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L’Australia si muove verso una nuova era progressista

di Adriano Tedde*

Con la chiusura ufficiale del conteggio dei voti delle ultime elezioni federali, il governo del nuovo Primo Ministro d’Australia, Anthony Albanese, ha prestato giuramento di fronte al Governatore Generale lo scorso 1 giugno. Tra i quarantuno ministri e viceministri, con e senza portafoglio, si conta il numero record di diciotto donne e, per la prima volta nella storia d’Australia, due ministri di fede musulmana. Sono soltanto due delle conseguenze immediate dello storico risultato delle urne del 21 maggio con il quale il partito laburista ha conquistato la maggioranza assoluta nella camera bassa del Parlamento, con 77 seggi.

È stata una vittoria schiacciante e inaspettata, nata soprattutto dalla decimazione dei consensi per la coalizione conservatrice tra i partiti liberale e nazionale che ha governato l’Australia per un decennio. In particolare, il partito liberale dell’ex premier Scott Morrison ha subito un’emorragia di voti, perdendo alcuni candidati di punta come Josh Frydenberg, che avrebbe dovuto sostituire lo stesso Morrison alla guida del partito (i leader di partito in Australia devono essere membri del parlamento).

La disfatta dei liberali è dovuta non tanto dal successo del partito laburista, quanto della sorprendente vittoria di candidati indipendenti e del partito verde. Come avevo anticipato in un contributo apparso il 18 maggio, la scarsa fiducia riposta dagli elettori nel sistema bipartitico, ha favorito la vittoria di ben dieci candidati indipendenti, di cui nove donne, che hanno sfidato con risolutezza rappresentanti del precedente governo in circoscrizioni metropolitane da sempre dominate dal partito liberale. La loro vittoria ha dato una scossa molto forte alla classe politica australiana, favorendo anzitutto la formazione del Parlamento con la più alta percentuale femminile di sempre (il 38% contro il 29% dell’ultima legislatura) e frantumando una consuetudine politica in seggi dove i liberali eleggevano i loro candidati da più di mezzo secolo.

Oltre al desiderio di votare per un cambiamento, la scelta degli elettori rispecchia il carattere essenzialmente moderato dell’elettorato metropolitano australiano (che rappresenta la grande maggioranza della popolazione). Sconfiggere i conservatori nei centri delle grandi città è stata dunque un’impresa possibile soprattutto a candidate che presentavano credenziali necessarie a conquistare l’elettorato affluente di centro. Si tratta di professioniste affermate, prevenienti da importanti famiglie di tradizione conservatrice, che non si riconoscevano più nel partito liberale, accusato nell’ultimo decennio di crescente misoginia e di detenere posizioni negazioniste nell’ambito dei cambiamenti climatici. Le candidate indipendenti si sono battute molto su quest’ultimo punto, cogliendo i favori dei benestanti elettori delle città, preoccupati dalla mediocre prestazione delle politiche climatiche dell’Australia dell’ultimo decennio.

L’altra fetta dell’elettorato che ha avuto un’importante parte nelle elezioni del 21 maggio è quella dei giovani che si sono rivolti ai ben più progressisti Verdi, capaci di assicurarsi quattro seggi contro il consuetudinario singolo seggio detenuto dal loro primo ingresso nel parlamento nazionale nel 2010. Particolarmente sorprendente è stata la vittoria dei Verdi nel seggio di Brisbane, capitale del Queensland, stato che ha sofferto numerose inondazioni nell’ultimo decennio, incluse quelle dell’inizio di quest’anno.

Con l’aggiunta di due parlamentari di partiti minori (Centre Alliance e Katter’s Australian), il numero di deputati non allineati con il sistema bipartitico arriva a sedici. Sebbene possa sembrare a noi italiani un dato irrisorio, per il parlamento di Canberra, che si forma attraverso un articolato sistema elettorale maggioritario, è una rivoluzione. Nel dopo elezioni i commentatori si sono infatti chiesti se questo non sia l’inizio della fine di un sistema politico che resiste sin dalla fondazione della federazione nel 1901.

Come si traduce ora tutto questo in termini politici? Albanese ha detto a più riprese che vuole tenere aperto il dialogo con gli indipendenti e i Verdi per un’azione concertata su più fronti, a partire da quello delle politiche climatiche. La sfida più urgente che pesa sull’agenda del nuovo governo, però, è il galoppante costo della vita, divenuto esorbitante per una classe media che sta progressivamente perdendo la capacità di mantenere il proverbiale tenore di vita del paese baciato dal sole. I generosi stipendi australiani (un insegnate riceve in media il corrispettivo di 60.000 euro annui, con picchi fino a 110.000) non bastano più ad affrontare le spese giornaliere.

