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Guerra in Ucraina, è centrale chiedersi quale sia l’obiettivo geopolitico finale

Al terzo mese di guerra in Ucraina Emmanuel Macron e papa Francesco si pongono come il “polo” che con maggiore chiarezza vuole operare per chiudere il conflitto. Il presidente francese garantisce la continuazione di forniture di armi all’Ucraina, ma l’obiettivo della sua politica consiste dichiaratamente nell’arrivare in tempi rapidi a un tavolo di negoziato. Ed è significativa la sottolineatura: senza infliggere umiliazioni alla Russia, senza cercare vendette e revanscismi.

Francesco ha già chiarito – e la sua posizione è condivisa da una vasta parte dell’opinione pubblica – che non ha senso innescare una corsa continua al riarmo, non ha senso innescare una pericolosa escalation del conflitto e che la soluzione consiste nell’uscire dagli schemi dei blocchi politico-militari, lavorando per una architettura di coesistenza multipolare a livello globale. Un patto di Helsinki mondiale. Il pontefice ha baciato la bandiera ucraina di Bucha, ha condannato gli scempi commessi da reparti russi e al tempo stesso sostiene che la pace esige anche compromessi.

Sul versante opposto si collocano i Paesi baltici e la Polonia, che vedono nelle sconfitte già registrate da Putin (conquista fallita di Kiev, mancato collasso dell’Ucraina, risultati deludenti delle truppe sul terreno) l’occasione storica per infliggere alla Russia un colpo finale, che non le consenta “mai più” avventure militari. È l’opzione che cavalca una parte dell’amministrazione Biden e, in maniera esibita. il premier britannico Johnson.

In mezzo (tra i due “poli” Francia e Vaticano da una parte e falchi dell’Europa orientale più Gran Bretagna dall’altra) si muovono, oltre all’Italia che ha appena presentato all’Onu un progetto di percorso di pace, anche Germania e Spagna, spingendo per un cessate il fuoco. L’opinione pubblica italiana, peraltro, è molto più determinata e vicina alle posizioni del pontefice argentino. L’ultimo sondaggio Demopolis indica che il 68 per cento degli italiani vuole che l’Unione europea si impegni in una mediazione tra Russia e Ucraina per “raggiungere al più presto una tregua”.

Papa Francesco ha mandato intanto in Ucraina il suo ministro degli Esteri, mons. Paul Gallagher, per una ricognizione politica, allo scopo di capire meglio le intenzioni del governo di Kiev e le posizioni della gerarchia cattolica e greco-cattolica ucraina. L’idea ventilata dalla leadership ucraina di un ritiro totale dei russi alle posizioni di prima del 2014 viene considerata in Vaticano totalmente irrealistica. Per la Santa Sede un conto è fronteggiare Putin per legittima difesa contro l’invasione, concetto evocato ripetutamente dal cardinale Parolin, un conto è l’inseguimento di una “vittoria”, destabilizzante per la spirale incontrollabile e irresponsabile di escalation che ne deriverebbe.

Non esistono guerre sante per Francesco. Lo ha detto al patriarca Kirill nel famoso video-colloquio di marzo e lo stesso messaggio vale anche per Kiev. “I responsabili delle nazioni – è il suo pensiero – non perdano il fiuto della gente, che vuole la pace e sa bene che le armi non la portano mai”. Su questa linea, nella Chiesa cattolica travagliata da anni da opposte tendenze, un’ampia maggioranza trasversale appoggia papa Bergoglio, dai riformisti ai conservatori, dal veterano della stagione conciliare e post-conciliare Raniero La Valle agli ambienti tradizionalisti che si ritrovano sui social di Rosso Porpora.

