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Algeria, continua la repressione: giro di vite contro i partiti e i leader politici

In Algeria non si placa la repressione contro i partiti, gli esponenti politici e i gruppi della società civile. Da quando, nel 2019, sono iniziate le proteste di “Hirak” (“Movimento”), centinaia di persone sono state arrestate e processate per aver manifestato contro il governo o averlo criticato sui social media.

Il 2022 è iniziato com’era finito l’anno precedente, forse addirittura peggio. Il 9 gennaio un tribunale di Algeri ha condannato Fethi Ghares, leader del Movimento democratico e sociale, a due anni di carcere e a una multa di 200 mila dinari per “incitamento a manifestazione non armata”, “offesa a organismi dello stato” e “diffusione di informazioni dannose per gli interessi nazionali”. Ghares era stato arrestato il 30 giugno 2021, al termine di un’irruzione nel suo appartamento nel corso della quale erano stati sequestrati documenti politici e fotografie di prigionieri appartenenti a “Hirak”. È detenuto nel carcere di El Harrach, nella capitale algerina, in attesa dell’appello.

Prima di Ghares, un altro esponente del Movimento democratico e sociale era finito in carcere: Ouahid Benhallah, condannato il 16 giugno 2021 a un anno per cinque reati e rilasciato tre mesi dopo in appello.

È proseguita anche l’offensiva nei confronti dei partiti politici. La legge che ne disciplina le attività, la 12-04, prevede che il Consiglio di stato possa scioglierli, su richiesta del ministro dell’Interno, qualora svolgano attività che violano la legge o non conformi al loro statuto e addirittura se non svolgano i loro congressi entro un periodo di tempo stabilito. Il 6 gennaio il ministero dell’Interno ha contestato al Movimento per la cultura e la democrazia di aver violato la legge convocando un’iniziativa politica non conforme agli obiettivi del partito e non autorizzata dalle autorità.

Il 20 gennaio il Consiglio di stato ha ordinato la sospensione temporanea del Partito socialista dei lavoratori. Lo stesso giorno, ha respinto la richiesta di sospensione dell’Unione per il cambiamento e il progresso, ma è probabile che il ministero dell’Interno tornerà alla carica. I tre partiti in questione non hanno preso parte alle elezioni presidenziali, parlamentari e amministrative e hanno avuto un ruolo attivo nelle proteste di “Hirak”.