Società

In montagna non siamo del tutto soli: la nostra libertà ha un costo sociale

Dopo la tragedia della Marmolada e la temporanea “chiusura” di quella montagna per ragioni di sicurezza, associazioni di alpinisti, maître à penser del mondo alpestre, hanno ripetuto, anche con durezza, che “l’alpinismo è una libera scelta e nessuno può impedirci di non andare dove vogliamo”. L’idea che sopra una certa quota si entri in un pianeta per “gente speciale” dove le scelte individuali debbano prevalere su ogni forma di costrizione è affascinante e romantica. Ma la questione ha molte facce.

In caso di tragedia dovuta a crolli o a pericoli non segnalati i diretti responsabili sono i sindaci: il tribunale è lì che li aspetta. Da qualche anno trovare a tutti i costi il “colpevole” sembra diventato un fine riparatore imprescindibile, ed è una brutta piega importata dal diritto statunitense (come ha ben illustrato il giurista Flick a Enrico Martinet de La Stampa).

Stessa cosa era avvenuta tempo fa in campo sanitario. Per non incorrere in denunce sempre più frequenti, i medici si tutelavano ricorrendo alla “medicina difensiva”. Prescrizioni di analisi per tutto, come un salvacondotto. Poi è arrivata la legge Gelli-Bianco che limita le responsabilità dei medici, e le analisi sono calate. I sindaci dovrebbero limitarsi a chiudere i sentieri solo se avvisati da tecnici della presenza di pericoli incombenti.

Ma a parte questo aspetto collaterale, la questione vera è inneggiare alla libertà per la libertà. Quale libertà? Quale montagna? Fatta salva la Marmolada in questi giorni, nessuno ha interdetto pareti alpinistiche (come fecero per esempio gli svizzeri con la Nord dell’Eiger negli anni Trenta, senza per altro riuscirci): mentre scrivo l’unico sentiero vietato è il giro del Lago delle Locce esposto al crollo dei seracchi dalla Est del Monte Rosa. Parliamo di un itinerario turistico frequentatissimo e sotto un pericolo incombente: in nome di quale libertà il sindaco non dovrebbe vietare quel sentiero?

Gli alpinisti ripetono con sdegno che l’alta quota deve rimanere un porto franco, “la montagna non è una spiaggia a pagamento, lassù si è soli con le proprie scelte”. Beh, proprio soli non siamo: se cadiamo in un crepaccio un elicottero ci viene a prendere veloce e gratuito, e con i rischi che ciò comporta per i soccorritori. Cari alpinisti (e tra voi mi ci metto anche io), la libertà di fare quello che vogliamo, anche di rischiare di farsi male in alta quota ha un costo sociale. È un lusso che ci prendiamo. Ricordiamocelo e ringraziamo, invece di pretenderlo perché ci consideriamo “gente speciale”.