Società

In questi mesi ho preso trolley ed entusiasmo: sono stata in giro per nutrirmi di bellezza

Il giardino delle delizie terrene, Ascesa al paradiso: orchestrare i sensi, Anatomia del desiderio: un approccio comparativo sono i titoli di alcuni capitoli dell’avvolgente e coinvolgente libro di Betony Vernon, Eros, l’arte di amare senza tabù, edito da Rizzoli.

Parlare o scrivere di sensualità non è facile, sia perché il termine è abusato, sia per l’imperante volgarità che ci circonda. La Treccani definisce così: sensualità s. f. [dal lat. tardo sensualĭtas -atis, der. di sensualis «sensuale»]. – 1. ant. Facoltà, capacità sensoriale; sensibilità. 2. Il sentire fortemente, e spesso in modo predominante, gli impulsi e i desiderî sessuali; più genericam. compiacimento nei piaceri sensibili, sia in quelli della sfera erotica sia in tutti gli altri offerti dalla sensibilità, dalla più semplice alla più raffinata (anche di carattere estetico).

Focalizzarsi sul bello, sull’erotismo, sulla seduzione nell’arte è davvero terapeutico. E visto che non mi perdevo una puntata di Passpartout con l’immenso Philippe Daverio, in questi mesi ho preso trolley ed entusiasmo e sono stata in giro per nutrirmi di bellezza.

Inizio con la Germania, durante la Berlino Photo Week, dove ho visitato la Helmut Newton Foundation. Confesso una lieve delusione per ciò che riguarda le foto in mostra. Al contrario la sezione dedicata alla vita del maestro, con oggetti personali e utilizzati durante gli shooting, è intrigante e divertente. Il mio occhio è stato subito attratto dalla vetrina in cui sono esposte corde, capezzoli finti, catene, bustini, Louboutin calzate da Sylvia Gobbel, sua splendida musa, di cui scrisse: “Il suo corpo stupefacente e irraggiungibile termina con l’ancoraggio a terra dei tacchi di un paio di scarpe a punta. Non sapendo cosa chiedere di più alla fotografia m’impongo ora, sotto gli auspici di Eros, la contemplazione”.

Affascinante la ricostruzione del suo studio in cui spiccano diverse bambole gonfiabili e manichini. Nella sua autobiografia si legge che questa ossessione cominciò nel 1968 quando Vogue Inghilterra pubblicò un servizio con la modella Willie Van Rooy, contrapposta a un manichino modellato a sua immagine, creando così una sorta di sosia. Confesso che a me è venuto in mente “Il mostro” e l’esilarante scena in cui Benigni sembra copulare con un fantoccio a gambe all’aria.

Torniamo alla sensualità. Visto che devo essere breve, passo direttamente da Berlino a Bassano del Grappa. Qui, fino al 2 maggio, ai Musei Civici potete ammirare un centinaio di scatti della fotografa americana Ruth Orkin, famosa per “American girl in Italy” del 1951. Oggi scatenerebbe un putiferio a proposito di catcalling. Certo è che la modella era davvero strepitosa e si sarebbero voltati ad ammirarla anche i cartelli stradali. Altre foto bellissime e non costruite ritraggono signore aristocratiche che sbadigliano, ragazze in attesa di chissà chi che accavallano gambe noncuranti della calza smagliata, bambini che leggono fumetti per strada. Sensualità nell’immortale Lana Turner che nel 1950 tiene banco a una cena di gala. Oppure nello sguardo di un affascinante Robert Capa che guardando l’obiettivo ti fa venire un mezzo infarto dalla bellezza.

Qui l’allestimento mi è piaciuto assai, su due piani e con accesso alla pinacoteca. In chiusura un’ottima cioccolata calda e grappino sul ponte degli Alpini ce li vogliamo fare? Certo che sì. Concludo per ora, ma torno. Sono stata anche al Museo Fellini di Rimini che sprizza erotismo da tutti i pori… anzi, dai confessionali. Capirete perché.