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Il lutto della Regina visto dall’Australia: davvero uno Stato giovane può restare così monarchico?

Da due giorni l’Australia è un paese in pieno lutto. Social media inondati di post “RIP (riposa in pace) Queen Elizabeth”, canali televisivi che trasmettono documentari e testimonianze sulla vita della Regina. Pensate che a scuola di mio figlio hanno persino organizzato una messa in memoria, il giorno dopo la scomparsa di Sua Maestà.

Mi dichiaro subito: per educazione e cultura, la monarchia è quanto di più lontano esista dal mio modo di ragionare. Formalismi, pomposità, tradizioni, gerarchia: tutto il contrario di ciò in cui credo. E mi ha sempre incuriosito il fatto che l’Australia, un paese ad altissimo tasso di informalità nelle relazioni e composto di una società basicamente orizzontale, in cui il concetto di uguaglianza di diritti e doveri è molto radicato, abbia questo smodato interesse per la Corona Reale.

L’Australia fa parte del Commonwealth, una associazione di 54 paesi che trae origine dal vecchio impero britannico. Di questi 54 paesi, la Regina era Capo di Stato di 14 (oltre al Regno Unito): l’Australia fa parte di questa lista, insieme al Canada, Giamaica e Nuova Zelanda, per citare i più conosciuti.

Ho sempre trovato stridente il contrasto tra uno Stato giovane ed estremamente progressista come l’Australia e la “pesantezza” istituzionale della monarchia britannica. Anche se alcuni amici mi hanno fatto notare come vi siano altri Stati europei considerati estremamente progressisti e che – nonostante ciò – conservano ancora monarchie costituzionali in essere, quali ad esempio la Danimarca, la Norvegia, l’Olanda e la Svezia. Ovviamente la Regina non aveva un ruolo attivo nella gestione della nazione, ed era rappresentata in Australia dal Governatore Generale, nominato dalla Corona in consultazione con il Primo Ministro australiano. Il Governatore Generale in realtà gode di ampi e non insignificanti poteri in rappresentanza della Corona, incluso fornire l’assenso alle leggi votate dal Parlamento e avviare il procedimento per indire le elezioni politiche. Sono poteri statuiti dalla Costituzione ma che il Governatore Generale esercita – generalmente – su iniziativa del Consiglio dei ministri.

Perché l’Australia non si è mai realmente focalizzata sull’avviare una transizione per divenire una Repubblica, se come società non si riconosce pienamente nell’istituzione monarchica? In realtà nel novembre 1999 si tenne un referendum – promosso da Malcolm Turnbull che in seguito divenne Primo Ministro dal 2015 al 2018 – per modificare la Costituzione e diventare una Repubblica presidenziale. I No prevalsero con il 55% e pertanto non se ne fece nulla. Secondo le principali analisi, ed anche sulla base di conversazioni avute nel mio circolo di amici australiani, la principale ragione fu una sorta di inerzia per cui la monarchia non aveva mai fatto grossi danni o esercitato ingerenze nel governo della nazione e quindi non vi era un forte sentimento o particolare urgenza per modificare la Costituzione, tema su cui gli australiani sono generalmente piuttosto nervosi e tendono ad assumere un approccio conservativo.

Potrebbe la morte di Elisabetta cambiare il panorama? Credo (e spero) di sì. In quanto coincide con la recente vittoria del Labour Party, entrato al governo da poco più di 100 giorni. Partito tradizionalmente più attaccato ai valori repubblicani e con un’agenda progressista che potrebbe certamente contenere la riapertura del dibattito circa la coerenza del modello monarchico con la società australiana. Lo stesso Primo Ministro Anthony Albanese ha più volte ribadito il suo pensiero circa la necessità per l’Australia di avere un Capo di Stato australiano, e non inglese.

Inoltre, mi pare che il sentimento collettivo sia cambiato in questi ultimi anni, frutto di una generazione di giovani che – comprensibilmente – non sentono nessun tipo di affiliazione con la Corona, combinato con voci sempre più assordanti che si levano dalla comunità aborigena, che vede la Corona come la rappresentazione ultima di un potere che ha invaso il paese e distrutto cultura e tradizioni locali. Non più tardi di un mese fa, alla cerimonia di insediamento del nuovo Parlamento, la deputata indigena Lidia Thorpe definì la Regina come “Sua Maestà la colonizzatrice” durante la recita del giuramento, mentre teneva il pugno alzato. Provocando un misto di scandalo ed ammirazione.

Quanto velocemente può avvenire questo cambiamento? Dubito si verifichi durante la legislatura appena iniziata (in Australia il mandato dura tre anni), in quanto il Primo Ministro Albanese sta promuovendo un’agenda di “safe change” e non credo voglia imbarcarsi in un’avventura che può rivelarsi lunga e piena di ostacoli. Se in questi tre anni il Labour Party riuscirà a guadagnarsi la fiducia della gente, e quindi un secondo mandato, sono abbastanza certo che nel 2025 i tempi saranno maturi per una transizione soft verso una forma di governo che – a mio parere – rappresenterebbe in maniera molto più fedele l’essenza della società australiana.