imprenditoriale italiana Silvio Berlusconi verrà ricordato come uno dei 10 maggiori italiani del Dopoguerra.

Né possiamo tacere che tra gli imprenditori italiani, i contenuti etici del successo sono in genere molto modesti, considerati ininfluenti nel giudizio complessivo e per questo normalmente trascurati. Quelli positivi, presenti in alcuni rari casi e anche in Silvio Berlusconi, sono quasi pudicamente relegati alla dimensione privata. Quelli negativi, anche quando ben noti, si perdono in un’Italia ricca di vicende imprenditoriali più o meno scandalose, che confonde il “successo” con la virtù, la dimostrazione di ricchezza con il buon esempio. Berlusconi, se possibile, accentuò ulteriormente questa dimensione esclusivamente materialistica dell’azione imprenditoriale, ma in buona compagnia, in un mondo affollato prevalentemente da volpi e sciacalli. E Silvio Berlusconi non era Adriano Olivetti.

Egli divenne con una facilità e un consenso sorprendenti, il protagonista della politica italiana, il Capo e il fondatore di un partito che condusse l’Italia verso un bipolarismo, forse utile per le democrazie avanzate, certamente dannoso per un paese come il nostro tradizionalmente acrimonioso e schierato a bande armate. Fu uomo di Stato, Capo del governo e parlamentare. Rappresentò l’Italia all’estero, cercò alleanze per il paese, tracciò la strada di politiche estere di grande peso. Certamente a parole, forse anche nei suoi desideri ipotizzò una conversione liberale dell’Italia, che ci radicasse più a fondo nelle consuetudini politiche e sociali e nelle leggi di paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, ma ben poco di concreto riuscì a operare in tal senso. Tralasciò la cultura, maggiore ricchezza dell’Italia, finì il processo di affossamento della scuola e dell’università, già peraltro intrapreso con decisione da governi precedenti. Favorì gli amici, cercò di colpire i nemici e distrusse il merito, secondo le più belle consuetudini italiane e con il consenso evidente della popolazione.

Non fu certamente il maggiore responsabile della crisi che continuò a addentare l’Italia e tuttora l’addenta, ma fece ben poco per promuovere il benessere e la ricchezza comune di tutti gli italiani. Scatenò l’acredine e la rabbia dei suoi avversari e fondò la sua forza proprio su queste. Verosimilmente più in forza della stima di sé stesso che per il disprezzo delle leggi dal momento della sua “discesa in campo” dovette affrontare numerosi processi, indagini e inchieste, non tutte superate felicemente, ma certamente tutte contaminate da una parte come dall’altra da un bellicismo politico-giudiziario, espressione di un paese ancora politicamente e giuridicamente arretrato.

Ora Berlusconi se ne è andato. Forse se il Fato gli avesse consentito una più lunga esistenza avremmo potuto insieme a lui riflettere maggiormente non solo sulle nostre, poche, conquiste, ma, come si addice a chi vuole realmente progredire, sui nostri errori, che, come italiani, abbiamo condiviso con Berlusconi, molto più probabilmente un nostro fratello o un parente stretto, che un padre di questa Italia, che non vuole cambiare e preferisce spesso solo odiare o lodare.