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Putin, la decisione della Corte penale dell’Aja per me è improvvida. Per almeno sei motivi

Ho sempre ritenuto che l’istituzione della Corte penale internazionale rispondesse a profonde esigenze di giustizia e lotta all’impunità dei crimini commessi dagli Stati. Eppure bisogna riconoscere che il suo bilancio, a quasi 25 anni dallo Statuto di Roma, è fortemente deludente. Da ultimo, appare addirittura improvvida e catastrofica la decisione del Procuratore presso la Corte, Karim Khan, di emettere un mandato di cattura contro il presidente russo Vladimir Putin per un presunto crimine, consistente nella deportazione di vari bambini dall’Ucraina. Si è trattato di una scelta sbagliata per vari motivi che provo ad elencare.

1. In primo luogo Khan entra a gamba tesa in una situazione apparentemente senza via d’uscita, caratterizzata da atteggiamenti di escalation da parte dei contendenti (Russia da una parte, Ucraina e Nato dall’altra) esasperandola ulteriormente e contribuendo a incendiare ulteriormente gli animi in un momento in cui siamo sempre più sull’orlo del conflitto nucleare, che significherebbe la fine di tutto e di tutti. In quanto organismo che fa parte delle Nazioni Unite, la Corte dovrebbe ispirarsi anche alla Carta istitutiva di queste ultime, che risulta finalizzata soprattutto al mantenimento della pace e della sicurezza internazionale, cosa che Khan non ha certo fatto.

2. In tal modo, e veniamo al secondo punto, il procuratore presso la Corte penale internazionale si è trasformato, in modo più o meno consapevole, in una pedina dell’Alleanza occidentale proprio nel momento in cui questa segna il passo sul terreno e fra l’opinione pubblica, offrendole l’opportunità di un diversivo, volto fra l’altro a fiaccare la sempre più salda ed estesa contrapposizione alla guerra che monta tra gli stessi popoli europei e statunitensi.

3. L’azione del procuratore, terzo punto, non rispetta minimamente il criterio della terzietà e imparzialità e continua a perpetuare la nefasta politica del doppio standard giustamente denunciata dal governo cinese, dato che mai la Corte e i suoi organi hanno reagito in modo significativo ai crimini altrettanto gravi commessi dagli Stati Uniti, dalla Nato e dai loro alleati.

4. La base giurisdizionale dell’azione intrapresa appare d’altronde, quarto punto, estremamente fragile, dato che né la Russia né l’Ucraina ne fanno parte e che per ovvi motivi non vi è stata alcuna deliberazione in merito da parte del Consiglio dì sicurezza delle Nazioni Unite.

5. Quinto punto, l’emissione di un mandato di cattura contro un Capo di Stato in carica è in netta violazione del principio di immunità riconosciuto dal diritto internazionale e confermato in varie occasioni dalla Corte internazionale di giustizia.

6. Infine, sesto punto, molto discutibile appare la configurazione di un crimine internazionale per la presunta deportazione dei bambini ucraini. La Russia ha probabilmente commesso dei crimini durante l’invasione dell’Ucraina, così come probabilmente li ha commessi l’Ucraina, anche prima dell’invasione stessa, ad esempio coi massacri e le torture nel Donbass denunciati dalla stessa Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa.

Per rispondere efficacemente ai crimini degli uni e degli altri occorre quindi un approccio bilanciato, che non è cosa diversa dalla ricerca di una pace negoziata che attori internazionalmente responsabili come la Santa Sede, il governo cinese e quelli latinoamericani continuano ad effettuare.

Cedendo alle pressioni di Stati Uniti e Nato, il procuratore presso la Cpi ha invece irresponsabilmente deciso di sabotare questa ricerca di pace e di dare ulteriore alimento all’avventura guerrafondaia a pessimo fine intrapresa dall’Occidente e dalla Russia, irrompendo in una situazione estremamente delicata e fortemente compromessa come un elefante impazzito in una cristalleria di Boemia o di Murano.

Tanto più grave e irresponsabile tale scelta, in quanto essa ha tutta l’aria di segnare la fine definitiva di un’istituzione sulla quale si appuntavano molte speranze da parte delle vittime dei crimini e dell’ingiustizia, che sono moltissime in ogni parte del mondo.