Elezioni e Referendum 2022

Elezioni, la verità è che da anni perdono tutti: il vero vincitore non fa più notizia

Che abbia stravinto, con maggioranza assoluta e incontestabile, il partito dell’astensione, purtroppo non è più una notizia. Ad ogni tornata elettorale, quando si chiudono le urne, siamo costretti a commentare i motivi che spingono milioni di cittadini ad astenersi, e ogni volta, appresi i risultati, assistiamo al solito circo di esultanze e giustificazioni, da parte dei rappresentanti politici, che commentano tutto tranne l’unico dato palese e sotto gli occhi di tutti, ossia la disaffezione totale dei cittadini verso l’intero panorama politico, nessuno escluso.

La verità è che da anni perdono tutti. Con le percentuali ottenute che rappresentano una distorsione di quelli che, invece, sono i numeri reali. Il nuovo Sindaco di Palermo è stato eletto a primo turno, senza bisogno di ballottaggio, e questo farebbe pensare ad un plebiscito, ad una grande espressione popolare. Invece vai a leggere i numeri e scopri che è stato votato da circa 100.000 cittadini su 544.000 aventi diritto. Neanche un palermitano su 5, il voto del 18% degli aventi diritto vale una elezione a primo turno. Qualcuno dirà che a Palermo c’era la partita o che le scene imbarazzanti ai seggi abbiano determinato questi numeri. Ci piacerebbe pensare che sia effettivamente così, perché potremmo darci una giustificazione. Ma in realtà numeri simili ci sono a 224 chilometri da Palermo: a Messina. Su 192.000 elettori hanno votato in 106.000. Cinque anni prima votò il 65%: anche qui c’è una differenza pari al 10% circa.

Le amministrative dovrebbero registrare una partecipazione maggiore: voto di preferenza, centinaia di candidati in pochi chilometri, elezione diretta del Sindaco. Nonostante ciò i dati fanno davvero paura. E attenzione a pensare che sia un problema del Sud: se guardi a Nord, a Padova ad esempio. cinque anni fa votò il 60,77%, nel 2022 hanno votato il 50% degli aventi diritto.

Fatta questa doverosa premessa possiamo passare a valutare il risultato tra quelli che sono andati a votare. Quali partiti chiudono questa tornata elettorale con le ossa rotta? Chi ha possibilità di crescita? E quali sono gli scenari futuri?

Fratelli d’Italia

Il partito di Giorgia Meloni conferma di essere quello con il vento in poppa nel centrodestra italiano, incassando ottimi risultati da Nord a Sud. A Genova ha raccolto quasi 18000 voti, risultando primo partito della coalizione di centro-destra con circa il 10%. Cinque anni fa, nella stessa città, aveva ottenuto 11000 voti. Nel 2017, a Padova, Giorgia Meloni non entrò in Consiglio comunale, raccogliendo con la sua lista soltanto il 2%, poco meno di 2000 voti. Trascorsi cinque anni Fratelli D’Italia è il primo partito della coalizione ed elegge 3 consiglieri comunali, quadruplicando i voti raccolti nella precedente elezione.

Al Sud la tendenza è la stessa. Il candidato sindaco di Fratelli d’Italia a Catanzaro ha raccolto il 9%, mentre cinque anni fa la lista non fu neppure presentata. A Palermo la Meloni partecipò alle elezioni amministrative in una lista unica con Salvini ed un gruppo civico, in sostegno a Ismaele La Vardera. Tutti insieme ottennero il 2,79%. Oggi la sola lista di Fratelli d’Italia ha raggiunto la doppia cifra, superando il 10% nel capoluogo siciliano.

Niente male per un partito pieno zeppo di nostalgici e riciclati in cui sta pagando, soprattutto nei confronti della lega di Salvini, la scelta di tenersi fuori dall’ammucchiata a sostegno di Mario Draghi. Eja, Eja, Alalà!

Forza Italia

Forza Italia si vanta di quanto sia determinante nella coalizione di centro-destra, ed effettivamente lo è, almeno per mantenere la dicitura “centro” e non farla diventare estrema destra. I voti per la Lega e Fratelli d’Italia ci sono, ma non abbastanza per vincere. E in prospettiva per governare. A Palermo, forte del ritorno di Marcello Dell’Utri, sale di cinque punti percentuali rispetto ai voti del 2017. A Verona la scelta di non sostenere il sindaco uscente e di appoggiare Flavio Tosi ha indebolito fortemente i propositi delle destre. Highlanders.

