Economia & Lobby

Il governo accontenta i camionisti e penalizza il trasporto ferroviario. Altro che sostenibilità!

Il caro energia sta colpendo tutto il Paese, non solo l’autotrasporto: cittadini, imprese industriali, commercio, agricoltura, i servizi e gli artigiani. Sono esclusi i grandi produttori e distributori di energia che possono disporre dei ricchi profitti del passato e anche del presente.

Per far cessare la protesta degli autotrasportatori che durava da quattro giorni, il governo ha concesso interventi che valgono circa 80 milioni di euro. Le risorse sono così suddivise: 20 milioni di euro per sostenere il settore dell’autotrasporto nel costo dei pedaggi autostradali; cinque milioni destinati a implementare la deduzione forfettaria per le spese non documentate; un credito d’imposta pari al 15 per cento al netto dell’Iva finalizzato all’acquisto dell’AdBlu, che serve a ridurre le emissioni degli ossidi di azoto dai gas di scarico, per un costo di 29 milioni di euro; un credito d’imposta pari al 20 per cento al netto dell’Iva per sostenere l’acquisto di Gas Naturale Liquefatto, con un investimento di 25 milioni di euro.

Eppure il recente decreto “milleproroghe” aveva mantenuto i sussidi ambientalmente dannosi all’autotrasporto, togliendoli solo alle imprese di trasporto ferroviario che utilizzano locomotori a diesel nei porti, negli interporti, nei terminal e nei raccordi ferroviari. Mentre il ministro della Mobilità Sostenibile, Enrico Giovannini, fa annunci improbabili come quello secondo cui nel 2030 la quota di traffico merci su ferrovia e intermodale passerà dal 12% (la più bassa d’Europa tra i grandi paesi) al 26%, dall’altra parte cancella i già inadeguati incentivi al settore ferroviario.

Risulta contraddittorio annunciare una spesa di 50 miliardi di euro per le ferrovie grazie al Pnrr (che ricorda tanto gli inefficienti investimenti a pioggia degli anni ’80) e un miracoloso riequilibrio dei trasporti dalla gomma alla rotaia in linea con gli obiettivi europei, se le aziende di trasporto (escluse le FS) vengono colpite da provvedimenti discriminatori. Già oggi la capacità ferroviaria di linee e scali è sottoutilizzata: se le si lascerà in mano alle sole e inefficienti FS questi obiettivi non potranno mai essere raggiunti.

L’autotrasporto merci, nonostante il mantenimento di questo sconto sull’accisa del gasolio, viene posto in ulteriore vantaggio competitivo sul già soccombente trasporto ferroviario. Il trasporto su gomma, peraltro, spesso si avvale di pratiche vietate come l’eccesso di velocità, il sovraccarico e il superamento delle ore di guida degli autisti, per non parlare dell’utilizzo di veicoli vecchi e inquinanti.

Il comparto che genera maggior inquinamento, congestione e incidenti stradali continua a essere ipertutelato mentre quello ferroviario viene disincentivato (escluse le FS, che sotto l’ombrello pubblico godono di enormi e incontrollati sussidi) a prescindere dai risultati ottenuti sia per il trasporto delle merci che per i viaggiatori. In questo modo si aumenta, anziché ridurlo, lo squilibrio tra il trasporto su tir e quello ferroviario che, meno flessibile e con costi fissi maggiori (rete e materiale rotabile), già non riesce a essere competitivo.

Gli aiuti del governo sono inoltre discriminatori e iniqui: in particolare il sostegno ai costi di pedaggio autostradale, visto che le aziende ferroviarie non hanno sconti sui pedaggi da pagare a Rete Ferroviaria Italiana per l’uso della rete. Insomma, alla prima curva deragliano le promesse del governo per sviluppare il trasporto ferroviario e si consolida anche nel settore trasporti una ben nota tendenza al greenwashing, cioè al mantenimento di comportamenti ingannevoli che si dicono sostenibili ma invece non lo sono.