Scuola

Campania, De Luca non riaprirà le scuole fino alle medie: “Non ci sono le condizioni minime di sicurezza”. Governo impugna il provvedimento

Dalla Campania al Veneto, dal Pd alla Lega: si allarga il fronte contro il rientro in classe in presenza da lunedì 10 gennaio. Obiettivo: guadagnare tempo per favorire vaccinazioni e distribuzione delle mascherine Ffp2. E mentre il governo, come sottolineato dal ministro dell'Istruzione Bianchi, resta fermo sulla sua posizione, il consigliere del generale Figliuolo Guido Rasi dice: "15 giorni in dad sarebbero utili". E pure il partito di Calenda è contrario al ritorno in aula. Il presidente lombardo dell'associazione presidi: "Da lunedì sarà come andare alle Termopili"

“È irresponsabile aprile le scuole il 10 gennaio. Per quello che ci riguarda non apriremo le medie e le elementari. Non ci sono le condizioni minime di sicurezza“. Mentre l’Italia è spaccata nella diatriba tra il governo che vuole le lezioni in presenza e il mondo della scuola che chiede tre settimane di dad per avere il tempo di organizzare meglio il rientro, il governatore della Campania Vincenzo De Luca passa dalle parole ai fatti. A modo suo. E decide che le lezioni nella sua regione non riprenderanno fino a fine gennaio per le scuole dell’infanzia, le primarie e le secondarie di primo grado. E arriva una stretta anche al consumo di bevande dalle 22 alle 6. “Dobbiamo approfittare di questi 20-25 giorni per fare un lavoro straordinario, e qui chiedo la collaborazione di presidi, docenti e pediatri, per avere non 20 giorni di riposo, ma per utilizzare al meglio queste giornate per sviluppare quanto più possibile la campagna di vaccinazione per i bambini più piccoli”, ha spiegato l’ex sindaco di Salerno. Una fuga in avanti stoppata sul nascere dal governo, che ha annunciato l’intenzione di impugnare il provvedimento nel prossimo Consiglio dei ministri, fissato per il 13 gennaio. Nel decreto legge approvato il 24 dicembre è stata, infatti, prorogata la norma che limita esclusivamente alla zona rossa la possibilità agli enti locali di “derogare alle disposizioni” dell’esecutivo in materia anti-Covid, mentre la Campania è in zona bianca. “Il governo ha scelto di tutelare il più possibile la scuola in presenza e in sicurezza”, dice il ministro della Salute, Roberto Speranza, al Tg1.

Il capo dei presidi lombardi: “Sarà come andare alle Termopili”
L’intervento di De Luca, tra l’altro, arriva non in un giorno qualsiasi, bensì in quello del ritorno in classe per i primi studenti in diverse città d’Italia, tra il caos causato dal combinato disposto tra il boom dei contagi dovuti alla variante Omicron e il default del tracciamento in varie parti d’Italia. Ma mentre i ragazzi tornano in presenza tra i banchi, si allarga il fronte che appoggia la proposta dei presidi, ormai sostenuti da diversi esponenti della comunità scientifica, della politica ma anche da genitori e personale Ata. “Lunedì, quando riapriranno gran parte delle scuole lombarde sarà come andare alle Termopili“, dice il presidente lombardo dell’Associazione Nazionale Presidi, Matteo Lori. I primi dati della confusione li fornisce il governatore del Veneto Luca Zaia, che ha parlato di migliaia di scuole chiuse a causa delle defezioni di docenti contagiati o non vaccinati. “Per la riapertura in presenza avevamo chiesto il parere del Cts, ma non abbiamo avuto risposta” ha detto l’esponente leghista in conferenza stampa. Anche il presidente della Regione Toscana, Eugenio Giani, dice a SkyTg24 che “tenere chiuse le scuole una settimana in più, elementari e scuola primaria, poteva essere ragionevole. Se i presidi, che hanno la visione del quadro sul territorio, si esprimono per il rinvio, hanno i loro motivi per farlo. Ma adesso – aggiunge – dobbiamo essere squadra e sostenere la posizione del governo”.

