Società

Si può disintossicare chi non vuole abbandonare la sostanza stupefacente? La risposta è no

Il servizio della trasmissione Le Iene durante il quale il giornalista propone ai due ragazzi dipendenti da crack di disintossicarsi entrando in una comunità spiega meglio di ogni esempio clinico-accademico l’inefficacia di qualsiasi trattamento disintossicante, laddove sussista un desiderio di godimento e di piacere ritenuto prevalente allo scorrere della vita stessa, oppure dove si valuti l’uso della sostanza controllabile e, dunque, irrinunciabile.

Droghe, alcol, gioco d’azzardo costituiscono quel nucleo opaco che va sotto il nome di ‘godimento’, scelta insondabile di un individuo così come lo è la sua volontà di abbandonarlo o di assecondarlo per tutta la vita. Un godimento in nome del quale la volontà di ripresa e ritorno nel legame sociale abdica spesso alla passione per una sostanza stupefacente. I due ragazzi sono dipendenti dal crack, una tra le più micidiali droghe in circolazione, capace di dare assuefazione e quindi incatenare il corpo sin dalle prime inalazioni. Quel corpo che, qualora la volontà di chiudere con la sostanza e riprendere i contatti con l’altro emerga, si mette in mezzo e chiede ancora droga.

Oggi tuttavia il desiderio di ‘chiudere’ con la sostanza, specie nell’universo giovanile, sempre più spesso lascia spazio ad una volontà di addomesticarla, di gestirla meglio, per questo motivo sempre meno in seduta sentiamo la chiara e netta volontà di ‘smettere’. La cocaina rappresenta l’esempio più evidente di questa tendenza, incontrando un clinico decine e decine di individui i quali non pensano affatto di divorziare dalla polvere bianca, quanto piuttosto usarla in maniera controllata.

La spinta alla ‘guarigione’ dell’altro e alla sua disintossicazione affinché abbia accesso ad una vita ‘sana’ e ‘virtuosa’ (esempio incarnato dal giornalista che si prefigge l’obiettivo di ‘guarire’ i due ragazzi) è il riflesso attuale di una tendenza medicalizzante di stampo paternalistico, sempre più imperante, che intende rendere la popolazione più robusta, tonica e ‘libera ‘ da vizi. Peccato che questo afflato padronale spesso dimentichi per strada un elemento che la psicoanalisi insegna essere elemento essenziale: il desiderio del singolo, la sua reale volontà di fare a meno di droghe, alcol o dipendenze di vario genere, per le quali invece assistiamo ad una sempre più diffusa passione trasversale.

La medicina si occupa dell’uomo cercando di curare le conseguenze del fatto che egli mangi troppo, beva troppo, fumi troppo. La psicoanalisi invece sa che l’essere umano si contraddistingue proprio perché mangia, beve, fuma e si droga in eccesso. E’ questa la clinica che oggigiorno accogliamo nei nostri studi: una clinica dell’eccesso, scelto, voluto, spesso raggiunto a detrimento di altre attività del quotidiano.

E’ ovvio che uno stato, senza scivolare nella pericolosa ambizione di assurgere a Stato etico, si debba fare carico di illustrare quali sono i danni delle droghe pesanti, dell’alcol, del gioco d’azzardo, mettendo in guardia dalle conseguenze di tutti questi ‘rimedi’ utilizzati, per scelta, da molti uomini e donne per rammendare esistenze spesso rabberciate. Ma la questione è: si può disintossicare chi non vuole abbandonare la sostanza stupefacente? No, la risposta è no.

Nel servizio si vede bene la biforcazione fra due vite diverse, due soggettive e due volontà irriducibili. Entrambi i protagonisti sono afflitti da una condizione di malessere fisico, giacché il crack incatena il corpo e rende la dipendenza un fattore fisico oltreché mentale. Ma mentre uno dei due, dopo un inziale titubanza, mostra una reale volontà di chiudere col fumo e accetta i colloqui all’interno della comunità, il secondo, dopo l’ingresso in quel luogo, torna a casa e va a comprarsi il crack, rendendo indiscutibile la sua scelta.

Resta nella memoria dello spettatore un consapevolezza che accomuna i due protagonisti: l’affaccio sull’abisso. Entrambi mostrano di sapere che il rischio quasi certo è quello di essere fagocitati dal crack, di vedere le loro vite del tutto annientate e inghiottite. Non sono dissimili ai tanti giovani e giovanissimi che sempre di più giungono in seduta affermando: “Utilizzo cocaina, questa è la mia vita e così la voglio mantenere. Ma non devo esserne inghiottito”; “Il crack è una mia scelta, solo non ne voglio morire, ma non voglio rinunciarvi”; “Lei deve aiutarmi a capire quando sforo, prima che mi cacci di nuovo nei guai”.

Costoro, come il ragazzo che dice no alla comunità, sono in cerca di autovelox che segnali in tempo utile la velocità troppo elevata. Non perché il conducente abbia a cuore la sua incolumità o quella altrui, o perché desideri una condotta di vita ‘regolare’, quanto perché restare uccisi dalla sostanza preclude il continuare a goderne. Tanti ragazzi come quelli visti nel servizio non sono in cerca di un percorso di liberazione delle sostanze stupefacenti, piuttosto chiedono un aiuto a fissare un limite laddove non lo riescono a percepire.