Società

Il caso della biologa Vollbrecht che dice ‘i sessi sono due’: perché io la difendo

Marie-Luise Vollbrecht è una biologa. Le sue idee politiche, per quello che ne so, si rifanno alla sinistra radicale, mentre è accertato il suo impegno costante in favore delle battaglie femministe. Insomma, non è certo una che in Italia voterebbe per Salvini o Adinolfi. Eppure, questa studiosa pochi giorni fa si è vista annullare una conferenza che doveva tenere presso l’università Humboldt di Berlino. Motivo? Le vibranti proteste di chi si è profondamente indignato per il titolo della conferenza che la dottoressa si apprestava a tenere: “Perché i sessi in biologia sono due”. Si tratterebbe di un’affermazione “non scientifica”, oltre che “disumana e ostile alle persone queer e trans”, a parere dell’autorevole – e soprattutto molto influente – Berliner Arbeitskreis kritischer Jurist*innen (akj), gruppo degli avvocati critici. L’Università, che dovrebbe essere il luogo del sapere scientifico per eccellenza, ha ben visto di venire incontro non alla scienza, bensì al furore ideologico, annullando la conferenza per ragioni “di sicurezza” e riprogrammandola in altro luogo ad oggi, 14 luglio.

Non è il primo episodio – in Germania ma non solo – di questo fascismo politicamente corretto, che non si fa alcuno scrupolo a usare anche la violenza contro tutte quelle persone indisposte a piegarsi di fronte alla paranoia di chi pretende di eliminare ogni differenza con lettere dell’alfabeto inesistenti o con teorie strampalate.

Per esempio quella del “gender”, per cui si viene tacciati di “transfobia” anche solo se la si definisce una teoria. Secondo i suoi sostenitori, infatti, non si tratterebbe di una teoria, bensì di un fatto oggettivo: quello per cui se anche la natura mette l’individuo di fronte al dato biologico della sua identità sessuale, l’individuo stesso decide comunque lungo la sua esistenza a quale identità di genere appartenere. Potendo modificare tale scelta più volte (gender fluid) o anche rifiutando di riconoscersi in un’identità definita (queer).

Ora, intendo essere molto chiaro. Nutro un rispetto assoluto verso le persone che non si riconoscono a vario titolo nell’identità sessuale di cui li ha forniti la natura. Del resto, credo sia stata la medesima natura a metterle nella condizione di sentirsi e voler essere differenti rispetto al dato biologico. Sono altresì convinto che i diritti di queste persone vadano tutelati e difesi in tutte le maniere possibili. Ogni forma di discriminazione nei confronti delle persone omo, trans e queer è da condannare fermamente, senza se e senza ma. Come dovrebbe essere condannabile qualunque discriminazione verso persone in genere, per inciso.

Detto questo, io sono un filosofo e docente. In quanto tale ho a cuore (ed è anche il mio dovere) la verità e la formazione delle nuove generazioni.

In merito al primo punto – la verità – la scienza ci dice senza ombra di dubbio che i sessi sono soltanto due: quello maschile e quello femminile. Vi sono persone che non si riconoscono in questa logica binaria, e come ho detto ciò è opera della natura stessa. Ma pretendere che i sentimenti legittimi di tali persone giustifichino l’eliminazione di ogni differenza biologica (maschi e femmine, uomini e animali, uomini e macchine), significa affermare un principio pericoloso prima ancora che scorretto: quello per cui l’ideologia deve prevalere sulla scienza. Quando ciò è accaduto, nella storia, abbiamo assistito a fatti molto brutti. Temo non sia un caso che questo delirio ideologico avvenga nell’epoca della cosiddetta “post-verità”, in cui ognuno può affermarne una propria in spregio alla scienza, alla conoscenza e anche al buon senso.

Ricordo che la suddetta dottoressa Vollbrecht è uno dei cinque autori di un appello scritto a fine maggio (poi firmato da oltre cento scienziati), in cui si denunciava l’unilateralità dell’informazione pubblica in merito alla transessualità, e in cui si invitava ad “abbandonare l’approccio ideologico” su queste tematiche e presentare i fatti biologici in base allo stato della ricerca e della scienza. Basterebbe spostarsi dalle tematiche sessuali a quelle del Covid, per rendersi conto dei danni che può fare un’informazione che insegue l’ideologia ben più della scienza.

In merito al secondo punto – la formazione dei giovani – il discorso è semplice e complesso al tempo stesso. Provo a riassumerlo così: sarebbe sicuramente più accettabile e comodo insegnare loro che non esistono differenze biologiche (fra dotati e meno, belli e brutti, grassi e magri, prima ancora che fra maschi e femmine etc.). Ma non sarebbe vero. E anzi sarebbe dannoso lanciargli il messaggio secondo cui le suddette differenze possono essere eliminate attraverso un’operazione ideologica o di facciata, come se fossero dei filtri per Instagram. Se bastasse davvero una vocale inesistente per contrastare le ingiustizie della natura, ci avrebbe pensato già Leopardi a suo tempo a trovarne una.

Il mio compito di docente – piuttosto – è di insegnare a ragazzi e ragazze a riconoscerle, quelle differenze, perché riconoscere è presupposto fondamentale del conoscere. Solo attraverso la conoscenza ogni persona può provare a trasformare la propria differenza in una ricchezza. L’alternativa è l’illusione, la frustrazione, quindi la rabbia e la violenza di coloro che vorrebbero che la realtà e le altre persone si conformassero alle proprie idee.