Calcio

Antonio Cassano, i quarant’anni paradossali di un genio frainteso: vita dell’eterno Lucignolo sempre pronto a divorare i suoi grilli parlanti

Doti straordinarie che si portano dietro una carica autodistruttiva, un inestinguibile bisogno di sabotarsi da soli. Fino a quando il “ciò che poteva essere” non adombra il “ciò che realmente è stato”. È andata così anche al talento di Bari Vecchia: un calciatore diventato leggenda per la sua incapacità di diventare leggenda. Da quella notte al San Nicola ai "colpi di testa" di Roma e Genova, le mille vite in una di Fantantonio. Tra cupio dissolvi e "sciapòh"

Niente viene più frainteso del talento. Perché si finisce sempre col pensare che si tratti un dono divino, dell’unzione del signore. Il problema è che spesso la genialità si trasforma in condanna. Doti straordinarie che si portano dietro una carica autodistruttiva, un inestinguibile bisogno di sabotarsi da soli. Fino a quando il “ciò che poteva essere” non adombra il “ciò che realmente è stato”. È andata così anche ad Antonio Cassano, quarant’anni oggi, una vita intera passata con Lucignolo al posto del Grillo Parlante, un calciatore diventato leggenda per la sua incapacità di diventare leggenda. È un paradosso che racchiude tutta un’esistenza. Tanto che non si riesce a capire se la sregolatezza sia stata il freno o l’acceleratore della sua carriera. Fantantonio è l’esatto contrario del Prufrock di Eliot. Non misura la sua vita con cucchiaini da caffè. La divora. Un dribbling dietro l’altro, una cassanata dietro l’altra. Un calciatore che nascondeva il pallone per affermare se stesso. Tutto doveva essere esagerato. Il gol, la giocata, lo sberleffo, il sesso, l’appetito, l’ira. Uno show in formato extralarge che ha smesso presto di calzare a pennello su un genio tascabile dal baricentro basso. Per lui il confine fra fanciullezza e maturità è una linea labile. La sua infanzia difficile è stata elevata a sistema, dilatata fino a diventare condizione esistenziale. È la matrice del suo carattere, ma anche del suo modo di giocare.

Bari e la strada – Non è un caso che l’incipit della storia sia stato scritto proprio fra le viuzze di Bari Vecchia. È lì che a cavallo fra gli anni Ottanta e Novanta i ragazzi più grandi organizzano le partitelle. E nessuno vuole lasciare agli avversari quel talento in miniatura. L’imprinting di Antonio avviene sui marciapiedi, sull’asfalto irregolare, sui dislivelli. La sua tecnica si affila, il suo ego inizia a diventare pingue. Di tanto in tanto qualcuno scommette le poche migliaia di lire che ha in tasca sul risultato finale. Cassano fa quello che deve. Poi a vittoria ottenuta pretende la sua percentuale. “I soldi mi servono per aiutare mia madre“, spiega. Ed è vero. Il suo talento è già abbacinante, eppure i provini che sostiene con le grandi squadre sono un disastro. Va male con il Lecce. Va male con il Parma. Va male con l’Inter. La ciambella di salvataggio si chiama Pro Inter. Non è l’originale, certo, ma è comunque qualcosa. Il passaggio al Bari sembra una conseguenza naturale: uno con quelle doti non può perdersi fra le serie inferiori. Il suo esordio in prima squadra arriva nel 1998. Anzi, dovrebbe arrivare. Il mister lo sta per mandare in campo nei minuti di recupero contro la Sampdoria. Solo che l’arbitro lo ignora e fischia direttamente la fine dell’incontro. Antonio è così arrabbiato che non riuscirà a chiudere occhio per tutta la notte. È una ferita superficiale, perché l’appuntamento è solo rimandato.