Rasi: “Due settimane di Dad sarebbero molto importanti”
Una situazione di tale difficoltà che perfino chi fa parte della squadra di governo per contrastare l’emergenza ha preferito smarcarsi. È il caso di Guido Rasi, consulente del Commissario per l’emergenza Covid, Francesco Paolo Figliuolo: “Due settimane di Dad sarebbero molto importanti”, ha detto, specificando però che le sue parole sono “a titolo assolutamente personale“. Anche il fronte dei governisti duri e puri si sgretola. “Pur convinti della necessità che il servizio scolastico si debba svolgere in presenza, riteniamo che i ritardi e i mancati interventi accumulati in questi due anni di pandemia richiedano una onesta e ragionata presa d’atto della difficile situazione attuale, concedendo alle scuole la possibilità di attivare la dad, per una o due settimane, a seconda dei casi”: è quanto si legge in una nota di Azione, il partito di Carlo Calenda, da sempre a favore del rientro in classe in presenza e strenuo sostenitore delle politiche del governo.

De Luca: “Bambini trasformati in cavie sull’altare della politica”
Dopo aver annunciato la mancata riapertura delle elementari e medie, il governatore della Campania ha spiegato cosa sta facendo la sua regione: “In queste ore – ha detto – stanno lavorando le nostre strutture sanitarie, credo che ci sarà a breve un’unità di crisi, che credo prenderà atto di questa situazione in maniera responsabile. Quindi credo che andremo alla proroga dell’apertura dell’anno scolastico in Campania a fine gennaio per scuole medie ed elementari. Per il resto vedremo di seguire con attenzione la situazione del contagio, cercando di fare tutto quello che è nelle nostre possibilità per garantire ai docenti, ai presidi, alle famiglie il massimo possibile di assistenza sanitaria e di prevenzione per evitare situazioni pesanti e gravi”. Secondo il governatore “non ci sono le condizioni minime di sicurezza e la possibilità di offrire collaborazione adeguata alle autorità scolastiche da parte delle autorità sanitarie, che sono alle prese con decine di migliaia di contagi. Le Asl dovrebbero fare in media 3mila tamponi al giorno per accompagnare le autorità scolastiche nel controllo del contagio nelle scuole. Non è possibile, per il livello di personale che abbiamo, perché dovremmo perdere una settimana di tempo per dare i risultati. Come si fa a immaginare di andare avanti così? E tuttavia siamo il Paese del fare finta, l’importante è prendere le decisioni a Roma”. Ancora più dura la presa di posizione nei confronti della condotta del governo: “Al punto a cui siamo arrivati, per me la posizione più comoda sarebbe quella di non fare niente – ha detto – Tutto quello che dovevamo fare per parlare chiaro, per denunciare le situazioni, lo abbiamo fatto per tempo e prima di tutti gli altri, ma io non mi sento di contemplare questo scivolare dell’Italia verso il disastro. C’è da stare male nel vedere il caos che sta crescendo in Italia in vista del 10 gennaio”. Poi ha ripetuto il suo pensiero sui vaccini anche per i più piccoli: “Ho la sensazione – ha aggiunto De Luca in diretta Facebook – che si mettano in piedi provvedimenti che finiscono per trasformare i nostri bambini in cavie sull’altare della politica politicante, dell’opportunismo e degli ideologismi. Questo capita quando si fanno scelte a prescindere da quella che è la realtà. C’è qualcuno che possa sostenere che aprire le scuole nel caos totale sia una misura che favorisce la didattica, la formazione, l’equilibrio psicologico dei nostri bambini? È esattamente il contrario, chi prende decisioni cervellotiche e non rapportate alla realtà vera dell’Italia è nemico della scuola, non amico”.