Zelensky non sembra avere molta simpatia per il Papa nella sua versione geopolitica. Nell’intervista a Porta a Porta ha confinato Francesco in una innocua nicchia di produttore di orazioni. “Quando il Papa prega per l’Ucraina – ha detto – fa quello che può fare una persona di fede: pregare affinché Dio ci aiuti”. Insomma il pontefice a Roma va bene se sta al posto suo, a pregare, e tutt’al più si occupa di organizzare corridoi umanitari. Non è il ruolo a cui si sono limitati i grandi pontefici dei decenni a cavallo di questi due secoli: Giovanni XXIII, Paolo VI, Giovanni Paolo II e oggi Francesco. Il presidente ucraino ha ribadito anche la sua avversione alla Via Crucis organizzata dal Vaticano con la presenza di due donne, un’ucraina e una russa, che reggevano la croce. Si sono fatte vedere, ha dichiarato, “due persone che portavano due bandiere, quella russa e quella ucraina, come se ci fosse amicizia. Noi non abbiamo potuto accettarlo, mi dispiace. Quella bandiera è quella sotto cui ci stanno uccidendo…”. La storia delle bandiere è un falso. Non c’è mai stata nessuna bandiera alla Via Crucis. Le due donne reggevano soltanto la croce e la donna russa, il giorno dell’invasione, aveva chiesto piangendo perdono all’amica ucraina.

Ma la storia è istruttiva per il controllo totale che il governo di Kiev intende esercitare su ogni narrazione e informazione. Un solo canale informativo tv è permesso a partire dall’inizio del conflitto. E se Zelensky non vuole, nessuno può vedere alla televisione la Via Crucis di Francesco. Come in effetti è accaduto in Ucraina. La Croce che vince il male, la morte e l’odio, prefigurando una pace da costruire tra due popoli un domani liberi e fratelli, doveva essere cancellata dallo schermo.

C’è un altro punto su cui Vaticano e governo di Kiev sono molto distanti. Alla televisione italiana la vice-premier ucraina Iryna Vereshchuk ha ribadito che “tutti i russi” sono responsabili della guerra in atto e dunque delle sue conseguenze. Tutti. Il nazionalismo estremista è qualcosa che ripugna il Vaticano. Si è già visto nelle guerre balcaniche, nello spazio dell’ex Jugoslavia, quanti disastri abbia portato il fanatismo senza freni dell’odio interetnico. In Vaticano non si vuole assistere ad un replay del genere.

E tuttavia a Kiev, dove ha incontrato il ministro degli esteri ucraino Kuleba, mons. Paul Gallagher ha riconosciuto che le ferite inferte dall’invasione russa sono profonde: “E’ difficile parlare adesso di pace, di riconciliazione, perché nei cuori delle persone le sofferenze, le ferite sono così profonde che bisogna dare tempo”. In ogni caso, sottolinea Gallagher, resta necessario arrivare ad un “autentico processo negoziale… via giusta per una risoluzione equa e permanente”.

Il cardinale Bassetti, presidente uscente della Conferenza episcopale italiana, molto vicino al pontefice, riassume su Avvenire: il conflitto in corso è una follia, non si può pensare di costruire la pace con la corsa agli armamenti, “siamo accanto al popolo ucraino aggredito dalle truppe russe”, ma è ora che dalla Chiesa e dalla società parta una crociata di pace per arrivare al negoziato.

Su tutto aleggia un velo di ipocrisia. Quando si sostiene che spetta solo a Kiev decidere i termini di pace, sembra in realtà un modo per non scoprire le carte sugli obiettivi della guerra in corso. Una guerra che non è più lo scontro tra l’invasore russo Golia e l’aggredito ucraino Davide, ma si è trasformata ormai un conflitto tra Stati Uniti (con la Nato) e Russia, in cui l’Ucraina è il ring. Diventa centrale allora chiedersi quale sia l’obiettivo finale geopolitico del conflitto. Alle porte bussa una grande recessione: inflazione, stagnazione, disoccupazione per centinaia di migliaia di persone, crisi alimentare per milioni, crisi migratoria a grandi numeri. Il “fiuto della gente”, direbbe Francesco, esige di sapere esattamente per che cosa si sarebbe chiamati a pagare un prezzo talmente alto. Per la Crimea?