Lega

La Lega è in caduta libera. Il sostegno a Draghi e i continui cambi di linea e prospettiva hanno decisamente distrutto tutto il consenso costruito a colpi di populismo di destra da Salvini. Capire l’identità di questo partito è oggi qualcosa di estremamente complesso, prima nordista, poi nazionalista, poi sovranista e filorusso, ora a braccetto con la finanza globale e atlantista. A Verona cinque anni fa la Lega raccolse quasi 10mila voti e portò in Consiglio comunale ben sette leghisti, staccando Fratelli d’Italia di quasi sette punti percentuali.

Oggi la Lega ha perso 4mila voti rispetto a cinque anni fa e viene staccata da Fratelli d’Italia da ben 5 punti percentuali. Lo stesso è successo a Genova: cinque anni fa il 12% a fronte del 5% di Fratelli d’Italia, oggi la Lega ha raccolto il 6% e la Meloni il 9,33%. Forse avrebbero bisogno di qualche specialista per comprendere chi realmente sono e cosa vogliono. Confusi.

Partito Democratico

I risultati delle liste del Partito democratico, partito dell’establishment per antonomasia, sono stabili, come è giusto che sia l’establishment stesso. A Genova cinque anni fa raccolsero 43mila voti, oggi sono a 39mila. Mancano all’appello circa quattromila voti. Lo stesso a Padova, dove la lista ha perso circa 4mila voti. Ma il Partito democratico se la gente non va a votare se ne frega e resta tendenzialmente stabile. Il partito padrone del centrosinistra oggi si trova pressato da due suoi fuggitivi (Renzi e Calenda, che si vanta di risultati ottenuti da candidati riciclati) che pretendono di dettar condizioni da fuori, e resta avvolto nel dilemma se aiutare o uccidere l’alleato M5s. Finora i dem hanno giocato ad ucciderlo con i loro abbracci mortali, ma alla fine questa strategia, che produce un alleato debole, finirà per essere controproducente e autolesionista per le loro ambizioni. Tendenzialmente stabile.

Movimento 5 Stelle

Per il nuovo corso del M5S di Conte è stata una doccia gelata. Sono stati persi Sindaci, consiglieri comunali e un mare di elettori ovunque: da Nord a Sud. A Taranto corre in una coalizione di undici liste e si posiziona settimo: staccato non soltanto dal Pd di 15 punti, ma venendo superato da Taranto Crea, Con Taranto, Taranto 2030, Più Centro Sinistra, Taranto Mediterranea e la compagnia del panino con la porchetta. A Padova passa dal 6% di cinque anni fa all’1%: a malapena un migliaio di voti. A Parma e Verona non sono state presentate le liste. A Catanzaro e a Palermo sono stati più che dimezzati i voti. Un bagno di sangue.

Adesso sarebbe facile sparare a zero, ma al di là di tutto credo sia un errore attribuire la responsabilità dei risultati a Conte, che fondamentalmente è subentrato a disastro in corso e resta l’unico che continua a far galleggiare la baracca attraverso il suo appeal e consenso, che però non dureranno ancora a lungo. Se Conte vuole lanciare un nuovo corso deve cercare di coinvolgere (o recuperare) delle persone in grado di mobilitare i territori e di avere un impatto mediatico importante. Troppo debole, compromessa e controversa la struttura che lo dovrebbe supportare (ostacolandone di fatto il percorso) per poter rilanciare con forza ed entusiasmo il progetto. Non mi sento di biasimarlo, ma spero che questa batosta gli serva da lezione, a maggior ragione con le Regionali siciliane alle porte (dove rischia di ripresentarsi la stessa dinamica di Palermo e Messina), per ricercare velocemente una identità (giusto perseguire con ogni mezzo quella ambientalista per sfuggire alla egemonia del Pd) e una classe dirigente in grado di riaccendere la speranza nel cuore dei cittadini. Rimandato a settembre.