Cultura

‘La corte spartana’ di Aissaoui, ovvero le voci della colonizzazione francese in Algeria

di Federica Pistono*

Nel panorama della narrativa araba giunta in traduzione italiana in questo primo scorcio del 2023, un posto a parte spetta al romanzo La corte spartana (Centro Studi Ilà, trad. H. Benchina e J. Guardi), dello scrittore algerino Abdelouahab Aissaoui. L’autore infatti è stato il primo algerino a vincere il prestigioso Booker Prize per il romanzo arabo, nel 2020, avendo al suo attivo già diversi romanzi, uno dei quali, Il libro dei dimenticati, si è aggiudicato il Premio Katara per il romanzo inedito del 2018.

La corte spartana narra la storia della colonizzazione francese dell’Algeria, nel 1830, attraverso le voci di cinque personaggi appartenenti ai due campi avversi, quello dei colonizzatori francesi e quello dei colonizzati algerini. Si tratta dunque di un romanzo storico e polifonico, che offre al lettore un’analisi non solo storica, ma anche sociologica e psicologica, del fenomeno della colonizzazione, in una lettura che si sviluppa gradualmente su più livelli diversi, attraverso gli sguardi dei personaggi che incarnano interessi differenti e posizioni destinate a fronteggiarsi e a contrapporsi.

Dalle pagine del romanzo è possibile ricostruire, a grandi linee, l’ambito in cui si svolge l’azione: nel 1830 la regione algerina è, pur parzialmente, sotto il controllo ottomano. Un dey governa la reggenza di Algeri, i dintorni della città ed altre aree importanti come Orano e Costantina. Il resto del territorio è sotto il controllo di capi tribali locali. La reggenza di Algeri è una delle principali basi dei pirati barbareschi che da secoli attaccano le navi europee e gli insediamenti costieri del Mediterraneo. In questo contesto s’inserisce la conquista francese, che ha inizio negli ultimi mesi della Restaurazione borbonica di Carlo X, che spera di porre fine al fenomeno della pirateria e di accrescere la propria popolarità presso il popolo francese e i molti veterani delle guerre napoleoniche.

Nel dipanarsi della trama si alternano cinque voci narranti, due francesi e tre algerine. I due personaggi francesi sono il giornalista Dupont, che segue la campagna militare in Algeria per conto della testata per la quale lavora, e il soldato Caviard, un reduce dell’armata napoleonica dopo la battaglia di Waterloo, in un primo tempo prigioniero ad Algeri, poi collaboratore dell’esercito francese nella conquista del Paese. Tre sono i personaggi algerini, molto diversi tra loro: Ibn Mayyar crede nell’importanza della politica e della mediazione, al fine di intessere relazioni costruttive con gli ottomani e persino con i francesi, mentre es-Sallàwi ritiene che la ribellione rappresenti l’unico mezzo per determinare un ribaltamento della situazione, che appare perennemente sfavorevole agli algerini, che sfuggono alla dominazione ottomana solo per vedere il proprio Paese trasformarsi in una colonia francese. L’ultimo personaggio, il solo femminile, l’ex prostituta Dugia, assiste impotente alla trasformazione di Algeri per mano dei nuovi arrivati dall’Europa, e finisce per adeguarsi agli ineluttabili mutamenti, perché per chi non accetta le nuove regole l’unica alternativa consiste nell’abbandono della città.

L’opera può considerarsi senz’altro un romanzo storico, ma l’intento dell’autore non è soltanto quello di ricostruire un’epoca passata, bensì soprattutto quello di veicolare al lettore un messaggio estremamente attuale. Come Sparta nell’antichità, anche Algeri, nel 1830, è una potenza esclusivamente militare, basata sull’invincibilità della sua flotta navale. Ma quando la forza delle armi crolla, distrutta nell’impatto con l’invasore d’oltremare, dell’antico splendore non resta nulla, perché non è stata costruita la società civile.

Il concetto – sembra suggerire tra le righe lo scrittore – è applicabile alle dittature militari del mondo arabo contemporaneo, come la Libia di Gheddafi o l’Iraq di Saddam Hussein: crollato il potere militare, del Paese non restano che le macerie. I regimi autocratici dei militari sono in grado, con mezzi più o meno leciti, di mantenere l’ordine, ma non di edificare una polis, una società civile in grado di resistere ai rovesci della storia, né di formare dei cittadini consapevoli e partecipi di un sentire comune.

Il romanzo condensa nelle sue pagine diversi elementi interessanti: la ricostruzione di un contesto storico-politico poco noto al lettore italiano, l’approfondimento psicologico dei personaggi, specialmente di quelli algerini, le splendide descrizioni della città di Algeri, Al-Maḥrūsa (la protetta da Dio), che rimane nella memoria del lettore “come una nuvola bianca all’orizzonte”.

* Dottore di Ricerca in Letteratura araba, traduttrice, arabista, docente, si occupa di narrativa araba contemporanea e di traduzione in italiano di letteratura araba