Società

Viviamo tempi duri: fanatismi e isterie ci investono. E domani è lo stesso giorno

di Roberto Del Balzo

Viviamo tempi duri. Ma li passiamo sul divano morbido da dove guardiamo una guerra fatta di parole ripetute a reti unificate, di immagini uguali a se stesse su qualsiasi canale. Ascoltiamo i deliri di politici impalpabili che riempiono di insensatezze e miserevole propaganda personale ogni spazio a loro concesso. Non hanno dignità, manca quella forma di pudore che dovrebbe fermare un qualsiasi esponente del nostro governo a esprimersi con irritanti banalità, per squallidi opportunismi. Ognuno sgancia le proprie bombe.

Un flusso continuo di parole, spesso rabbiose, innervano non solo la nostra anima ma anche tutto un sistema che diventa estenuante. E immersi in questa palude limacciosa fatta di pandemia e ansie nucleari ci stiamo spegnendo. Ci stiamo abituando sempre di più all’orrore che arriva con il suo fetore ammorbidito dalle mascherine che porteremo ancora per poco. Passa la voglia di parlare, di discutere anche solo per osservare senza pregiudizi un diverso punto di vista. Si passa dallo stato catatonico alle polemiche sterili e inutili su tutto. La cantilena quotidiana, sempre a reti unificate va da sé, ha la voce di un coro, un circo mediatico che affoga nelle sue stesse parole che hanno le stesse facce, gli stessi messaggi, l’identica e irritante cadenza che ci accompagna ormai da anni.

Il senso critico, sano e consapevole, il dubbio e la voglia di confrontarsi si sono calcificati all’interno di cervelli sempre meno irrorati dalla voglia di scoprire, dal desiderio di vedere sempre l’altra faccia della luna. Tutto è pervaso da una triste intolleranza e una regressione mentale che porta ad annullare lo studio e la lettura del passato in favore di un appiattimento sul quotidiano così come ci viene raccontato. Il morbido divano e il blefarostato sugli occhi davanti alla televisione ci impediscono di vedere il domani e ci incastrano nel quotidiano: la guerra è da condannare, va da sé, un abisso straziante che ci rende spettatori impotenti di tanto dolore gratuito, di morte, distruzione. Non c’è più un residuo di coscienza e neppure la speranza che intervenga un qualche Dio a evitare l’ultimo respiro degli innocenti. E poi c’è la “cancel culture” che mette da parte Dostoevskij, che vuole guarire il mondo, uniformare e purificare. Roba da brividi.

Questo fanatismo ossessivo ci investe e lì, sul divano sempre più morbido, non facciamo nulla per spostarci: veniamo investiti da una sorta di isteria collettiva senza reagire. Bastano solo poche gocce di benzodiazepine e poi tutti a nanna. Domani è lo stesso giorno.

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