Cultura

Che folla di donne nella vita di Mascagni: la biografia del genio della Cavalleria Rusticana, tra successi e tormenti, attraverso le loro storie

Esce in libreria "Le donne di Pietro Mascagni" di Francesca Albertini Petroni, che ripercorre il rapporto del compositore livornese con madre, moglie, amanti e cantanti. Compreso il duello (rusticanissimo) tra Anna e Lina

Nell’arco d’una vita certe donne lasciano segni profondi. Quanto possono incidere sull’esistenza e la produzione di un artista? Se lo chiede Francesca Albertini Petroni nel saggio Le donne di Pietro Mascagni (Edizioni Curci, 2022). Traduttrice e interprete dal russo, con le due cugine Guia e Alice e la madre Maria Teresa ha fondato nel 2012 il Comitato Promotore Pietro Mascagni, per valorizzare la figura e l’opera del compositore livornese, suo bisnonno (1863-1945). Molte figure femminili – madre, moglie, cantanti, amanti – ne affollarono la vita: attraverso di esse, Albertini Petroni tesse la biografia del musicista, ricamando fra gioie e dolori, successi e tormenti. Si apre con una data, 7 dicembre 1970, in casa di Emy, la figlia del compositore, quasi ottuagenaria: un incendio devastante, attizzato forse dal mozzicone d’una sua sigaretta, divora carte, cimeli, ricordi. Un mondo va in fumo, quello stesso che Emy si era impegnata a custodire e a proteggere. La signora non si riebbe mai completamente da questa pena infinita.

Pietro era stato un bambino vivace e riflessivo. Occhi chiari e intensi, gli piaceva giocare davanti a casa e vicino al mare, scoprire la Livorno allegra e divertente dove, per via del porto, si mescolano genti e culture diverse. Ma un giorno il ragazzino, decenne, è profondamente triste, non gioca, non ride, non parla. È morta mamma Emilia, l’ha consumata la tisi, se ne è andata squassata dalla tosse e sfiancata dalla debolezza. Lui deve fronteggiare il primo immenso dolore, una perdita straziante. Su una piccola pianola suona una melodia, l’annota sul pentagramma, infila il foglio di musica in una busta e lo indirizza al padre: “Al babbo, in ricordo di mamma, Duolo eterno”.

Cresciuto, il ragazzino diventa un bel giovane attraente. Aveva ventitré anni quando all’orizzonte si profila una donna insostituibile, che cucì poi il filo rosso della sua vita, gli fu di conforto e, ad onta delle infedeltà subite, gli restò sempre accanto. Portava un nome improbabile, Argenide Marcellina: per tutti era Lina. Di buona famiglia parmigiana, ben educata, aveva carattere forte. Rimase incinta da nubile, lei e Pietro abitavano allora a Cerignola, in Puglia. Il bimbo, Domenico, morì presto: fu un colpo tremendo per entrambi. La depressione li assalì. Dopo un po’ Lina si riprese, convinse Pietro a ritornare alla musica, si sposarono in chiesa. Giunse la seconda gravidanza. Nel 1889 nacque un maschietto, di nuovo Domenico, detto Mimì (vennero poi Dino e Emy). Suggellò la ripresa il successo strepitoso di Cavalleria rusticana, a Roma il 17 maggio 1890. Santuzza fu Gemma Bellincioni, gran cantante, ammirata, applaudita, osannata. Da quel momento iniziò il “fenomeno Mascagni”: Pietro divenne una sorta di divo, piovvero finalmente i quattrini. Poco dopo fu dato a Roma L’amico Fritz (1891), con la voce raffinata e sensibile di Emma Calvé; indi, alla Scala, Guglielmo Ratcliff, affidato ad Adelina Stehle, ch’era stata la prima Nannetta nel Falstaff di Giuseppe Verdi. Successi, fama, viaggi furono all’ordine del giorno.

Chiamato a dirigere il Conservatorio di Pesaro, vi conobbe una studentessa di canto, Maria Farneti. Sboccia l’idillio, si scrivono lettere su lettere, sempre attenti a non farsi scoprire da Lina: sono insieme anche sul piroscafo che nel 1902 porta Mascagni e consorte negli Stati Uniti per una grande tournée. Al Metropolitan vengono date Cavalleria e Zanetto. Ma una bega legale con l’impresario lo costringe a rimanere a Boston con Lina: ritornarono in Italia dopo il verdetto di assoluzione della corte suprema del Massachusetts. Maria era già ripartita, in lacrime. Sposò poi un avvocato e abbandonò le scene. Quando morì, nel 1955, lasciò detto nel testamento di bruciare le lettere di Pietro, che aveva conservate religiosamente tutta la vita.

Trentacinque anni durò il rapporto di Mascagni con Anna Lolli, una corista dagli occhi verdi e dalla capigliatura color mogano. Fu passione travolgente, esaltazione, lontananza dolorosa. Lina questa volta aveva capito, e diventava sempre più gelosa. Moglie e marito partirono in tournée per Buenos Aires. Vi giunsero il 2 maggio 1911. Fu eseguita Isabeau, con gran successo. Al ritorno in Italia, Gabriele D’Annunzio propose al musicista la sua Parisina. Il poeta raggiunse Pietro e Anna in Francia: i due amanti si erano rifugiati in campagna in una sorta di felice vacanza dal mondo.

Mascagni era curioso, aperto al nuovo. Lo attraeva il cinema: ritornato in Italia, nacque il poema sinfonico Rapsodia satanica, per il film omonimo di Nino Oxilia. Scoppiò la guerra mondiale, poi venne il fascismo, al quale il musicista, gradito a Mussolini, finì per aderire. Nel 1935 alla Scala, la sua ultima opera, Nerone, ebbe sì successo, ma fu guardata non senza qualche sospetto dal regime. Vennero anni dolorosi – la Seconda guerra, la morte del figlio Dino arruolatosi in Somalia – intervallati comunque da esecuzioni e successi. Pietro volle incontrare un’ultima volta Anna. Fu nel 1945: sorseggiavano un vermut, mano nella mano; dal fondo della sala comparve Lina, si avvicinò alla rivale e le gridò: “Puttana!”.

Mascagni chiuse gli occhi il 2 agosto di quell’anno, all’Hotel Plaza di Roma.