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Putin, messo alle strette, alza la posta. Userà bombe tattiche nucleari? Pare folle, ma possibile

Le Monde di domani: “Sotto pressione, Putin sceglie la fuga in avanti”. La mobilitazione parziale, cioè l’ingaggio dei trecentomila riservisti, assieme all’organizzazione del referendum (23-27 settembre) nei territori occupati per riattaccarli alla Russia, è una manovra che rilancia la minaccia nucleare per difendere “l’integrità territoriale” russa. Uno stratagemma: dopo il 27 settembre ogni attacco ucraino nelle zone occupate dai russi diventerà attacco diretto alla Russia. Il che autorizza Putin a scatenare la controffensiva nucleare tattica. Lasciare abbrustolire gli ucraini o difenderli anche con gli stessi mezzi? Putin ha alzato la posta.

Bluffa, Putin? Spesso i biografi gli hanno attribuito un atteggiamento da pokerista, ingannandosi e ingannando i loro lettori. Quando dichiara che non intende affatto rinunciare al suo obiettivo e che “useremo ogni mezzo per difenderci”, lo dice a carte scoperte, perché è con le spalle al muro: se cede, cade. Se non cede, allora il sistema Putin regge. Così, la minaccia nucleare non è campata per aria. C’è poco ormai da scherzare. E far finta che la questione ucraina – sarebbe più onesto scrivere: la questione dell’aggressione russa all’Ucraina – sia sotto controllo. Perché non è affatto sotto controllo. E, in parte, è responsabilità dell’Occidente aver lasciato Vladimir Putin libero di spadroneggiare e destabilizzare. Una volontaria complicità.

La “mobilitazione parziale” decretata mercoledì mattino e diretta ad oltre 300mila cittadini russi della riserva operativa per integrare “l’operazione speciale” in Ucraina è l’ultimo inquietante atto di un dramma cominciato anni fa. Quando nel 2004 inizia il suo secondo mandato presidenziale, è già un protagonista assoluto della scena politica internazionale, tanto che il mensile Forbes lo osanna come uomo dell’anno. È infatti molto popolare in Russia, piace per il suo autoritarismo, ma pochi si accorgono che ha già l’Ucraina nel suo mirino. Infatti sostiene Viktor Janukovich, il candidato filorusso delle presidenziali di Kiev, e per far capire quanto siano legati gli interessi di Mosca a quelli dell’Ucraina, lo incontra e di fatto gli offre la sua benedizione (e, soprattutto, protezione).

Dopo un primo scrutinio che vede Janukovich vincitore, scoppiano tumulti, grossi (e fondati) sospetti che il voto sia stato manipolato e che ci siano state frodi elettorali a macchia d’olio. Il governo è costretto ad annullare la consultazione e a indire nuove elezioni che Janukovich perde. Se una dote Putin ha, è quella della pazienza. Intervallata da ossessioni e rancori, da errori strategici, da provocazioni. Nel 2004 incassa la sconfitta. O meglio, l’archivia, ma non la dimentica. Perché non tollera le umiliazioni. Allora, quella patita trasversalmente per aver fallito la mossa di Janukovich. Oggi, per il rovescio militare di fine agosto.

Diciassette anni fa sperava in un’Ucraina similBielorussia, ossia vassalla di Mosca. Nel corso degli ultimi anni, ha costantemente rivendicato l’Ucraina perché ineluttabilmente legata alla Russia dalle radici comuni, cioè dalla storia e dal destino. Secondo la sua visione, chiamiamola così, geopolitica, e che qualcuno ha qualificato “postmoderna” – qui la riassumo in poche righe – la Russia non è né europea né asiatica, bensì un’entità originale, una civiltà autonoma in cui i valori liberali e progressisti sono limitati, controllati, in parte estirpati. Vuole la grandezza dell’Unione Sovietica, ma rivitalizzata da slanci nazionalisti, da una dottrina neoimperialista e sovranista, dall’assistenza spirituale della religione ortodossa (beninteso, al servizio dello Stato), da un’economia e una finanza sotto stretto controllo, subordinate al volere del Cremlino: tutto ciò, rielaborato ideologicamente per creare una nuova identità russa. Purtroppo, tutto ciò ci ha portato dove vorremmo non essere mai arrivati: sull’orlo di una guerra atomica.

Chi si illudeva che i successi della controffensiva ucraina avrebbero indotto Putin a più miti considerazioni, e che il tiepido appoggio cinese, la diffidenza indiana e certe turbolenze nelle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale (ma anche il riaccendersi del conflitto tra Armenia e Azer) avrebbero indotto Mosca a cercare una soluzione diplomatica, sia pure complessa e laboriosa, si è sbagliato. Perché non ha tenuto conto della personalità di Putin. Del suo livore nei confronti del liberalismo, dell’individualismo, delle libertà.