Zaia: “L’unica novità sul fronte delle scuole è il caos”
Il governatore del Veneto Luca Zaia non ha usato mezzi termini per descrivere ciò che sta accadendo sul territorio: “Ci sono migliaia di scuole chiuse per mancanza di docenti (in quarantena, in malattia, non vaccinati) – ha detto in un’intervista al Gazzettino – Il governo ha deciso che il 10 si riapre, ma molte saranno chiuse, altre in Dad perché non ci sono altre soluzioni. Da parte mia, ho chiesto al governo un pronunciamento del Cts sulla riapertura, non ho avuto risposte. Di certo, la fase di testing così come è impostata, è insostenibile”. Concetti ripetuti (e ampliati) nel corso della sua consueta conferenza stampa a Marghera: “L’unica novità sul fronte delle scuole è il caos”. Poi ha rincarato la dose, spiegando che il decreto del Governo “impone delle fasi di testing che sono insostenibili. Tutte le regioni sono a fine corsa con la fase di testing. Non parliamo poi del contact test – ha aggiunto – cioè nel chiamare a casa i positivi e i loro contatti. Inutile buttarla in polemica: questa è la capacità di lavoro e oltre a quella non si va”. Tornando alla sua regione, poi, Zaia ha spiegato che “con 18mila contagiati, come quelli di ieri si dovrebbero prevedere 18mila telefonate a persone che, quasi sicuramente, avrebbero riferito una decina di nomi di contatti stretti. Sarebbero quindi 10mila persone da contattare in un giorno. Impossibile. Noi – ha precisato – dobbiamo fare l’amministrazione del possibile e per fare ciò credo sia sempre più doveroso modificare la definizione di caso. E – ha sottolineato – dobbiamo avere un diverso atteggiamento da coloro che sono sintomatici positivi, e soprattutto di coloro che non lo sono”. Sempre sul fronte della scuola, Zaia ha fornito alcuni dati, parlando di circa “2400 classi in quarantena; poi ci sono docenti in quarantena, altri in malattia e quelli non vaccinati. In questo brodo primordiale non so cosa venga fuori, nel senso che abbiamo grosse difficoltà”. Morale della favola, sempre secondo il governatore: “Il Governo ha deciso che si dovrà aprire e la situazione sarà quella che molte classi saranno chiuse, altre in dad perché non ci sono altre soluzioni. Si cercherà di venirne fuori. Il problema grosso – ha concluso – non è l’apertura delle scuole ma la gestione di tutta la fase di testing e di screening che è una cosa paurosa“.

Si torna in aula, ma si rischiano metà delle classi in Dad in 10 giorni
A imitare la scelta di De Luca anche i di vari comuni siciliani, tra cui quelli di Misilmeri e Caccano (nel Palermitano) che tramite ordinanze hanno disposto la didattica da remoto rispettivamente fino al 14 e al 24 gennaio, nonché 19 centri dei Nebrodi (da Sant’Agata di Militello a Capo d’Orlando) che l’hanno imposta fino al 16. In Calabria, a San Giovanni in Fiore (Cosenza) e Motta San Giovanni (Reggio Calabria) la riapertura è stata posticipata al 15. Molti istituti, poi, hanno usufruito del ponte dell’Epifania per spostare di qualche giorno in avanti il ritorno a scuola, fissato per il 10 gennaio, ma per altri ragazzi oggi è il giorno della ripresa delle lezioni. A Milano, il Tito Livio ha optato per una ripartenza in Dad, almeno per oggi e domani, mentre il liceo classico Manzoni ha confermato le lezioni in presenza. Per cercare di rientrare in classe senza creare affollamenti, si è fatto ricorso a ingressi scaglionati, anche se tanti giovani saranno già costretti a casa per essere risultati positivi o a causa di isolamenti preventivi dopo contatti stretti. Senza dimenticare che per molti studenti e insegnanti, i timori più grandi sono legati non tanto alla presenza all’interno delle classi, ma ai viaggi sui mezzi pubblici in orari di punta, quando il distanziamento è del tutto annullato.

