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Taiwan, la Cina è il prossimo obiettivo Usa. Ma stavolta potremmo pagarla davvero cara

di Stefano Briganti

Credo che ormai sia chiarissimo che è la Cina il prossimo obiettivo nel mirino dell’amministrazione Biden e perciò diventerà, per “atlantismo”, anche obiettivo Ue. Lo si è capito sin dalle prime battute di presidenza, quando Joe Biden ha spostato il “centro di interesse” di Washington sul fronte dell’Indopacifico attuando un sistema di alleanze da utilizzare all’occorrenza contro la Cina come utilizza oggi la Ue sul fronte russo. Per questo ha costituito il Quad Indo Pacific e Aukus “circondando” la Cina a Sud-est.

Per cercare di capire qualcosa si potrebbe partire dai tre documenti ai quali le parti “belligeranti”, ovvero Usa e Cina, fanno riferimento nei loro discorsi incendiari. La Cina si appella al “One China”, nel quale si dice che Taiwan è da considerare territorio cinese ma non specifica chi è legittimato a governarlo. “One China” venne recepito dagli Usa e da questo derivò la “One China Usa policy” (Shanghai 1972).

La posizione Usa è ambigua: gli Usa prendono atto (acknowledge) che la Cina considera Taiwan un suo territorio ma non lo riconosce né come parte della Cina, né come Stato sovrano, impegnandosi però a smilitarizzarlo delle armi Usa. Nel 1979 per stabilire relazioni diplomatiche con Taiwan gli Usa sviluppano unilateralmente il Taiwan Relation Act che tocca tre aree: La definizione di Taiwan, le relazioni diplomatiche e gli aspetti militari.

1) Taiwan non è riconosciuto come “Republic of China (ROC)” ma come “autorità governativa di Taiwan”.

2) Le relazioni diplomatiche sono de facto, non essendo riconosciuto come stato sovrano.

3) Gli Usa si impegnano a fornire armi a scopo “difensivo” in quantità e modalità decise dal Presidente Usa”.

Nel luglio 1982 gli Usa accettano i “Six Points” sulle forniture di armi Usa proposto loro da Taiwan, ma ad agosto 1982 nel “Joint Communique Usa-China” questo aspetto non viene toccato, perché per la Cina il riarmo di Taiwan da parte Usa viola l’accordo di Shangai. E’ a questi tre documenti, due dei quali unilaterali, che fanno riferimento Biden e Pelosi.

In sostanza la posizione ambigua sulla quale gioca la sua partita Biden è così riassumibile: io (Usa) prendo atto che la Cina reclama Taiwan come sua, ma non dico in modo esplicito e immutabile se ritengo Taiwan indipendente o no. Non riconosco Taiwan come Stato ma lo rimpinzo di armi “difensive” a mio piacimento. Mi impegno a non intervenire direttamente se Taiwan dovesse essere attaccata oppure forzata a diventare parte della Cina, ma darò il mio supporto alle istanze di Taiwan circa la sua indipendenza.

Ora è ovvio che se un paese che mira a diventare Stato sovrano si sente appoggiato con armi e politica dagli Usa, non si siederà mai per trovare un accordo di “integrazione territoriale”. Più si arma Taiwan per scopi “difensivi” e si ignorano le proteste cinesi e più si acuiscono i contrasti Cina-Taiwan e Cina-Usa. Spingendo la Cina a reagire si attuerebbe un modello simile a quello russo-ucraino, nel quale a vestire i panni dell’Ucraina è Taiwan (anche se non è uno Stato sovrano) e la Cina quelli della Russia. Comune denominatore: gli Usa. Il tutto su un importante sfondo economico-strategico, perché Taiwan ha la più grande fonderia di semiconduttori al mondo, e produzione di microchips (Tsmc). Giorni fa c’è stata l’approvazione del Congresso Usa di un investimento da 54 miliardi per l’industria Usa di microchip per contrastare Pechino e Taiwan è la chiave per il successo dell’investimento.

Una “guerra economica” cinese non è come quella con Mosca e la potremmo pagare molto più cara di quanto oggi paghiamo per le sanzioni alla Russia. Ricordate la “crisi dei container”? La Cina, guardando alla “guerra economica” contro Mosca, si prepara e si muove d’anticipo. Un segnale? Bruciando sul tempo le deadline del Congresso Usa, il 12 agosto la Cina ha annunciato che cinque big company statali cinesi usciranno subito da Wall Street lasciando un buco di 370 miliardi di dollari di capitalizzazioni.

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