Musica

Lucio Dalla era ‘qualcosa di speciale’. Dai jazz club a Sanremo, seppe mischiare stili e linguaggi grazie a una sconfinata curiosità

Siamo a Bologna, corre l’anno 1958 e già da qualche tempo il capoluogo emiliano si è riscoperto uno dei più importanti centri europei del jazz. Locali come il Jazz Club di Bologna, il Negro Jazz Club, il Kursal Club e il Bar Doney sono il contesto ideale perché la città delle torri si riempia di musicisti di fama mondiale, quello nel quale un giovane clarinettista di appena quindici anni possa incrociare uno dei più grandi trombettisti della scena internazionale: l’adolescente clarinettista si chiama Lucio Dalla e il trombettista, quello che, immergendolo nella fonte battesimale del jazz, lo invita a condividere il palco in alcune jam session notturne, Chet Baker: “Non ho mai conosciuto nessun altro – racconterà più avanti l’autore di Caruso – che avesse, come Chet, un rapporto così terso e assoluto con la musica. Bianco, con il viso imbevuto di un pallore mortale, aveva però la testa di un nero”.

È così che quello che sarebbe diventato uno dei più grandi cantautori della scena italiana e internazionale muove i suoi primi passi nel mondo della musica, partendo dalle radici afroamericane, dal jazz dei neri miracolosamente suonato in quegli anni anche da musicisti di pelle bianca come Baker e Mulligan.

Di lì a poco l’ingresso nella Rheno Dixieland Band, poi, come folgorato sulla via della canzone dall’eloquenza di San Paoli (Gino), l’inizio di una carriera solistica con alcuni 45 giri non particolarmente fortunati: fischi e ortaggi accompagnano la sua esibizione al Cantagiro del 1964, ma basta una manciata d’anni perché il neonato cantautore si imponga nell’immaginario collettivo come uno dei più originali della sua generazione.

È sul palco sanremese del 1971 che 4/3/1943, aggiudicandosi il terzo posto appena dietro i Ricchi e Poveri di Che sarà e Nada de Il cuore è uno zingaro, gli regala il primo vero grande successo nazionale. L’Lp di questo splendido brano è Storie di casa mia, un album nel quale vengono a convergere alcune delle più eminenti professionalità del panorama musicale dell’epoca, partendo dai leggendari Oliver Onions, quei fratelli De Angelis autori delle colonne sonore dei film, tra gli altri, con Bud Spencer e Terence Hill, per proseguire con Ruggero Cini, ulteriore firma di eccellenza della popular music italiana.

Di lì in avanti è un’interminabile serie di successi, e questo già partire dall’anno successivo con un brano inizialmente scritto da Ron sulla chitarra, Piazza grande: è il bordone superiore, dato dal Re alto continuamente ribattuto, a indicare quella ciclicità, quel continuo ripetersi e ritornare sottinteso nel testo, nella storia di un senzatetto la cui quotidianità ciclicamente si consuma nella medesima piazza del titolo.

Uomo di grandi e intensissimi rapporti umani, Dalla capisce fin da subito che è la canzone la forma più congeniale perché la sua fortissima indole comunicativa possa trovare espressione: mai immemore però delle sue radici musicali, della sua primigenia formazione, a tal punto da inserire di continuo, in tutte le sue future produzioni discografiche, i linguaggi e gli stilemi tipici del jazz. Prima di tutto la musica, anche prima dei testi, con esiti cinematografici quasi consequenziali: dalla colonna sonora di Signori e signore, buonanotte dei vari Comencini, Magni, Loy, Scola, Monicelli e altri, a quella di Borotalco di Carlo Verdone, I picari di Monicelli, Al di là delle nuvole di Antonioni, Gli amici del bar Margherita e Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati, suo vecchio amico e collega musicale.

Un musicista capace di maneggiare una moltitudine di stili differenti, di mischiarli fra loro con una padronanza ai più letteralmente sconosciuta. Tanti i linguaggi e gli ambiti diversi quante le collaborazioni intessute nel corso di una carriera lunga più di mezzo secolo, il tutto grazie a una caratteristica imprescindibile, la sconfinata curiosità. Celebri dunque i duetti, tra gli innumerevoli altri, con Luciano Pavarotti, Michel Patrucciani, Pino Daniele, Toquinho, Gianni Morandi, Ray Charles e Gegè Telesforo: “Alle Tremiti – ricorda Telesforo, attualmente alle prese col suo prossimo album, Big Mama -, quando noi eravamo ancora dei ragazzini, Lucio aveva il primo walkman della Sony, e ne uscivamo pazzi. Era sempre all’avanguardia, e sulla sua barca, che aveva chiamato Catarro, aveva un pianoforte digitale col quale durante i suoi giri continuava a suonare, scrivere e produrre le sue cose. Ho un bellissimo ricordo di una suonata in spiaggia con Ron alla chitarra e io ai bonghetti: ci mettemmo a cantare e suonare dei blues. Quella sera poi ci ritrovammo nel club A’ Furmicula e facemmo una sorta di jam session improvvisata suonando di tutto, dai blues a roba brasiliana”.

Oggi Lucio Dalla avrebbe compiuto 80 anni, e a noi, oltre che godere del suo enorme lascito musicale, non resta che celebrarne la grandezza artistica: “Era una persona curiosissima – prosegue Telesforo – nei confronti dell’arte, della musica e della vita: di base era un musicista jazz, conosceva il linguaggio dell’improvvisazione e aveva nel sangue la pulsazione dello swing, e questo si sente in tutta la sua musica. È stato sicuramente uno dei musicisti più geniali che il nostro paese abbia avuto: era dotato di un’intelligenza superiore, avrebbe potuto fare qualsiasi cosa con successo. Quando incontri persone così avverti subito che ti trovi difronte a qualcosa di speciale”.