Economia

Inflazione, per le famiglie più povere i prezzi salgono dell’11,6% mentre per i più abbienti l’impatto si ferma a +7,6%. Ecco perché

I rincari in questa fase dipendono dall'andamento dei beni energetici e degli alimentari, a cui i nuclei più poveri devono per forza destinare una parte maggiore del proprio reddito

L’inflazione colpisce molto più duramente le famiglie meno abbienti, che giocoforza devono destinare una quota maggiore del proprio reddito a beni di prima necessità. La controprova arriva dall’Istat, che lunedì ha aggiornato le stime sull’andamento dei prezzi a settembre confermano la stima preliminare sull’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (+8,9% anno su anno) e rivedendo lievemente al ribasso a +10,9% l’andamento del carrello della spesa, che resta comunque a livelli mai raggiunti dall’agosto 1983.

Ordinando le famiglie in base alla loro spesa “equivalente” (per tener conto della numerosità di ciascun nucleo) l’istituto le ha suddivise in cinque quinti di pari numero: il primo comprende le famiglie con spesa mensile equivalente più bassa, generalmente le meno abbienti, l’ultimo quelle con la spesa mensile più alta. L’inflazione generale nel terzo trimestre del 2022 (+8,9%) continua ad essere in buona parte determinata dai prezzi dei beni energetici e accelera rispetto al secondo trimestre a causa per lo più dei prezzi dei beni alimentari e, in misura più contenuta, degli stessi Beni energetici e dei servizi. “Poiché i beni incidono in misura maggiore sulle spese delle famiglie meno abbienti e viceversa i servizi pesano maggiormente sul bilancio di quelle più agiate“, spiega Istat, “l’inflazione è in accelerazione per tutti i gruppi di famiglie ma continua a registrare valori più elevati per le famiglie del primo gruppo rispetto a quelle del quinto”.

In particolare, per le famiglie del primo gruppo (con minore capacità di spesa), l’inflazione accelera dal +9,8% del secondo trimestre al +11,6% del terzo trimestre, mentre per quelle del quinto gruppo (con la capacità di spesa più elevata) passa dal +6,1% del trimestre precedente fino al +7,6%. Dunque “il differenziale inflazionistico tra la prima e la quinta classe si amplia ulteriormente portandosi a 4 punti percentuali”.

Le differenze si devono principalmente alla dinamica dei prezzi dell’energia la cui crescita conferma ritmi molto elevati per entrambi i gruppi di famiglie ma che segna un’accelerazione da +48,9% a +52% per la prima classe di spesa e un lieve rallentamento da +42% a +41,4% per la quinta classe. I prezzi dei Beni alimentari, invece, accelerano per entrambi i gruppi ma continuano a registrare una crescita più ampia per il primo gruppo di famiglie rispetto al quinto. L’impatto inflazionistico di queste dinamiche risulta più ampio per le famiglie con più bassi livelli di spesa che destinano all’acquisto di questi prodotti una quota maggiore del loro bilancio rispetto alle famiglie con maggiore capacità di spesa (per l’energia rispettivamente il 14,6% le prime il 6,7% le seconde, per i Beni alimentari lavorati rispettivamente il 21,9% e l’11,5%, per i Beni alimentari non lavorati l’11,3% e il 4,9%).

Quanto alle singole aree del Paese, l’inflazione a settembre è più alta di quella nazionale nelle Isole (in accelerazione da +9,8% a +10,2%) e nel Nord-Est (da +8,9% di agosto a +9,4%), mentre si posiziona al di sotto nel Sud (da +8,3% a +8,8%), nel Centro (da +8,1% a +8,6%) e nel Nord-Ovest (da +7,7% a +8,2%). Tra le grandi città la più elevata si osserva a Catania (+11%), Bolzano e Palermo (entrambe a +10,8%), mentre le variazioni tendenziali più contenute si registrano ad Aosta (+7,4%) e Catanzaro (+7,6).