Giustizia & Impunità

Ravenna, un corteo contro l’assoluzione dei due imputati per stupro. Quella sentenza è una sconfitta per le istituzioni

L’indignazione è forte. La sentenza di assoluzione di due uomini imputati per stupro nei confronti di una donna, firmata dai giudici Cecilia Calandra, Federica Lipovscek e Cristiano Coiro del tribunale di Ravenna, ha mobilitato la protesta di 40 associazioni tra le quali il Coordinamento dei Centri antiviolenza dell’Emilia Romagna e la rete DiRe che rappresenta 85 centri antiviolenza. In tutto più di cento associazioni hanno aderito alla protesta contro questa sentenza.

Sabato mattina un corteo di 300 persone in rappresentanza delle centinaia di associazioni si è riunito davanti alla Prefettura in Piazza del Popolo e ha attraversato il centro della città sfilando accanto a un lungo drappo rosso, fino al palazzone del tribunale. Uno striscione porpora: “Il sesso senza consenso è stupro” ha colorato per qualche minuto il muro di cinta grigio sotto la scritta “Palazzo di Giustizia”. Le attiviste della Casa delle donne di Ravenna, i centri antiviolenza della Provincia di Ravenna Linea Rosa, Demetra donne in aiuto, Sos Donna, e poi l’associazione Dalla Parte dei Minori, Udi, Maschile Femminile Plurale e Nudm Ravenna sono state le promotrici di un’iniziativa organizzata in tre giorni per esprimere con forza il dissenso verso quel “non costituisce reato” che ha concluso il primo grado di un processo per stupro che sta facendo discutere ed è arrivato in cronaca nazionale.

Si attendono le motivazioni della sentenza ma la avvocata Elisa Cocchi che ha rappresentato Adele (nome di fantasia) parla di una sentenza dal retaggio patriarcale e ha aggiunto: “Ancora una volta la vittima deve dimostrare di essersi difesa da uno stupro e poi deve anche difendersi dal processo. Evidentemente resiste, nella nostra cultura, il pregiudizio che colpevolizza le donne per le violenze subite e le giudica per i loro comportamenti e se una donna è ubriaca in fondo se l’è cercata”. Durante il processo gli avvocati difensori hanno potuto fare incalzanti domande sulla vita privata della vittima tanto da sollevare la contestazione della pubblico ministero Angela Scorza (“Non siamo negli anni Quaranta!”) che ora ricorrerà in appello contro la sentenza di assoluzione.

Un video, realizzato proprio da uno degli imputati, ha ripreso gli accadimenti di quella notte di cinque anni fa. Una donna esanime su un divano, si sentono voci maschili e quella di una donna presente nell’appartamento dove in condizioni critiche per l’alcol era stata portata a braccia. Stava malissimo mentre i due uomini, così riferisce la avvocata, si chiedevano se compiere atti sessuali su di lei con un linguaggio volgare tipico di quella sessualità di rapina che vede la donna come un oggetto passivo da usare. La Cassazione da dieci anni, scrivevo nell’ultimo post, citando le parole della giudice Paola di Nicola, è granitica nell’affermare “come la violenza sessuale si consuma anche se la vittima non si oppone in maniera esplicita e resta in uno stato di passività”.

Dopo il processo Adele, come tante donne che hanno vissuto la stessa esperienza, ha lasciato la città. Se sulle donne che chiedono giustizia ricade la colpa, la vergogna e la paura siamo di fronte a una sconfitta dell’intera società e delle istituzioni. L’elaborazione del danno ha bisogno del riconoscimento e di giustizia ma le donne difficilmente vengono credute. Il basso tasso di denunce rivela una sfiducia diffusa tra le vittime di violenza. Oggi, come gli altri giorni, ci mobilitiamo perché quella distanza sia finalmente colmata.

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