Calcio

Quei sentimenti neri, quel talento: Josip Ilicic ha dimostrato che umano e divino non si escludono

Il calciatore e il popolo della Dea si sono guardati negli occhi per dirsi addio. Poco più di cinque minuti per chiudere negli scatoloni cinque anni fitti, fatti di tocchi di velluto e di vittorie sorprendenti. Ma anche di paure, di cadute. Tutto vissuto senza perdere mai quell’empatia reciproca

Gli amori più felici sono quelli che finiscono. Si mettono al riparo dall’usura del tempo, evitano di dover intingere il passato nel risentimento, consentono di ricordarsi per quello che si è stati davvero. Una regola che è stata elevata a sistema giovedì sera, quando Josip Ilicic e il popolo della Dea si sono guardati negli occhi per dirsi addio. Poco più di cinque minuti per chiudere negli scatoloni cinque anni fitti, fatti di tocchi di velluto e di vittorie sorprendenti. Ma anche di paure, di cadute, di sentimenti neri come il catrame. Tutto vissuto senza perdere mai quell’empatia reciproca, quel prendersi cura l’uno dell’altro che è stato il minimo comun denominatore del tempo trascorso insieme. Una storia troppo importante per chiudersi con un banale lieto fine. Tutto ruota intorno a quel tempo verbale. Non più indicativo presente ma passato prossimo. Da oggi Josip Ilicic è stato molte cose per l’Atalanta. E tutte insieme.

Uno scalino temporale che innalza il talento dello sloveno verso la leggenda. Almeno a Bergamo. Perché quel fantasista dalle gambe fine come uno spaghetto non è solo l’uomo che ha contribuito in prima persona a scrivere la storia del club nerazzurro. Josip è riuscito a fare molto di più. Ha trasformato la sua vicenda personale in una vicenda collettiva. Un calciatore che ha dimostrato che umano e divino non si escludono vicendevolmente, ma possono convivere all’interno di una stessa entità. Ilicic è il più imperfetto degli dei del calcio moderno, un ossimoro in maglietta e pantaloncini. Uno capace di far vorticare il suo talento in una partita per poi metterlo in letargo, di alternare giocate abbacinanti e prestazioni ectoplasmatiche. Tutta la sua esistenza sembra tesa a dove confermare il verso di Cesare Pavese: “È un gioco rischioso prender parte alla vita”.

È una lezione che impara nel momento stesso in cui viene alla luce. Quando apre gli occhi suo padre già non c’è più. È stato ucciso da un vicino serbo che non apprezzava particolarmente le sue origini croate. Cose che succedono in quel generatore di solitudini che è stata la guerra dei Balcani. Un incipit crudele che indirizza una vita, che trasforma il cuore in quello strumento “scordato” descritto da Eugenio Montale. Chi entra in contatto con lui racconta della dualità della sua anima. Nello spogliatoio lo chiamano “la nonna”, per la sua abilità nel lamentarsi sempre di qualche acciacco. Ma quando si scioglie diventa simpatico, a volte irresistibile. Walter Sabatini, uno che ha detto di aver visto il paradiso e di averlo trovato incredibilmente simile a un supermercato, lo segue su segnalazione del figlio di Delio Rossi, Dario. La prima impressione è complessa. “In stato di grazia era un fenomeno – ha detto tempo fa alla Gazzetta – ma era un po’ ombroso, sembrava non fosse mai felice. Mostrava una certa indolenza, faticava a socializzare per via della sua timidezza”. È una condizione che lo accompagnerà per tutta la vita.

A Palermo si celebra l’ostensione del suo talento al mondo intero. Segna, manda in porta gli avversari, si eclissa. Credere al suo talento vuol dire scommettere pure sapendo di poter essere traditi da un momento all’altro. A Firenze va decisamente peggio. “Gli insulti che prendeva nel corso del tragitto dal centro sportivo al campo erano una cosa incredibile – ha raccontato Daniele Pradé – Andò in depressione e dopo quattro mesi voleva già andare via”. Invece in Viola ci resta 4 anni. Il suo addio nel 2017 ha il gusto amaro della liberazione reciproca. “A Firenze mi davano per finito”, dirà qualche tempo dopo. L’Atalanta è il luogo della rinascita. Lui e la squadra si prendono per mano e corrono verso risultati insperati. Prima l’Europa League. Ma soprattutto la Champions. Il 19 febbraio 2020 il suo talento trova la sublimazione. La Dea gioca al Mestalla di Valencia. Josip firma il primo gol. E poi segna ancora. E ancora. E ancora. L’Atalanta vince 3-4 e vola ai quarti di finale.

È in quel momento che Ilicic inizia a soffrire di vertigini. Bergamo è la città più flagellata dal Coronavirus. Le immagini sono strazianti. Carri dell’esercito portano via uomini e donne che si sono trasformati in salme. Josip guarda e non trova spiegazione. Osserva e inizia a sentire un senso di oppressione che lo porta a mettere tutto in secondo piano. Il calcio non è più una priorità, almeno per il momento. Torna in Slovenia per ritrovare sé stesso, per avere di nuovo un posto da chiamare casa, mentre nessuno intorno a lui riesce a capire la profondità del suo disagio, mentre i giornali fanno serpeggiare illazioni e dicerie. Quando si sente pronto torna indietro. Sono passati mesi. Ma solo sul calendario. Perché in campo è ancora la stessa storia. Josip illumina ancora. Josip risplende di nuovo. Fino ad arrivare a un nuovo apice: il gol segnato ad Anfield contro il Liverpool, in Champions League. “Il peggio, una volta sperimentato, si riduce con il tempo a un risolino di stupore”, scrive Aldo Busi nel suo Seminario sulla Gioventù. Per Ilicic non è così.

A dicembre riprende a danzare con i suoi fantasmi. Tutto è di nuovo così pesante. “La nostra testa è una giungla”, commenta in modo benevolo Gasperini. E ha ragione. Josip non gioca più. Da gennaio fino al 20 maggio, quando il suo allenatore non lo butta dentro contro l’Empoli. Sono gli ultimi dieci minuti dell’ultima giornata di campionato. È un gesto più simbolico che pratico, un modo per abbracciarsi ancora dopo tanto tempo. Sul gong del mercato arriva il finale che nessuno sognava ma che tutti avevano intuito. Ilicic rescinde il suo contratto. Andrà a giocare chissà dove, alla ricerca di nuovo dell’adrenalina e del colpo a effetto. “Grazie per l’affetto che mi dimostrate sempre. Insieme abbiamo fatto al storia e la storia non sarà mai dimenticata. Sarete sempre nel mio cuore”, scrive ai tifosi. E loro l’altra sera hanno scritto a lui. Vernice colorata su un telo bianco. Fino a formare la frase: “Per quei tocchi così magici che ci hanno fatto venire i brividi. Grazie Ilicic”. Non c’è altro da dire. Non ci sono altre lacrime da versare. Ilicic esce dal Gewiss Stadium verso il suo destino, personaggio in cerca di un altro autore, di un club che gli regali gli ultimi frammenti di gratitudine. “Dio solo ha il privilegio di abbandonarci. Gli altri ci mollano”, scrive Cioran. E ieri sera Josip Ilicic si è tolto la soddisfazione di smentirlo.