Da una proiezione di Tuttoscuola del numero di classi che potrebbero superare i limiti massimi di alunni contagiati previsti dal Governo, emerge che tra dieci giorni 200mila classi (più di una su due), dalla scuola dell’infanzia alle superiori, rischiano di dover interrompere la didattica in presenza. Secondo la rivista specializzata, “occorre fare i conti con i crescenti contagi che stanno coinvolgendo alunni e personale scolastico, nonostante la chiusura delle scuole per le vacanze natalizie. E le regole stesse fissate dal decreto del governo portano a stimare che dopo pochi giorni di applicazione la maggior parte delle classi si ritroveranno in Dad. Sul milione e 406 mila casi positivi registrati alla vigilia dell’Epifania, stime attendibili individuano in circa 300mila gli alunni contagiati. Si può calcolare che, in rapporto all’intera popolazione scolastica, siano circa 35mila i bambini della scuola dell’infanzia infettati, 95mila quelli della scuola primaria, 65mila gli alunni della scuola secondaria di I grado e 105mila studenti delle superiori”. Una redistribuzione che farebbe realizzare la previsione della rivista.

Fronte comune tra presidi, genitori e personale Ata: “Posticipare il rientro”
I dirigenti scolastici rimangono fermi sulle loro posizioni e chiedono all’esecutivo un ripensamento che permetta agli istituti di riprogrammare il rientro in presenza di almeno due settimane, quando la situazione sanitaria potrebbe essere migliore di adesso. “Il governo non si è consultato con noi. Abbiamo incontrato il ministro il 4 gennaio e in quell’occasione io ho ritenuto opportuno dirgli che sarebbe stato meglio rimandare di qualche settimana il rientro in presenza”, ha dichiarato Antonello Giannelli, presidente dell’Associazione nazionale presidi, su Radio Cusano Campus. “In quelle due settimane si potrebbe alzare la percentuale di alunni vaccinati, si potrebbe organizzare la distribuzione di mascherine Ffp2 e avviare sul territorio una campagna di testing degna di questo nome. Il nostro sistema sanitario non è in grado di assicurare il tracciamento nei tempi previsti, soprattutto con tutti questi contagi. Se stiamo 2-3 settimane in dad non succede nulla, c’è una demonizzazione della dad che è senza senso. Capisco che il governo abbia la sola preoccupazione delle persone che per lavorare hanno bisogno di lasciare i figli a qualcuno. La scuola viene considerata solo un servizio sociale, tutto il resto è contorno e marginale. La scuola ha anche questa funzione, ma non può ridursi solo a questo”. E torna a spingere affinché le mascherine Ffp2 diventino obbligatorie in tutte le classi: “Nelle nuove regole c’è scritto che se alle superiori ci sono un paio di alunni positivi si rimane in presenza ma con la mascherina Ffp2, la mia proposta è di utilizzarle in modo generalizzato“.

I presidi campani lanciano l’allarme sulle defezioni. Francesco De Rosa, presidente regionale per la Campania dell’Associazione nazionale presidi (Anp) dichiara che “i dati aggiornati a ieri parlano di circa il 5% dei docenti in questo momento in quarantena o in malattia o non vaccinati e almeno il 3-4% degli allievi positivi al Covid. Considerato che fino al 10 gennaio la situazione dei contagi sicuramente peggiorerà, rischiamo di partire a singhiozzo. Ecco perché la nostra posizione è che sarebbe opportuno fare 2 o 3 settimane di didattica a distanza per superare il picco dei contagi”. Anche Mario Rusconi, presidente dell’Anp di Roma, si dice d’accordo con uno slittamento del ritorno in presenza, purché “Regioni, Comuni e Province utilizzassero questo periodo per quelle misure che sono necessarie per rendere la scuola sicura”.

Mentre in una scuola di Roma, lunedì si conteranno almeno 100 assenti: oltre 70 ragazzi e una decina di docenti, a Sondrio hanno riaperto regolarmente tutti gli istituti e c’è qualche preoccupazione per l’altissimo numero di insegnanti assenti. Nel giorno della ripresa delle lezioni, è infatti di 239 persone la quota di personale scolastico che ha presentato un regolare certificato di malattia. “Si tratta, nella quasi totalità dei casi, di insegnanti positivi al Covid o in quarantena – dice il provveditore della provincia di Sondrio, Fabio Molinari – A questi si aggiungono poi i 23 docenti che sono stati sospesi perché non vaccinati. Per il mio ufficio, e per tutte le scuole interessate, inizia ora una difficile ricerca di supplenze e un’attività di riorganizzazione attraverso sostituzioni e variazioni che speriamo non compromettano eccessivamente gli orari scolastici”.