Mentre il premier ha lanciato una proposta per l’aumento del 5,5% del salario minimo, la maggiore preoccupazione per gli australiani rimane il prezzo proibitivo delle case. Giunte a cifre da capogiro (1,6 milioni di dollari per una casa media a Sydney), le abitazioni sono preda di un mercato d’investimento che fa gola a speculatori internazionali, ma il nuovo governo, come il precedente, non intende intervenire per regolamentarlo. Gli aspiranti acquirenti di una prima casa, del resto, chiedono principalmente di avere accesso a maggiori prestiti per poter accedere al mercato immobiliare.

Alla luce di questo, Albanese in campagna elettorale ha promesso aiuti finanziari per la prima casa con prestiti agevolati dal governo federale fino al 30% del valore della casa. Tale misura, chiaramente, favorendo l’aumento della domanda di acquisto, farà ulteriormente incrementare i prezzi del mercato. È uno degli effetti più deleteri della cultura neoliberale australiana, profondamente convinta della superiorità del libero mercato e contraria a ogni azione diretta del governo che possa intervenire per diminuire i prezzi delle case. Il valore dei beni degli investitori viene sempre prima di diritti che sarebbero fondamentali, come quello all’abitazione. Ma in Australia, anomalia tra le democrazie occidentali, non dimentichiamoci che non esiste una sola norma scritta contenente diritti fondamentali, garantiti soltanto dalle consuetudini riconosciute dalla Corte Suprema.

Chi ha dominato la scena politica di queste prime settimane post-elettorali è stata Penny Wong che, appena nominata ministro degli Esteri, ha accompagnato Albanese a Tokyo per i colloqui strategici con Usa, India e Giappone per poi continuare in solitario con un giro delle nazioni del Pacifico. Wong ha subito dimostrato l’intenzione di riallacciare buoni rapporti con i paesi della regione, a lungo trascurati da Canberra. La posta in gioco è molto alta. Negli stessi giorni delle visite di Wong nelle Figi, Samoa, Tonga e Indonesia, il ministro degli Esteri cinese, Wang Yi, concludeva un tour in otto paesi della regione al fine di siglare accordi che potrebbero sottrarre vitale peso politico e commerciale all’Australia, da sempre indiscussa media potenza del Pacifico del sud.

Esponente di primo piano del partito laburista, la Wong si dimostra leader più risoluta e tenace di Albanese, ma impresentabile come capo partito di fronte all’elettorato australiano essendo di origini malesi e omosessuale. La prudenza del partito per ora ha certamente dato i suoi frutti, raccogliendo consensi attorno alla figura più rassicurante di Albanese. Ma l’Australia si muove adesso verso una nuova era progressista e, chissà, un giorno sarà capace di premiare politici atipici come la Wong se sapranno guidare il paese fuori dal pantano socio-economico, climatico e culturale in cui si ritrova dopo dieci anni di guida liberale.

Quello che è certo per ora è che il 21 maggio ha perso l’Australia gretta, ignorante, arrogante, razzista e omofoba di Scott Morrison. I liberali si erano illusi di poter vincere inseguendo il consenso di quella Australia. Ma qui non esiste la polarizzazione ideologica degli Stati Uniti. Le posizioni moderate continuano ad attrarre consensi più di ogni frangia estrema.

Ciononostante, dopo l’uscita di scena di Frydenberg, che avrebbe dovuto risollevare le sorti del partito, i liberali hanno scelto Peter Dutton come nuovo leader dell’era post-Morrison. Dutton, responsabile delle più inumane politiche anti-immigrazione ed ex ministro della Difesa che ha invitato gli australiani a prepararsi alla guerra nel corso dell’ultima campagna elettorale, è un ultraconservatore intransigente. Con questa scelta il partito liberale continua la sua deriva destrorsa, assomigliando sempre più ai trumpiani d’America o alla nostra peggiore Lega.

E se l’elettorato per ora sembra avere abbandonato questa cricca autoritaria, i media, saldamente in mano a Rupert Murdoch, continueranno di certo a sostenerla come hanno fatto in tutti questi anni. Ma anche sul fronte dell’informazione sarà interessante vedere come reagiranno gli australiani nei prossimi anni, stufi come sono delle urla e gli appelli alla paura dei conservatori contro i quali hanno premiato la faccia moderna dell’Australia, apparsa sul palco con Albanese nella notte della vittoria elettorale: donne, giovani, aborigeni e immigrati.

* ricercatore a Perth