Scuola

Scuola, per scongiurare il ritorno alla Dad il governo aveva promesso l’invio di medici e infermieri militari. L’Emilia Romagna ne aveva chiesti 120. Ne ha avuti 8

All'indomani dell'accusa dei presidi, ilfattoquotidiano.it ha provato a capire come effettivamente funziona il piano annunciato il 2 dicembre. Dallo staff del generale nessun numero ufficiale, ricavabile solo contattando direttamente gli assessorati regionali, costretti a far da sè

Quanti sono, come operano e dove sono stati inviati gli uomini promessi da Figliuolo per aiutare le Asl nello screening del contagio ed evitare il ritorno in dad? All’indomani dell’accusa dei presidi, che lamentano il mancato (o insufficiente) contributo dell’esercito, ilfattoquotidiano.it ha provato a capire come effettivamente funziona il piano annunciato il 2 dicembre scorso dalla struttura commissariale. L’obiettivo era quello di scongiurare la didattica a distanza, la cronaca parla di sempre più classi chiuse. Il motivo? Le Asl sono lente nel processare i tamponi e i dirigenti d’istituto preferiscono chiudere per prudenza. E i militari promessi da Figliuolo? Nonostante le ripetute sollecitazioni, lo staff del commissario straordinario ha preferito non fornire i dati ufficiali del dispiegamento di forze in campo, limitandosi a spiegare che solo 6 regioni al momento hanno chiesto l’aiuto dell’esercito per tracciare più in fretta i contagi. Ciò che si riesce a sapere, quindi, deriva dall’approfondimento di alcune dichiarazioni pubbliche fornite dagli amministratori locali. Della mezza dozzina di cui parla lo staff di Figliuolo, dopo varie verifiche incrociate si risale alle richieste di quattro regioni: Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Molise, che in tutto hanno ricevuto 38 militari per supportare il tracciamento. Aiuto sufficiente? Basti un dato: l’Emilia Romagna aveva chiesto 120 militari, ne sono stati inviati 8. Alla luce di questo dato di cronaca, la promessa di Figliuolo – anche se fosse stata mantenuta – non poteva che produrre un risultato vicino all’ininfluenza.

I DATI DELLE REGIONI, DALL’EMILIA AL MOLISE – È il caso dell’Emilia Romagna. Alla prese con un incremento notevole dei nuovi casi, l’ente governato da Stefano Bonaccini lo scorso 18 dicembre ha chiesto al Commissario per l’emergenza la disponibilità di 120 militari per il tracciamento e da destinare anche alle vaccinazioni. La risposta della squadra di Figliuolo è arrivata a stretto giro di posta, ma non era quella attesa: per l’Emilia Romagna è stata confermata la disponibilità per due unità mobili (quindi otto persone, due medici e sei infermieri), divise tra Imola e Bologna. Difficile, in effetti, pensare di poter contare su un aiuto più cospicuo, visto che Figliuolo ha messo a disposizione solo 11 unità mobili per tutta l’Italia. Considerata l’enorme differenza tra domanda ed effettiva disponibilità, la Regione ha comunque deciso di prendere provvedimenti in autonomia: “Dai primi di gennaio sarà rafforzata, per quanto necessario la rete dei sanitari impegnati nel tracciamento” hanno fatto sapere dall’entourage dell’assessore alla Sanità Raffaele Donini. Secondo fondi interne, in attesa di avere altri aiuti da Figliuolo, l’Emilia Romagna ha deciso di assumere il personale che manca per tamponare l’emergenza. Il tutto non senza far rilevare che la Regione non si è mossa di sua spontanea volontà, ma ha solo risposto a una sollecitazione della struttura commissariale. “Ma la speranza è l’ultima a morire” fanno sapere da Bologna. In Veneto (uno dei territori più colpiti dalla nuova ondata di Covid), invece, è arrivato qualche militare in più, ma si tratta pur sempre di numeri esigui. Nella fattispecie, Manuela Lanzarin, l’assessore alla Sanità della giunta di Luca Zaia, a seguito dell’annuncio di Figliuolo è stata contattata dal distretto di Padova, che ha messo a disposizione una squadra composta da medico e infermiere per ciascuna delle nove Ulss. In tutto si parla di 18 militari. Molto peggio è andata in Piemonte. A fronte della richiesta di aiuto da parte della regione, a lavorare a supporto delle strutture sanitarie per il tracciamento dei tamponi scolastici sono arrivati soltanto quattro militari. Sufficienti? A domanda diretta, l’entourage del governatore Alberto Cirio si è trincerato dietro un emblematico “ce la stiamo facendo con le nostre forze interne”. Diversa la situazione in Molise. Il governatore Donato Toma ha confermato a ilfattoquotidiano.it di aver richiesto un paio di unità a Figliuolo: “Abbiamo scritto al Generale – ha spiegato il presidente – che ci ha confermato che invierà a breve le risorse di cui abbiamo necessità. Per noi sono oro colato”. Una dichiarazione da cui si comprende che gli aiuti – seppur oro colato – non sono ancora arrivati, con buona pace dei tempi stretti richiesti da questa fase dell’emergenza.