Spesso, anche con accenti messianici, il presidente russo evoca lo scontro tra civiltà, come fa Alexander Dugin, il filosofo cantore dell’eurasismo, colui che vagheggia la creazione di un impero in seno all’Eurasia. Avendo acquistato i suoi libri, di incomprensibile scrittura (talvolta esoterica, disseminata di ingarbugliati concetti), credo che Putin non li abbia mai letti, ma è indubbio che un certo influsso nella cerchia del potere russo di Dugin, che predica l’identità imperiale ed imperialistica della Russia, ci sia non fosse altro perché la sua visione del futuro coincide con quella putiniana. Una volta, durante un’intervista alla Bbc, Dugin aveva posto una domanda: “Chi governa il mondo?”. E si era dato una risposta: “Solo una guerra potrebbe veramente deciderlo”.

La ferocia e la determinazione con la quale Putin ha scatenato le sue guerre, sono note. Ma da noi, sono dimenticate o volutamente ignorate. La seconda guerra in Cecenia, per esempio, contro i separatisti, è stata un macello. Con l’alibi: non di guerra si tratta, ma di “operazione antiterrorista”. Vi ricorda qualcosa? L’arte della propaganda è lo strumento delle dittature e dei governi autoritari.

Pure nel 2000 la seconda guerra in Cecenia cominciò a febbraio. Durò sino al 2009: 300mila vittime. La capitale Grozny, completamente devastata, al punto che l’Onu la definì la “città più distrutta del mondo”. Villaggi rasi al suolo, stupri, esecuzioni sommarie, torture, bambini massacrati, ruberie. Il copione dell’esercito russo è sempre lo stesso…ma il mondo ebbe reazioni tiepide, forse in omaggio al cinico principio della realpolitik in attesa di capire chi fosse veramente Putin, appena diventato presidente russo.

Qualcuno, tuttavia, provò a raccontare l’orrore e la criminale gestione di quella guerra oscura: Anna Politkovskaja, Stanislav Markelov, Anastasia Baburova, Natalia Estemirova, per esempio. Giornalisti, avvocati: svolsero inchieste sul comportamento barbaro dell’esercito russo e dell’Fsb, l’intelligence che aveva sostituito il famigerato Kgb. Verranno uccisi. Liquidati durante il lungo regno di Putin. Tappare la bocca a chi osava essere troppo indiscreto. Una scia mortale che va oltre i confini russi. Garry Kasparov, grande campione di scacchi, diventato fiero oppositore di Putin, costretto a fuggire da Mosca, nel 2005. Alexander Litvinenko, ex ufficiale del controspionaggio russo (Kgb, Fsb), rifugiato a Londra, avvelenato col polonio 210 nell’autunno del 2006. Pochi mesi dopo, a Monaco, durante un forum internazionale sulla sicurezza, Putin denuncia l’espansionismo della Nato, l’attitudine americana di sentirsi gendarme del mondo ed alimentare la corsa agli armamenti, afferma che è venuto il momento del multipolarismo e infine chiude il suo polemico intervento lanciando un’oscura minaccia: “La guerra fredda ha lasciato dietro di sé munizioni che non sono ancora esplose…”.

L’anno dopo, Mosca attacca l’Ossezia del Sud, provincia georgiana, con la scusa di andare a soccorrere i filorussi ossetini minacciati dalla Georgia. I media russi vanno a nozze scatenando una campagna antigeorgiana che un po’ sorprende (ero a Mosca, in quel periodo, e mi ricordo vergogna e disappunto dei miei amici russi): la Georgia è il cavallo di Troia della Nato, gli americani la armano. Ricordo che fu allestita in fretta e furia una mostra che lo dimostrava, con oggetti ed armi recuperate durante la brevissima guerra (andai poi in Ossezia e vidi che era stata allestita una grande base militare russa, quasi al confine con il resto della Georgia).

Nel 2014, venne il turno della Crimea. Il mio amico Boris Nemtsov, ex vicepremier al tempo di Eltsin, divenne un oppositore del Cremlino, documentando – soprattutto sul fronte economico e finanziario – gli intrallazzi del potere. Voleva organizzare una grande marcia di protesta contro l’annessione della Crimea. Ma, sempre in un fatale febbraio, quello stavolta del 2015, viene ucciso mentre ritornava a casa a piedi, sotto le mura del Cremlino. Quattro proiettili lo fulminano. Le telecamere di sicurezza, guarda caso, in quel momento non sono in funzione…

Arriviamo al 17 dicembre del 2021. Putin lancia un ultimatum alla Nato: fate marcia indietro, tornate alla situazione del 1991, lasciate gli ex Paesi del patto di Varsavia. Non gli danno retta. L’Occidente ritiene che sia una proposta assurda, irrealizzabile. Putin insiste, minaccia. Sette anni prima, il capo di Stato Maggiore Usa, Martin Dempsey, con lungimiranza aveva detto: “Putin può veramente accendere un fuoco di cui potrebbe perdere il controllo”.