Quella sera al San Nicola – L’ostensione del suo talento avviene il 18 dicembre del 1999, in uno di quei pomeriggi che sanno ancora di Borghetti e radioline puntate sugli altri campi. L’allenatore del Bari si chiama Eugenio Fascetti e non è esattamente il totem di chi predica un calcio spregiudicato. Osmanovski e Masinga sono infortunati. Spinesi è squalificato. Così il tecnico decide di mandare in campo due ragazzi della Primavera. Insieme. Si chiamano Hugo Ennynnaya e Antonio Cassano. “Così qualcuno la smetterà di dire che sono un difensivista”, dice Fascetti. L’Inter di Lippi scende al San Nicola sicura di non dover faticare più di tanto. Ennynnaya impiega sette minuti per portare in vantaggio il Bari. Vieri pareggia poco dopo. Ma la difesa nerazzurra scricchiola in maniera sinistra. Mamma Giovanna segue Antonio dalla televisione. Ogni volta che il figlio subisce un contrasto si mette le mani davanti agli occhi. Dopo il secondo gol sbagliato da Antonio se ne va in un’altra stanza. Ma dura poco. “A Bari Vecchia mentre giocavo spesso volavano le pallottole. Posso avere paura di uno stadio?”, dirà Fantantonio qualche anno dopo. È una frase che inizia a prendere forma in quel pomeriggio di dicembre del 1999. Nel secondo tempo il Bari lancia lungo verso Cassano, defilato sulla trequarti sinistra. La palla è leggermente arretrata, così Antonio non la stoppa. Se la porta avanti con il tacco destro. E dopo con un colpo di testa. Fa un passo. Due passi. Tre passi. Quattro passi. Poi rientra sul destro sgusciando fra Blanc e Panucci. Antonio è solo. Ferron esce fino al limite dell’area piccola. Quello che succede dopo assomiglia a un duello western. Cassano alza la testa, apre il piatto, deposita in rete. È un tiro che sembra uno sparo. È una fiammata che si è consumata in cinque secondi ma che continuerà ad ardere per decenni. A fine partita quelli di 90° minuto gli domandano: “E adesso? Cosa succede dopo questa rete?”. Avvolto nel suo accappatoio bianco Antonio risponde: “Non succede niente. Com’ero, sarò”.

La Roma e i “colpi di testa” – È un bluff. Perché la sua vita è già sottosopra. A marzo la Roma annuncia il suo acquisto per sessanta miliardi di lire. Arrivano i gli scambi zuccherosi con Totti, il cucchiaio ante litteram al Torino, la rete di testa allo scadere nel derby, il primo sigillo in Champions League. Il punto più alto è la doppietta segnata contro la Juventus. Di testa. Mancini crossa da destra, Antonio segna il gol del 4-0 e inizia a correre. “Prima della partita mi prende questa fissa di spaccare la bandierina. Vado dal mister che mi dà l’ok: “Se vinciamo ti autorizzo a farlo”, mi dice. Troppo facile, penso. Facciamo così: la spacco solo se vinciamo e faccio almeno una doppietta”. Cassano si precipita verso il calcio d’angolo e spezza l’asta gialla con un calcio. L’arbitro Collina è senza parole. Lo ammonisce. Poi lo abbraccia. Quando corre Antonio sembra spargere una polverina magica intorno a sé. I suoi tocchi sconfinano nella letteratura, vederlo giocare significa riempirsi gli occhi. Ma anche vivere nell’attesa di un tradimento, di un gesto precipitoso, di una pulsione irrazionale con il quale saboterà la squadra ma soprattutto se stesso. Arrivano le corna a Rosetti nella finale di Coppa Italia, la rottura con Totti, il diverbio con Spalletti per il volume troppo alto della radio, gli screzi per il rinnovo di contratto. Arrivano i vassoi di cornetti divorati di notte e le donne accumulate come trofei da esibire. “Qualche anno fa facevo due lavori: attaccante della Roma e collaudatore dei lettini di Trigoria – scrive Antonio – Ed ero piuttosto bravo in tutte e due le cose”.

