Mafie

Amedeo Matacena, così faceva politica: “Da parlamentare portavo a Reggio Calabria 2 miliardi e mezzo al giorno”

Era molto istruttivo fare una visita all’ufficio di Amedeo Matacena, l’ex parlamentare di Forza Italia deceduto nei giorni scorsi a Dubai dove viveva da latitante, dopo una condanna definitiva per concorso esterno in associazione mafiosa. La sua segreteria politica si trovava al Parco Fiamma di Reggio Calabria, una zona ‘bene’. Appeso alla parete c’era, fra le altre cose, un manifesto elettorale che non faceva nessuna concessione alla grafica, ma era denso di informazioni interessanti. Diceva così: “Siamo riusciti a ottenere finanziamenti per 297 miliardi di lire, circa due miliardi e mezzo di lire al giorno, se si considera che il governo Berlusconi è stato in carica solo quattro mesi, escluso il periodo di rodaggio”. E giù una sfilza di dighe, strade, svincoli, edifici pubblici, persino i nuovi uffici della polizia stradale.

Amedeo Gennaro Raniero Matacena junior, figlio del cavalier Amedeo Matacena, l’armatore dei traghetti Caronte, era stato eletto deputato nel 1994, nella legislatura che vide il primo, breve governo Berlusconi. Il manifesto elencava puntigliosamente le risorse dello Stato che Matacena era riuscito a far piovere su Reggio grazie al suo impegno parlamentare. Fanno due miliardi e mezzo (di lire) al giorno, aveva voluto sottolineare nell’appello ai “possibili elettori di Forza Italia” in occasione delle amministrative del 1995.

Quando nel 2001 si tornò al voto politico, Matacena venne escluso a sorpresa dalle liste di Forza Italia. Aveva preso in primo grado 5 anni e quattro mesi per concorso esterno alla ‘ndrangheta, anche se su quel processo pendeva un conflitto di attribuzione fra poteri dello Stato. La condanna, infatti, era arrivata in contumacia, avendo l’imputato opposto i suoi impegni politici e parlamentari a tutte le 159 udienze del processo. A sbarrargli la strada al secondo mandato non era stato uno scrupolo di Silvio Berlusconi, ma – a suo dire – le pressione degli alleati del centrodestra, Umberto Bossi e Gianfranco Fini, che non volevano condannati in lista.

Fatto sta che lui era imbufalito e si concedeva volentieri ai giornalisti, e chi scrive lo incontrò per il settimanale Diario insieme al collega Danilo Chirico. Era – fisicamente – un gigante: alto, massiccio, con il volto squadrato e radi capelli biondi. Parlare con lui era interessante perché certo non si nascondeva dietro le formule di rito – tipo “ho fiducia nella magistratura”, “aspettiamo la sentenza definitiva”, ma passava decisamente al contrattacco. Ecco per esempio il suo pensiero su pentiti e carcere ‘duro’: “Mi viene contestata la mia attività di parlamentare, perché sono intervenuto contro i pentiti e contro il 41 bis, il carcere duro. Sa cos’è il 41 bis? È una cosa inumana, significa sotterrare vive alcune persone e creare una fabbrica di pentiti. Fra essere sotterrati vivi ed essere pagati dallo Stato è chiaro che si sceglie la seconda via, magari sistemando anche questioni personali. Allora io dico, meglio la pena di morte”.

Sulle cattive frequentazioni che gli venivano contestate, replicava così: “Un parlamentare deve potersi muovere liberamente. La popolazione carceraria, i pregiudicati, hanno una valenza sociale o no? Il carcere rieduca davvero? Ci sono dei torti? Se un pregiudicato mi dice che ha dei problemi, io vado a sentirli, perché poi faccio iniziative in Parlamento”. Alla fine di un interrogatorio, ci fu raccontato in Procura, si era congedato dal magistrato Salvatore Boemi con un sonoro “baciamo le mani“, lasciando esterrefatto anche il suo legale, il parlamentare berlusconiano Alfredo Biondi.

Questo era – al di là delle vicende giudiziarie che si sono protratte fino ai giorni nostri – il Matacena pensiero. Che era chiaro fin da prima del suo felice sbarco in Parlamento fra gli scranni berlusconiani. Al Corriere della sera, in un’intervista pubblicata il 31 ottobre 1989. Attenzione, 1989, non 1889: “Voi giornalisti fate confusione tra la delinquenza e la mafia, che ha le sue regole morali. Regole morali simili a quelle del miglior galateo. La mafia parla di protezione della donna, di strette di mano e non di carte scritte, di rispetto della persona e di valori. Io parlo della mafia delle campagne, di quella con le scarpe sporche di terra, della Calabria che non è mai stata capita perché colonizzata dal Nord”.