IL PASTICCIO DELLE DUE CIRCOLARI IN NEANCHE 24 ORE – Poteva essere altrimenti? Difficile dirlo. Di certo il piano straordinario per rafforzare il tracciamento nelle scuole annunciato da Figliuolo era nato per risolvere un problema. Si ricorderà che il primo dicembre, in una nota, il generale aveva annunciato la discesa in campo dei militari accanto ai distretti sanitari per risolvere il pasticcio fatto dai ministeri della Salute e dell’Istruzione. Si tratta delle ormai famose due circolari a distanza di neanche 24 ore: la prima reintroduceva la dad al primo caso di positività in classe, la seconda ristabiliva che la didattica a distanza scattava dopo la terza positività. Nella nota a corredo di quest’ultima circolare, i ministeri retti da Patrizio Bianchi e Roberto Speranza scrivevano: “In considerazione della sopravvenuta disponibilità manifestata dalla struttura commissariale, potrà essere mantenuto il programma di testing” per la verifica della positività “dei soggetti individuati come contatti di una classe/gruppo, da effettuarsi in tempi estremamente rapidi, tali da garantire il controllo dell’infezione“. Parole che lasciavano sperare in un cambiamento dei tempi d’intervento. Dopo pochi minuti ecco il comunicato della struttura commissariale: “La presidenza del Consiglio dei ministri ha chiesto al Generale Francesco Paolo Figliuolo di elaborare un piano di intervento di screening riguardante le scuole, mirato ad incrementare l’attività di verifica rapida di eventuali casi di infezione da Sars CoV2 all’interno di classi/gruppi, e facilitare il proseguimento dell’attività didattica in presenza. Secondo il piano – si leggeva nella nota – il sistema di tracciamento in atto delle Regioni/Province autonome verrà potenziato grazie ad assetti militari prontamente resi disponibili dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini e coordinati dal Comando operativo di vertice interforze”. Una nota che specificava solo un dato: “È previsto l’impiego sistematico della rete degli undici laboratori di biologia molecolare della Difesa già presente in otto Regioni, in grado di processare tamponi molecolari effettuati a domicilio da team mobili militari, oltre al possibile dispiegamento di due laboratori mobili”.

LE CONSEGUENZE: ASL IN RITARDO, DIDATTICA A DISTANZA IN AUMENTO – Nulla di più. Figliuolo non aveva precisato nulla in merito a quanti uomini sarebbero stati messi a disposizione tra medici e infermieri militari. Da quanto ilfattoquotidiano.it è riuscito a sapere dalle regioni, in quei giorni il mantra del Generale era: “Vi mando i miei uomini”. Quanti? L’entourage del commissario straordinario non ha voluto fornire alcuna cifra ufficiale. Secondo i dati forniti dal ministero della Difesa, in Italia ci sono circa 400 medici militari e quasi mille infermieri. Di questi, una parte sono in servizio al policlinico “Celio” e all’ospedale militare di Milano: operatori che non possono essere distolti dal loro servizio. Inoltre alcuni sono “in missione” all’estero. Stando a questi dati, l’operazione Figliuolo non poteva, in partenza, avere i numeri per poter andare più di tanto in soccorso alle Regioni e alle Asl, che in questi giorni continuano ad essere sotto stress. Conseguenza: ritardi nello screening e sempre più classi chiuse, visto che in mancanza di tracciamento i capi d’istituto adottano il criterio della prudenza. Insomma, la promessa che Figliuolo sapeva di non poter mantenere è servita a due cose: a provare a scongiurare (invano) il ritorno in dad dopo una sola positività in classe e, soprattutto, a calmare le acque dopo che i giornali avevano raccontato le ire di Draghi per la circolare che tradiva le promesse del governo e quel “mai più didattica a distanza” pronunciato da premier e ministri in ogni occasione possibile.