Oggi, l’incendio è arrivato quasi alle nostre porte, e il piromane del Cremlino continua ad alimentarne le braci. Non dimentico che il 24 febbraio scorso, Putin annunciò in tv “l’operazione speciale” in Ucraina, dicendo: “A chi tenterà di interferire con noi, la risposta della Russia sarà immediata e condurrà a delle conseguenze che voi non avete ancora conosciuto”. Muoia Sansone con tutti i Filistei.

C’è forse della follia in Putin? È questione di prospettiva. Se ci mettiamo a vedere Putin dall’interno della Russia, della Russia attuale, il suo comportamento è razionale. È lo zar del più vasto Paese del mondo, da Kaliningrad a Vladivostok sono ben undici fusi orari. Dispone di oltre due milioni di soldati, poliziotti, agenti dei servizi di sicurezza e della frontiera. Ha il più potente arsenale atomico. Ha le più grandi riserve energetiche del pianeta e risorse naturali immense. Ma ha anche una popolazione che ha un reddito medio pro capite molto basso, mentre un centinaio di oligarchi dispone di 600 miliardi di dollari. È chiaro che per mantenere l’ordine deve ricorrere non solo ad un sistema repressivo, ma anche ad una martellante propaganda nazionalista e patriottica. Unire i russi contro il “nemico di fuori”. L’antica e mai perduta paranoia russa. Accentuata dalle sanzioni: che iniziano a far male (le importazioni, per esempio, di prodotti manifatturieri, rappresentavano il 75per cento della bilancia commerciale: il che significa che la Russia è dipendente dal mercato mondiale).

Come ho letto sull’ultimo rapporto Cia (Annual Threat Assessment of the US Intelligence Community), la Russia resta “una potenza influente ed una formidabile sfida per gli Stati Uniti in un contesto geopolitico in mutazione”.

In questo rapporto, la Cia stima che “la Russia non voglia un conflitto diretto con le forze americane. La Russia cerca un compromesso con gli Stati Uniti sulla reciproca non ingerenza negli affari interni dei due Paesi e il riconoscimento da parte degli Usa della sfera d’influenza rivendicata dalla Russia su gran parte dell’Ex-Urss”. Putin, insomma, è intrappolato dalla sua stessa narrazione. Dunque, non può fare a meno di alzare i toni e minacciare chi gli impedisce di portare a buon fine il suo disegno.

Ma i russi chiamati alle armi non sono felici di andare al fronte. Putin ne è consapevole, per questo ha tardato d’un giorno di firmare il decreto. È consapevole che tale scelta verrà valutata quale mossa disperata e che la sua autorevolezza è calata, anche tra i Paesi “amici”. Lo spiega molto bene un editoriale di Le Monde: “Per quasi quindici anni, dall’intervento russo nelle province separatiste della Georgia, Vladimir Putin ha moltiplicato i colpi di forza, dalla Siria alla Libia, mentre l’influenza russa cresceva in Africa. Questo attivismo, troppo a lungo sottovalutato, ha fatto guadagnare al maestro del Cremlino successi di prestigio. Le battute d’arresto in Ucraina, il rafforzamento involontario della Nato che questa aggressione ha scatenato, l’asimmetria ancora più pronunciata a beneficio della Cina dell’alleanza tra grandi potenze “revisioniste”, o anche il disaccoppiamento duraturo con l’Europa occidentale accelerato dalle sanzioni, costituiscono dolorosi ritorni al reale”.

Insomma, il vero pericolo geopolitico per la Russia non è tanto l’Occidente che ossessiona Putin, ma la Cina (tremila chilometri di frontiera-groviera separano i due colossi), con il suo esercito cinque volte più numeroso ed un arsenale moderno e sofisticato, nonché un’economia dieci volte più potente di quella russa. Però alla Cina non sarà affatto gradito questa nemmeno tanto velata allusione al possibile utilizzo delle armi nucleari (astutamente Putin non lo dice esplicitamente).

Messo alle strette, Putin utilizzerà le bombe tattiche nucleari? Pare folle, però pur sempre possibile. I trecentomila riservisti usati come carne di cannone saranno sacrificati alla “grandeur” del despota russo, sempre più in sintonia coi sanguinari zar del passato. Perché il problema non è soltanto quello dei soldati. È l’insipienza di chi comanda. La corruzione che ha minato l’apparato industrial-militare. Il fatto che non tutti sono disposti a massacrare, violentare, distruggere un popolo fraterno. Non a caso, i reclutatori della compagine Wagner – i soldati di ventura russi – sono andati nelle galere per assoldare criminali (lo abbiamo visto in un video circolato nel web). Come dicevano i nostri vecchi, il peggio non è mai certo.