Il consigliere di Figliuolo: “Due settimane di Dad sarebbero molto importanti”
Anche la scienza si schiera dalla parte dei presidi. Compreso Guido Rasi, consulente del Commissario per l’emergenza Covid, che ospite ad Agorà su Rai3 ha dichiarato: “Per me due settimane di dad sarebbero molto importanti, perché se oggi siamo a 200mila casi, per lo più sottostimati, immaginiamo tra una settimana cosa vedremo. Se non facciamo due settimane adesso poi dovremo fare una cosa frammentata nei prossimi tre mesi”. Più duro Nino Cartabellotta, il presidente della Fondazione Gimbe, che a Rtl 102.5 ha affermato che “non si può continuare con lo slogan ‘niente Dad, scuola sicura’ perché questo di fatto non è possibile in un momento di circolazione di un virus che raddoppia i casi ogni due giorni. È evidente che quello che stanno chiedendo i presidi, ovvero utilizzare queste due settimane per potenziare la vaccinazione, è ragionevole. Però due settimane di Dad senza nessun intervento di incremento delle coperture vaccinali in queste fasce d’età può lasciare il tempo che trova. È evidente che con questa circolazione virale sarà molto difficile mantenere le classi in presenza”.

Anche i medici a favore delle due settimane in Dad
Il fronte pro Dad si è arricchito anche con la posizione della Fnomceo (Federazione Nazionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri): “La situazione è abbastanza critica – ha detto il presidente Filippo Anelli – e di fronte a questo scenario vista la diffusione attuale del virus credo che fare 15 giorni ora di didattica a distanza e magari allungare di due settimane la frequenza in presenza a giugno possa essere una decisione di buonsenso“. Fa eco Guido Quici, presidente della federazione dei medici ospedalieri Cimo-Fesmed: “Per come sono rigide le norme, e vista la percentuale così elevata di contagi, le classi andranno comunque giocoforza in Dad“, dice a LaPresse. “Sono le solite cose all’italiana di quando non ci si vuole prendere una responsabilità”.

Nessun passo indietro del governo, il ministro Bianchi: “Si rientra regolarmente”
Nessun ripensamento sul ritorno a scuola in presenza“, ha detto senza fare passi indietro il ministro dell’istruzione, Patrizio Bianchi, a margine delle celebrazioni dell’anniversario della nascita della bandiera Tricolore a Reggio Emilia. Il ministro è stato categorico sull’appello firmato dai presidi: “Siamo molto attenti a voci che ci arrivano dal Paese, ma anche dalle tante voci che ci dicono che la scuola debba restare in presenza”, ha detto. E ha poi voluto aggiungere che tutte le decisioni sono state prese dopo un’attenta analisi e ascoltando tutti i punti di vista: “Abbiamo approvato un dispositivo equilibrato e graduato, raccogliendo tutte le esigenze per avere una scuola in presenza e in sicurezza. Abbiamo fatto tutto ciò che dovevamo fare – ha continuato – I ragazzi delle classi superiori sono in gran parte vaccinati. Appena abbiamo avuto la disponibilità da parte delle autorità europee, abbiamo vaccinato i bambini. I nostri ragazzi sono per tre quarti coperti a livello vaccinale. E stiamo continuando a vaccinare, perché questa è la strada”.

Il sottosegretario alla Salute, Andrea Costa, in un’intervista al Corriere della Sera ha ribadito che “il governo ha preso una decisione chiara, riprenderemo il 10 gennaio con le nuove regole che garantiranno maggiore sicurezza”. L’obiettivo, rimarca il sottosegretario, è “garantire la scuola in presenza” e “a quello continuiamo ad attenerci”. Sulla scuola “è stata fatta un’attenta valutazione, con un lungo confronto, sono state prodotte linee guida che consentiranno la ripresa della scuola in sicurezza. È verosimile che questa variante Omicron che aumenterà ancora i casi rappresenti il canto del cigno della pandemia, credo che siamo alle battute finali. La pandemia si trasformerà presto in endemia”, ha aggiunto invece il sottosegretario alla Salute, Pierpaolo Sileri, a Radio Cusano Campus.