Cupio dissolvi – Tutto deve diventare eccesso, in campo e fuori dal campo. Ma è qui che prende forma il suo tratto più distintivo. Antonio distrugge tutte le figure autoritarie che ha intorno a sé. E un parricidio continuo e continuato. Litiga con Claudio Gentile. Litiga con Sensi. Litiga con Capello. Litiga con Delneri. Litiga con Garrone. Litiga con Galliani. Il passaggio al Real sembra la certificazione del suo status di stella internazionale. Eppure in Spagna si ricorderanno di lui solo per il surreale giubbotto di pelliccia sfoggiato durante la presentazione e per l’imitazione di Capello in Eurovisione. A Madrid la sua vita diventa ancora più sregolata. Arriva a pesare 95 chili. Colpa della Nutella e dell’amico che gli porta cibo a ogni ora del giorno: “Solo uno scemo può comportarsi come ho fatto io”, ammetterà. Il suo tramonto sembra essere già arrivato, le grandi squadre lo guardano con diffidenza. Mettersi in casa un genietto con la propensione a dilapidare le proprie doti non sembra un’idea particolarmente sensata. “Sono l’unico che è riuscito a mettere d’accordo Lippi e Mourinho – scrive Antonio – nessuno dei due mi vuole”. Il passaggio alla Sampdoria ha un valore salvifico ma non catartico. Le cassanate sono quel potere beffardo che lo trasforma in un supereroe incomprensibile, un’adorabile canaglia. Ma solo per i suoi tifosi. Per gli altri Antonio è sempre l’uomo da fischiare e vilipendere. Per paura delle sue giocate, ovviamente. “Mia madre si è talmente abituata a essere insultata dai tifosi avversari che, se non lo fanno, quasi ci rimane male. Si sente trascurata”.

Dal sole alla nebbia – A Genova Cassano ritrova la sua unicità. È classe alternata a cortocircuiti, in un gioco in cui l’una è il terreno fertile per far nascere l’atro. E viceversa. La sua indolenza è intatta. “Se fa caldo, gioco all’ombra. E se non c’è ombra da nessuna parte del campo, c’ho la pubalgia“. Antonio regala ancora una magia dietro l’altra. Con Pazzini trascina i blucerchiati ai preliminari di Champions. Ma è una bomba pronta a esplodere. A marzo del 2008 il suo carattere deflagra di nuovo. Durante una partita contro il Torino, a Marassi, Cassano viene ammonito dall’arbitro Pierpaoli: protesta più del dovuto e viene espulso. Antonio impazzisce e minaccia il direttore di gara: “Ci vediamo dopo, ti aspetto qui”. Poi gli lancia contro la maglia. Andrea Pazienza diceva che “amore è tutto ciò che si può ancora tradire“. Una massima che Antonio ha fatto sua. Gli insulti a Garrone gli valgono un posto ai margini della squadra. Poi il trasferimento al Diavolo. “Il Milan è il massimo. Se sbaglio qui sono da manicomio“. Il feeling dura un anno e mezzo, giusto il tempo di vincere uno scudetto e poi di discutere per il rinnovo. La nuova tappa ha la maglia a strisce nerazzurre. Fantantonio ha trent’anni ma è ancora un asso nello smentire se stesso. «Avevo detto che sopra il Milan c’era solo il cielo? Dopo il cielo, sopra il cielo, c’è l’Inter». In pochi mesi passa dallo “Strama, oh Strama, bene bene”, alla lite furibonda con l’allenatore. Una vita senza mezze misure che lo porta a inseguire il suo passato, a distruggere quello che si è conquistato. Quando torna in Nazionale per gli Europei del 2012 sa di avere gli occhi di tutti puntati addosso. E in conferenza stampa spara: “Froci in Nazionale? Speriamo di no.

Sciapò – Il resto della carriera è un continuo passare al setaccio le partite per trovare ancora qualche pepita d’oro. Parma, di nuovo Sampdoria e Verona. Prima del grottesco addio all’Hellas e il surreale tira e molla con l’Entella. Tutto per una sola vita che ha conosciuto infinite morti sportive. Il presente lo vede opinionista della Bobo Tv. Un ruolo che lascia intatta tutta la sua carica, dove l’esagerazione è declassata a normalità. Antonio sbaglia tutte le previsioni, ostenta la sua avversione per Ancelotti (che vincerà poi la Champions), tiene fuori Cristiano Ronaldo dal novero dei più forti di sempre. Ma Cassano crea anche nuovi tormentoni. Quello sciapò ripetuto insistentemente, quel “La classe, la raffinatezza Ventola” sono entrati a far parte di un codice comunicativo dei ragazzi. Ma lo hanno anche trasformato in macchietta. Alla fine il suo palmares racconta di due scudetti e due coppe nazionali alzate al cielo. Poco per uno con il suo talento. Ma Cassano non era fatto per vincere. Era fatto per regalare emozioni.